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Chista è la novitati di Agrigentu
o chiovi o sona a mortu o tira ventu.
 

I due versi, di pessimo gusto all’ora di pranzo, che Don Stefano Pirandello ripeteva davanti ai figli, barbaro rituale per spezzare il silenzio che si creava invariabilmente, quando i componenti della famiglia sedevano a tavola, non erano mai graditi alla moglie, e alla vecchia serva Maria Stella, la quale li aveva visti crescere, i ragazzi, come se fossero creature sue e li covava con gli occhi, pronta a sedare con un cenno il loro disappunto, soprattutto i fremiti di Luigi, il quale, fragile e indifeso in apparenza, aveva lampi di ribellione che non sempre riusciva a contenere. I figli evitavano di rivolgersi con lo sguardo alla madre, per non comprometterla, coinvolgendola a parteggiare apertamente per loro e a spezzare la logorrea di Don Stefano; un Don Stefano scatenato che, con grasse risate, raccontava i fatti del borgo -come definiva Agrigento- tra un boccone e l’altro, tracannando tre o quattro bicchieri di vino buono, con il rischio di rimanere soffocato, perché non riusciva ad interrompere il suo eloquio, infarcendolo con una gestualità esuberante, che gli faceva muovere il corpo possente come un armadio, le braccia e le mani vigorose –d’uomo di miniera come si definiva-, a destra e a manca, mentre con uno sguardo circolare roteava gli occhi da un capo all’altro della tavola.

Tacevano tutti! E non poteva essere diversamente, perché Don Stefano sentiva scorrere dall’interno quel fiume di parole, mentre laggiù, alla miniera, non aveva modo e tempo di perdersi in chiacchiere o convenevoli, lavorava sodo, a volte aiutando persino a spingere i carichi più pesanti di zolfo, dando ordini, consigliando, controllando che tutto scorresse come l’olio, senza contrattempi. Il contabile, che gli teneva i conti su un brogliaccio di bottega, unto e bisunto, l’unico che potesse imbastire un dialogo di un qualche spessore, se ne stava in una traballante garitta, attrezzata a mo’ d’ufficio, un sordido bugigattolo, ardente d’estate e ghiacciato d’inverno; sempre con la testa china sulle carte che scartabellava o scriveva con una grafia minuta e quasi illeggibile. E che volete, che scambio d’opinioni potesse avere con Don Stefano, lui che non voleva essere distolto e che, Don Stefano, non si peritava di distogliere, per non pesare sui costi dell’impresa? “Patti avanti e amicizia lunga -diceva Don Stefano- qua, in miniera, parlo solo io che sono il padrone, per dare ordini. A voi tocca obbedire: lingua a freno e braccia allenate.  Quando verrà il momento, e vi dimostrerete amici, può darsi che vi possa ricevere in salotto, nella mia bella casa di campagna  al Caos, per discutere del più e del meno, di quello che volete, a piacimento, facendo magari le ore piccole davanti a un bicchiere di quello giusto.” Poi, qualche tempo prima dell’ora di pranzo, impartendo le ultime raccomandazioni, minacciando talora di controllare l’indomani i conti guardati in fretta e furia, scappava difilato sul suo barroccio verso Villaseta, che non era a un tiro di schioppo, e arrivava, quasi, chè la pietanza fumante era sulla tavola, giusto il tempo per darsi una rinfrescata.  Dunque, non era una necessità sacrosanta quella di alleggerire in famiglia i pensieri di quella vita d’inferno? sempre a rotta di collo, senza un attimo di respiro, la sua vita, per lui che avrebbe potuto viverla da signore, amato e riverito, andandosene alla Passeggiata ad incontrare gente, sedersi davanti a un caffè, a gambe larghe e con il naso all’aria, disteso e rilassato, e magari, quando gli talentava, recarsi, un giorno o due, a dare un’occhiata laggiù,  in miniera? Sì, che avrebbe potuto farlo! Ma non lo faceva, perché pensava, come tanti in Sicilia, come la maggior parte al mondo, che chi ha la roba la deve mantenere, per la famiglia attuale e per i posteri; cosa che aveva sentito ripetere da sempre al fratello maggiore Felice come insegnamento, tramandato di generazione in generazione. Era bello avere credito in banca, terre e case al sole, una famiglia avveduta, i francesi che inviavano ordinazioni su ordinazioni: ma non bastava! I casi della vita sono tanti e tutto può accadere, in questa roulette russa, anche nella più piccola frazione di tempo, quando meno te lo aspetti: un accidente, che so, un rovescio di fortuna, un terremoto che ti può far crollare la miniera, e buonanotte ai suonatori. Tali erano i pensieri che coltivava incessantemente, che non rivelava mai a nessuno, neppure alla moglie nell’intimità del talamo.

A nessuno, a nessuno! Amenità, amenità bisogna raccontare in famiglia e in salotto! E Don Stefano era ligio a queste regole; e loro, i familiari, potevano capirle?, se n’adontavano anzi, forse per via dei termini prosaici di cui abusava, e quindi si trinceravano nel massimo riserbo, standosene chiusi in un silenzio esasperante, quasi religioso, che destava a volte, da parte sua, esplosioni d’ira. Rispondevano a monosillabi, quando si divertiva ad interrogarli, farfugliavano brandelli di frasi, parole di circostanza, o borbottavano suoni disarticolati, grugniti d’assenso; cose vaghe, insomma, senza costrutto. Che ci poteva fare lui, se avevano timore della sua voce profonda e forte, dei suoi modi duri e decisi? Non era uscito dal liceo o dall’università, era un uomo tutto d’un pezzo, uomo d’azione, un garibaldino; non aveva delicatezze, così come, nell’intimità, con la moglie non si era mai sdilinquito in frasi manierose. Nella città di Agrigento, come in tutta la Sicilia, i matrimoni in genere era quasi tutti portati, accordi tra famiglie, con doti prestabilite, contratti vergati nero su bianco, per evitare sorprese. Il suo rapporto non s’era sottratto alla regola, forse condizionando per sempre la sua esistenza e quella dei familiari suoi. Non che potesse lamentarsi per la scelta: Caterina, per lui, era donna bella ed attraente, docile di carattere e sottomessa, così come doveva essere una buona moglie siciliana; tuttavia non si sarebbe dovuta e potuta aspettare da lui abbandoni romantici. Si sapeva che in tutti i matrimoni, anche in quelli cosiddetti d’amore, trascorsi i primi fuochi di paglia, arrivati i primi figli, la routine quotidiana prendeva il sopravvento. Capitava quindi che i coniugi, più l’uomo che la donna, avessero qualche sbandata. In segreto, nel riserbo, ma capitava. Don Stefano, dopo la prima volta, non ebbe scrupoli di coscienza e ci dormì sopra. Fu una cosa normale ed accettata tacitamente. Per sopportare, Caterina sopportava, non voleva sfasciare la famiglia. Tante volte esitò, fu tentata di mandare tutto alla malora, pensò di andarsene a Roma, all’estero, in capo al mondo. E i figli? Che sarebbe stato dei figli, nel caso in cui avesse abbandonato Stefano?, così lei s’interrogava. In città non l’avrebbero presa per pazza? “Sì -si macerava nell’intimo per convincere la sua coscienza- mi sacrificherò, prima per i miei figli, e poi per me stessa. Si viene al mondo una volta sola, e una sola volta si vive.” Dopo anni di stenti e di sofferenze, con il matrimonio aveva trovato finalmente, grazie a Stefano, una posizione sociale di tutto rispetto e, soprattutto, la pace interiore. E ora doveva mettere a soqquadro tutto, tutto! per le sue scappatelle? rendersi un inferno la vita e non poterne raccogliere i pezzi, rendendone conto ai figli? Nella città erano le apparenze quelle che contavano, il resto non aveva nessuna importanza, erano fatti che riguardavano la famiglia o la coscienza. E in città, tra i benestanti, Stefano era molto considerato, aveva una buona nomea d’uomo d’affari, ch’era riuscito ad investire e a far fruttare i denari che il padre gli aveva lasciato come peculio di famiglia. Quel che era certo è che nessuno poteva accusarlo di non aver curato gli interessi della famiglia, di non avere fatto il bene dei propri figli. Famiglia fortunata con quel capitale delle miniere, più fortunato di tutti Luigi, il primo dei maschi, destinato a prendere in mano le redini di tutto! Questo si diceva in città. Le scappatelle di Don Stefano? Quisquilie, inevitabili manifestazioni di gallismo siciliano! Dal proprio canto, lei, Caterina gli era grata per l’avvenire che voleva garantire ai figli. Sulle prime, forse, lui avrebbe voluto riparare i torti iniziali che le aveva fatto patire e forse lei, smemorata dai voltafaccia, non se n’era accorta. Così, tutte le sere Don Stefano principiò a uscirsene, sbattendo la porta di casa, come se fosse lui la vittima, per andarsene in città a riunirsi con gli amici, a giocare a carte al circolo. E, quando il cuore è esacerbato e i pensieri diventano torbidi, da cosa nasce cosa. Aveva sospetti, non prove delle sue colpe, Caterina. Ma ci vuol poco al sesto senso di una donna ad avere la certezza dei tradimenti del consorte. Stefano, ritornava a tarda sera, con i figli già a letto e, talora, a notte fonda. Da dove volete che venisse? Non c’era motivo che lei lo aspettasse come una stupida, per aprirgli la porta: eppure, paziente e remissiva, voleva subire l’onta della sua finzione, per studiarne l’espressione d’indifferenza, con la quale celava le sue malefatte, mendicando giustificazioni e profondendosi in scuse assurde. Avrebbe voluto rimbeccargli che sarebbe stato meglio che se ne fosse stato con l’altra, tutta la notte. Ma taceva, taceva! Entrambi, così, rispettavano la forma dei ruoli, del marito e della moglie, per non precipitare nell’abisso più profondo dell’acredine, purchè i figli non sapessero. A tavola, poi, palcoscenico ideale, quanto pericoloso tribunale di una famiglia, dove i loro rapporti potevano essere messi a nudo davanti ai figli, anche inconsapevolmente, lei era molto guardinga e lasciava al marito tutto il peso della conversazione. Lo vedeva indispettito, perché nessuno riusciva ad immedesimarsi nelle sue argomentazioni, aspettandosi forse un suo aiuto, più che un riscontro da parte dei figli. Quando Stefano prendeva l’aire, parlando per tutti, inarrestabile, lei di sottecchi guardava Luigi, la cui sbrigliata fantasia poteva lasciargli intuire qualcosa. Viceversa Rosolina, la figlia maggiore, era sì perspicace, ma si poteva dire l’innocenza fatta persona per poter nutrire un briciolo di dubbio; e, del pari, era al di sopra di ogni sospetto il candore degli altri figlioli. Così aveva finito per concentrarsi esclusivamente su Luigi, cogliendone subito la natura dei sentimenti, che gli destavano un rovello di pensieri; lo si vedeva da come torceva le mani, incrociava le dita, sforzandosi di non intervenire nella conversazione, incerto quando rispondere, lui che aveva talento sufficiente per sostenere qualsiasi confronto; mentre il padre, quasi con concitazione, raccontava fatti e misfatti della città. Luigi era consapevole che, cambiati soltanto i nomi dei personaggi, le storie, per quanto strane e intricate, avrebbero rispecchiato lo stesso andamento; non si potevano dire piatte e monocordi, anzi i fatti erano descritti con arguzia, con ironia, quasi declamati da un attore consumato. Ma avevano il medesimo ordine, ecco!, e le medesime conclusioni. Fatti umani, umanissimi, che superavano nella realtà ogni fantasia! E tutto avveniva in quella piccola città, dimenticata da Dio e dagli uomini, tagliata fuori dalla storia! Si domandava spesso se quei fatti, episodi di vita vissuta, episodi reali, molti dei quali venivano riportati dalle cronache, potessero essere gli stessi casi che capitavano in altre città. Eh no, rispondeva a se stesso, sono così contorti, particolari, espressioni ineguagliabili dell’animo agrigentino, da assurgere quasi a categorie dello spirito! Eccotela la filosofia! guai a compulsarla così da neofita, senza una guida! Ti stravolge il cervello, ti fa credere cose incredibili, senza alcun fondamento! Quando il padre principiava con le nuove nascite e la lunga sfilza dei nomi dei parentadi e i commenti impietosi su questo o su quello e le ingiurie e i nomignoli che venivano appioppati, soprattutto nei paesini circonvicini, egli rimaneva affascinato, ascoltando a bocca aperta quello spaccato di società pettegola, adusa a campare d’invidia e di risentimenti senza fine. Egli sapeva che sarebbe poi seguito l’elenco delle morti, con la descrizione dettagliata dei funerali, di quelle proc
essioni lunghe e snervanti che scendevano lungo il corso principale, dalla basilica di San Domenico a Porta di Ponte, scandite dalla recita dei salmi, bisbigli a toni bassi, cantati ad intervalli da sacerdoti in tonache nere e cotte candide. E poi, a Porta di Ponte, avveniva il momento del distacco, con i lamenti angosciosi delle prefiche in gramaglie, e lo strazio delle vedove, dei figli e dei parenti, che a Luigi rievocavano, per avervi partecipato, l’incontro del Venerdì Santo tra la Madonna Addolorata e Gesù Cristo in croce e la straziante separazione che ne seguiva. Com’era bravo l’istinto del padre a legare la vita e la morte degli uomini e il loro modo di vivere! Se non fosse per…, ripeteva a se stesso, avrebbe potuto amarlo, amarlo profondamente. Non l’odiava, questo no, neanche per quello che faceva alla madre; ma la sua irruenza lo indispettiva, sì lo indispettiva talmente…! Scacciava dalla mente le torme di pensieri molesti e, per distrarsi,  il suo sguardo si posava sulla madre. Com’era diversa dal padre! Solare la sua fronte circonfusa da un alone ideale, dolcissimo lo sguardo e amoroso, quando si posava su di lui, quasi ad accarezzarlo, per dirgli:”Dài Luigi, è tuo padre! Vuole il tuo bene. Il suo duro linguaggio è una corazza, ma i suoi racconti insegnano più dei miei: sono la vita! Amalo com’è!” E lei, la madre, lo amava? poteva amarlo ancora? lei che, pur essendo sempre in casa, dietro ai figli, si era resa conto di tutto? Lui, Luigi, invece, cedendo a un impulso dell’animo, aveva seguito il padre, una domenica, e aveva scoperto la verità. Per tutta la vita si sarebbe rimproverato quel gesto: un giovane di quattordici anni che vuol provare il delitto del padre. Per inquisirlo? Per rinfacciargli la colpa? Per riferirlo alla madre? Fu orrenda la scoperta quanto abominevole e imperdonabile il gesto. Giurò a se stesso che avrebbe espiato, seppellendolo nella coscienza. Sì, il padre lo amava, a modo suo, quanto la madre. E forse amava la moglie più di quanto egli stesso credesse. Quel modo di vivere di quella città, lassù sulla collina, tutto apparenza e forma, i fumi della precoce agiatezza, i fasti della posizione sociale ne avevano adulterato le forze morali. Sì, era plausibile! All’indomani della sua scoperta, egli non fece motto con lui del pedinamento. Non una parola o uno sguardo che potessero tradire il suo disappunto! Dentro di sé era immensamente umiliato, ma doveva rispettare la parte del padre ferito, fino in fondo.

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