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Nel 1965, in soli sette giorni, Leonardo Sciascia riesce a concepire “L’Onorevole”, opera da lui definita una commedia- non commedia, “sketch in tre tempi”; confessando anche di averla scritta più per la lettura che per il teatro, benché, all’epoca, la pièce figurasse nel cartellone di un teatro stabile siciliano.

Più che la facilità fabulatoria e la capacità d’introspezione psicologica, nell’opera meraviglia la lungimiranza d’antivedere l’evoluzione (o la dissoluzione) della politica italiana.

Sciascia mette le mani avanti: il riferimento è un modello d’onorevole democristiano. Ma per comodità, perché egli conosce bene la Sicilia occidentale “e perché più lungamente e generalmente noti sono i meccanismi di sottogoverno, le complicità e le aderenze del partito democristiano.”  

Ma non esclude che l’onorevole possa appartenere a un altro partito o a un collegio elettorale di un’altra regione. Nello sviluppo dell’azione work in progress (passato, presente, futuro) ne esce un personaggio, per così dire, tridimensionale. E le tre fasi, sebbene datate, in una sorta di palingenesi politica, si prestano a rappresentare la realtà attuale.

Il primo tempo dell’opera ci mostra come nasce un onorevole. Siamo nel dopoguerra, nel 1947, e il sistema politico, rappresentato dal dottor Miccichè e dal Cavaliere Ferlazzano, appoggiati da Monsignor Barbarino (un prete che non fa politica, ma cui stanno a cuore certi valori, un cappellano sulla linea del cuore, come egli stesso si definisce) si rivolge a un intransigente professore di lettere classiche, Frangipane, onore e vanto del Liceo, ma costretto a barcamenarsi in lezioni private, per proporgli la sua presentazione all’ardua competizione elettorale.

Le obiezioni alla candidatura cadono come tanti birilli di fronte alle argomentazioni di Monsignor Barbarino e alle esigenze della famiglia. Chiara l’antifona sillogistica di Sciascia: se il popolo conosce, distingue, giudica; ciò avviene per segni esteriori, perchè vota più per la persona, che per un partito e i suoi programmi. Per cui, la personalità del candidato, la sua vita privata e pubblica, le simpatie di cui gode, la fama o il posto che ha saputo conquistarsi col suo lavoro, con i suoi studi, sono tutti elementi decisivi; e l’eloquenza e l’immagine, vere o posticce, sono armi vincenti.  Il partito (l’idea) sceglie la persona e questa dovrà incarnare il partito, cioè l’idea. E i vantaggi pratici sono ambivalenti. Il partito offre un’organizzazione, una macchina bellica ad alto potenziale, mentre il candidato offre un’immagine che la nobilita (anzi la santifica). E di fronte a tali interessi, anche gli interessi personali e familiari sono destinati ad essere piegati. Frangipane sacrifica il suo lavoro di professore, la famiglia; i suoi familiari si sacrificano ben volentieri e, persino, il futuro genero, comunista sfegatato e convinto (fino a prova contraria), è disposto a “trattare” la sua resa incondizionata.

Nel secondo tempo, i guasti della partitocrazia sono istituzionalizzati. Siamo all’indomani delle elezioni politiche del 1953, quelle della legge truffa. Il genero di Frangipane si è già convertito, il Cavaliere Ferlazzano, mallevadore di un tempo di Frangipane, ora è antagonista all’interno della lista e soccombe a vantaggio dello stesso Frangipane e di un altro candidato. La vita parlamentare,  con il clientelismo imperante, non è idilliaca ma è diventata un inferno:

“Un deputato, qui, deve essere una specie di sbrigafaccende: deve occuparsi di passaporti, di portodarmi, di pensioni, di assicurazioni, di sussidi. O almeno deve far finta di occuparsene. E poi qualche favore lo deve fare, in qualche caso deve saper chiudere gli occhi…Ritenevo che il solo mio dovere, dentro un’assemblea legislativa, fosse quello di partecipare alle leggi…Ma quando mi sono accorto che c’era chi si adoperava a scavarmi la fossa…” “Il moralismo è una specie di fillossera nella pratica politica.”

Sullo sfondo cominciano a comparire i primi personaggi in odore di mafia portatori di voti (Don Giovannino Scimeni), che pretendono (modifiche al piano regolatore) e promettono (posto in banca per il genero). La famiglia si sta per sgretolare e la moglie, che avrebbe preferito il ritiro dell’onorevole dalla politica, rimpiange i tempi delle lezioni private e della scuola: tempi più grami, ma sereni. L’onorevole promette una vita meno sregolata.

Nel terzo tempo, la cui azione si svolge nel 1964 (o nel 1974, cioè nel futuro, a significare che la disgregazione non avrà soluzione di continuità) la crisi è ormai conclamata.  La moglie dell’onorevole (nella pazzia o nel sogno?) coglie che sono tramontate le ideologie, la politica è in caduta libera:”Qui, in ciascuno di noi, si è verificata una corruzione, un disfacimento delle idee, dei sentimenti…E sa che mi viene di pensare? Che la nostra storia, la storia della nostra famiglia, sia come il simbolo di una corruzione più vasta, di un più grande disfacimento…  

Ma esiste qualcuno disposto a scommettere che si possa governare come un angelo, a guisa  del Sancho Panza del Don Chisciotte di Cervantes? La moglie, presaga nella sua pazzia, che prepara la valigia al marito, per quando arriverà la giustizia, è uno scherzo insostenibile, un’invenzione sciasciana. La verità è quella in presa diretta TV, quella del festival di Venezia, dove tutti (moglie, famiglia, anche l’amico mafioso)  si godono i momenti di gloria dell’onorevole, ora ministro, in grado di lanciare una stellina. E, poi, in un’altra ripresa televisiva, ecco l’Onorevole inaugurare con frasi retoriche e false un’opera pubblica, con il compiacimento della famiglia, della moglie, dell’entourage, dell’amico mafioso. Se governare è una continua caduta, da una condizione umana a una sempre meno umana, cosa rimane? La risposta per Sciascia è semplice, ma evidente: il popolo italiano, anche se sbeffeggiato dai potenti, è sobrio, parsimonioso, ed ha voglia di riscatto.

 

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