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Tanti sono gli scrittori e i poeti che hanno fatto di Venezia la fonte d’ispirazione delle loro opere e non poche sono le relative piste di ricerca, che ci danno della città lagunare una visione mitica, liturgica, surreale, quasi trasfigurata. Ma è addirittura sorprendente come, a distanza di oltre cinquant’anni, il favarese Antonio Russello, trevigiano d’adozione, in “Venezia zero” (1964), abbia cantato la Serenissima in modo originalissimo, eppure con la medesima identità di accenti della novella lunga “La morte a Venezia” (1911) del premio Nobel Thomas Mann (1929).  

Persino gli impulsi dei due scrittori furono gli stessi, anche se  per certi versi antitetici. Alla ricerca di nuove energie rigeneratrici, Thomas Mann da Monaco volle spostarsi a Venezia, dal nord al sud cioè, per riposarsi dalle fatiche letterarie. Russello, professore di lettere, fece il cammino inverso dal sud al nord, da Favara a Venezia, per andare a lavorare in banca. Entrambi sentirono nell’intimo che la loro meta doveva essere Venezia.

Città inverosimile tra tutte” : così Thomas Mann definisce la Serenissima nel suo romanzo breve. Non è dissimile l’espressione di Russello “Venezia ce l’avevo partendo dal mio paese di Sicilia nel mio subcosciente”, nel suo capolavoro, in libreria per i tipi di Santi Quaranta di Treviso, con il nuovo titolo “La danza delle acque”; “A Venezia” come sottotitolo (prezzo €.11).

Partenza e approdo in una città mitica, quindi, come impulso dell’animo: presagio di morte nel personaggio di Mann, lo scrittore Gustav Aschenbach (implicitamente l’autore stesso); scelta di vita nell’eroe russelliano, nel quale si ravvisa lo stesso Russello.

Due scrittori, quindi, che sentono entrambi il contrasto tra l’essere e il dover essere. Entrambi trovano a Venezia l’inferno dal quale vogliono uscire: sotto forma di un amore omoerotico in Aschenbach, vissuto soltanto nella sua mente allucinata; sotto forma di una continua alienazione sul posto di lavoro nell’io-narrante di Russello, professore di lettere costretto a fare i conti con l’ufficio-girone infernale di una banca.   

La simbologia delle due opere è chiaramente dantesca, anche se in Mann il riferimento è più che altro ideale. In crisi morale, il professore Anschenbach è vittima di una peccaminosa inclinazione per un bellissimo efebo polacco, confusa con il vagheggiamento della perfezione dell’arte (inferno). Ma questo sogno irrazionale, vissuto ad occhi aperti in una Venezia spettrale per il colera, si alterna alla consapevolezza della sua abnormità (purgatorio), fin quando la morte fisica del protagonista ne impedisce la realizzazione, sancendo l’intangibilità e l’immortalità dell’arte (paradiso).

Ne “La danza delle acque” l’impostazione dantesca è più strutturata. Il libro è diviso in tre Letture, la prima Pittorica, la seconda Musicale e la terza Acquatica o Vitrea, che corrispondono in modo palese alle tre Cantiche di Dante: Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Le tre Letture, infatti, si chiudono tutte con un verso tratto dalle cantiche della Divina Commedia: ritornammo a rivedere le stelle (Inferno); puro e disposto a salire a le stelle (Purgatorio); l’amor che move il sole e l’altre stelle (Paradiso).

Arrivato a Venezia per lavorare in banca, l’eroe di Russello non pensa “a numeri o a calcolatrici, ma a lembi di mosaico, a fasci di colonne gotiche nei palazzi patrizi e a scorci di canali azzurri “, volendo rivivere i sogni dell’infanzia e dell’adolescenza, con le ombre dei 120 Dogi che  da bambino, in un punto nativo della Sicilia, raccoglieva amorosamente in un quaderno come si raccolgono francobolli o figurine di calciatori. Ma l’ufficio-inferno della banca è popolato da aguzzini e carnefici, i suoi superiori, che impongono a tutti il decalogo del perfetto burocrate, con al primo posto “lasciar perdere le lettere e le arti e darsi ai numeri” e tutta una serie di doveri paradossali da rispettare. Nella simbologia onirica di Russello, gli impiegati della banca sono soggetti ad un autentico lavaggio del cervello e al controllo psicotico della loro vita privata, come se si trovassero in un campo di concentramento nazista.

Nella seconda lettura (Purgatorio) la musica come purificazione dell’essere ed elevazione dello spirito costituisce una sorta di antidoto alla dura realtà esistenziale. Qui troviamo, anzi, un’ulteriore analogia con l’opera di Thomas Mann. Mentr’era a Venezia nel 1911, quando scrisse la novella, lo scrittore tedesco seguiva sui giornali le notizie sulle condizioni del musicista Mahler, morente a Vienna. L’evento fu così sconvolgente che egli, di Mahler, non solo diede al suo personaggio il nome, Gustav, ma addirittura la descrizione del suo aspetto. Quindi, il professor Aschenbach raffigura l’emblema del genio della musica che eleva lo spirito dalla dissoluzione, così come in Russello la Lettura musicale serve ad esaltare la transizione verso il completo lavacro dell’anima, che avviene nella terza ed ultima parte del romanzo. Nel surreale maremoto che la sconvolge, Venezia, sommersa e fluttuante con palazzi, uomini e cose, si confonde con la città vitrea,  artificiale e artificiosa, per assumere  connotati mitici, dove bello, buono e giusto confluiscono, fondendosi verso l’alto nell’amore supremo che unisce tutto. La visione acquatica di Russello, come quella di Mann, è “l’approdo indescrivibile”, l’unico a rappresentare l’assoluto dell’arte, come indescrivibile per la lingua umana è il paradiso dantesco. E come Mann, con uno stile tutto suo, sperimentale e lieve, Russello alterna alla prosa fluente brani di sublime poesia.

 
SCHEDA DELL’AUTORE
 

Antonio Russello nasce a Favara il 19 agosto 1921. Emigra al Nord, insegnando poi per trent’anni Lettere italiane a Treviso e nella Marca. Muore a Castelfranco Veneto (Treviso) il 26 maggio 2001. Di lui sono stati  pubblicati sei romanzi, ma molti manoscritti sono rimasti nel cassetto, ingiustamente obliati. Sono stati rappresentati cinque testi teatrali. Vantò una finale al Premio Campiello. Collaborò alla terza pagina di quotidiani e riviste letterarie. Scrittore di grande spessore culturale, tanto apprezzato quanto incompreso.
Scoperto da Elio Vittorini, nel 1960 pubblica presso Mondadori La luna si mangia i morti. Nel 1963 La grande sete (Rebellato); sempre nel 1963 Siciliani prepotenti (Ronchitelli). Opere teatrali:

Ruderi, 1946; La terra, 1946; Racconto della luna, 1973; La ballata degli uomini verdi, 1975; Lo specchio, 1985; Inventare i nanetti, 1985.

La casa editrice Santi Quaranta ha pubblicato L’isola innocente (2002) La luna si mangia i morti (2003); Storia di Matteo (2004); La danza delle acque (a Venezia), 2005; Siciliani prepotenti (2006).

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