Leggendo l’ultima opera di Matteo Collura mi sono ancora una volta domandato quanto di proprio ci sia degli autori nei personaggi, e quanto quello che si scrive corrisponda alla verità. Interrogativi amletici, ma non privi di indubbio fascino. A chiarimento di quanto sopra, appare suggestiva la risultante dell’unione dei titoli delle ultime due opere di Collura:“In Sicilia qualcuno ha ucciso il generale”. E in effetti la new novel “Qualcuno ha ucciso il generale” costituisce il particulare guicciardiniano rispetto all’affresco generale dell’isola, che il poliedrico scrittore agrigentino ci aveva già tramandato con il suo viaggio sentimentale di “In Sicilia” d’impronta sciasciana.

Deduzione o induzione, dall’universale al particolare o dal particolare all’universale, gli elementi narrativi costituiscono per lo scrittore una sorta di arte combinatoria che non ha tempo o età, perché alla fine l’opera, i personaggi, le situazioni si staccheranno per vivere una loro concretezza oggettiva, tanto più duratura e eterna, quanto più rimarranno impressi a futura memoria – per mutuare un’espressione di Sciascia – nella fantasia della gente.

Prendiamo il Don Chiosciotte. Non ne dobbiamo ricavare l’assioma che vuole il personaggio più famoso del suo autore? E quando si dice “lottare contro i mulini a vento” ci si fa riferimento alle immortali parole che Miguel de Cervantes scrisse, oppure all’immagine dell’intramontabile Cavaliere della Mancia?  

Lo scrittore è un inquisitore per eccellenza, direi per antonomasia: ricerca, valuta, scrive, si ferma, riscrive (la mia poetica è il riscrivere dice Sciascia), ritorna a cercare, senza soluzione di continuità. Ma è pur sempre un tramite, è la fantasia pura che filtra la realtà sub specie aeternitatis. Sarà la sensibilità, il suo ésprit de finesse a determinare, durante la ricerca, che cosa e quando pubblicare, pur non essendovi nel suo laboratorio alcunchè di definitivo. Possiamo dimenticare Goethe, che fino agli ultimi giorni di vita pose mano a ritoccare la sua opera incommensurabile, il Faust? E come non ricordare Pirandello che sul letto di morte dettò al figlio Stefano lo schema dei Giganti della Montagna, rimasto incompiuto? Lo scrittore vuole l’immortalità, ma l’immortalità è la sua scrittura.

In una intervista a Claude Ambroise Sciascia diceva:”Lo scrivere è imprevedibile quanto il vivere

E Claude Ambroise in “Verità e Scrittura”, a proposito dell’opera di Sciascia, osserva:”Scrittura della verità o verità della scrittura: in uno scrittore, il problema della verità è, per forza, reperibile nella pratica della scrittura

Sciascia, scrivendo, non inventa quello che vuol dire, ma dice quello che vuole inventare. Cosicchè fantasia e verità sono tutt’uno. Sarà lo strumento narrativo, l’ordito, la forma a renderci la rappresentazione della realtà, che per Sciascia non è mai esatta, definitiva, nella misura in cui rispecchia un’interpretazione; ma diventa oggettiva nel momento in cui l’interpretazione del lettore coincide o s’immedesima con quella dell’autore. Ed allora è lì che troviamo l’importanza di Sciascia maestro di comunicazione, che costringe il lettore a parteggiare, a schierarsi, in una parola a condividere. Lo strumento narrativo – prevalentemente il giallo, l’inchiesta, l’impostazione polemica, l’indagine psicologica, il libello – è un espediente per ravvivare i discorsi di fondo e per condurci con criterio illuministico ad una conclusione.

Per rimanere in tema con l’epopea garibaldina, nella quale si situa anche il personaggio Giovanni Corrao di Matteo Collura, esemplare miscela di invenzione e ragione è il testo narrativo “Il quarantotto” de “GLI ZII DI SICILIA”, dove Sciascia ci fornisce tante visioni del modo di essere dei siciliani di quel periodo: l’io narrante, un giovane, che aderisce immediatamente alle lotte antiborboniche, seguendo Garibaldi; il barone borbonico, voltagabbana che fa buon viso a cattivo giuoco, accogliendo e ospitando degnamente con la coccarda tricolore al petto Garibaldi, non prima di essersi liberato dei ritratti e delle stampe di Re Ferdinando e di Pio nono, e di aver dichiarato, relativamente al re, “io della sua sorte me ne fotto e so quel che fare per la sorte mia”; la disimpegnata Donna Concettina che casca dalle nuvole a sentire parlare di Garibaldi, che credeva un brigante, mandando in bestia il barone:”…Quello sta mettendo il mondo sottosopra, da una settimana non facciamo che parlare di lui, e voi venite a domandare chi è…”  

L’atteggiamento narrativo-immaginativo dà risalto, ancora, alla bonomia di un Garibaldi vincitore che compatisce e all’introspezione razionale dell’animo siciliano da parte del poeta padovano Ippolito Nievo, intendente di Garibaldi, non tenero con i siciliani ossequienti come il barone borbonico o ai garibaldini avvocateschi come il funambolico Crispi, ai quali preferisce i siciliani che parlano poco, ma agiscono molto per la causa. Ritratti tutti misti di storia e allusione, accentrati in situazioni remote, ma che possono riferirsi benissimo al periodo contemporaneo allo scrittore o ai nostri giorni (pensiamo ai temi del disimpegno, del qualunquismo, del trasformismo, della liturgia della retorica). La visione pessimistica, travestita dal gusto del fabulare, comunque, non esclude la speranza, in quanto l’illuminismo di fondo non si arrende al caos. Il rifiuto dello scrittore tra ironico, satirico, drammatico nei confronti di determinati modi di essere, immanente in tutte le opere anche nei confronti della società mafiosa, crea sempre un’attesa di riscatto. Basti pensare alla chiusa de “Il giorno della civetta”:

Bellodi si sentiva come convalescente: sensibilissimo,

tenero, affamato. ‘Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto.’ Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. ‘In Sicilia le nevicate sono rare’ pensò: e che forse il carattere della civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po’ confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato.

“Mi ci romperò la testa” disse a voce alta.
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