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“La luna nel Caos”, il titolo suggestivo, quasi misterico, della mostra pittorica di Vincenzo Sciamè, ha fornito spunti di riflessioni notevoli, durante la presentazione dell’evento nella Sala Convegni della Biblioteca-Museo Regionale “Luigi Pirandello”, che il suo Direttore, architetto Calogero Carbone sta rilanciando alla grande con impegni ravvicinati di notevole spessore culturale. Il filosofo critico, o il critico filosofo, premio internazionale “Nietsche” 1980 per la filosofia, Bent Parodi di Belsito, l’ultimo dei Gattopardi, discendente della famiglia cugina di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e dell’indimenticato poeta Lucio Piccolo, Presidente della Fondazione Famiglia Piccolo, ha spiegato il canovaccio del titolo (quasi recitandolo a soggetto, visto che ne ha parlato a braccio con scorrevolezza d’eloquio quanto con profondità d’accenti). Per esprimere in sintesi il succo della prolusione, ricorriamo all’ossimoro: è stata una bella lezione di filosofia, ma non è stata una “lezione” filosofica: nel senso accademico della parola, va da sè. Bent Parodi, già grande giornalista per 38 anni del Giornale di Sicilia (direttore responsabile dei servizi speciali), a suo tempo Presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e attuale Consigliere Nazionale dell’Ordine, ha lasciato da parte l’esperienza curiale e ha lasciato fluire il sentimento, evidenziando con dovizia di riferimenti il significato della presenza lunare e della “diade”, nelle opere di Pirandello e di Sciamè, come atteggiamento speculare e caratteristica precipua dell’intima natura siciliana, di cui Pirandello, in letteratura, e Sciamè in pittura, sono forme archetipiche di primario e superlativo livello, forse primordiali; in quanto sono riusciti a cogliere nel loro io, più degli altri, l’ambivalenza di essere e dover essere, di vita e morte, di pieno e vuoto, di finito ed infinito, di sole e ombra, di luce e buio, di ragione e cuore. S’intende, non in senso manicheo, ma come modalità di composizione della coscienza, che è sì un unicum, ma al tempo stesso dissecazione. Dal punto di vista simbolico, la Luna incarna da sempre questo rapporto ambivalente, che non si riverbera soltanto sulla natura (maree, mondo vegetale, animale ecc.), ma sull’interiorità dell’uomo. Sole e Luna sono interdipendenti. Il Sole illumina ed è il conoscente, la Luna è illuminata ed è il conosciuto. La Luna s’incarna nella Gran Madre creata per la fecondazione, principio della vita. La Luna nasce, declina e muore, ma rinasce, cresce per poi rimorire, in eterno: così la vita. Pirandello colse questa ambivalenza e per questo rimane eterno. Sciamè, in pittura, è riuscito a riprodurre l’arte di Pirandello nei suoi quadri, contrassegnati da un bicromismo di fondo, con contrasti violenti di rossi (sempre presenti), neri e azzurri. E quasi in tutti i temi la Luna, presenza indiscussa dello iato tra realtà e idealità, tra fisica e metafisica. Così vediamo un olivo saraceno spaccato a metà (io diviso, o l’olivo fantasticato da Pirandello in punto di morte per I Giganti della Montagna, “mito” rimasto incompiuto);

L'olivo saraceno del Caos

Mattia Pascal strabico che sembra dire amleticamente: sono o non sono? La mostra, per essere apprezzata, va vista e non vogliamo anticiparne tutti i temi. Ma va detto che Sciamè non è solo pittore, che conosce la tecnica e la tonalità dei colori. Vincenzo Sciamè è essenzialmente “poeta, nel significato più pregnante della parola, secondo l’etimologia greca. La madrina e relatrice della mostra, pronipote del Premio Nobel, Renata Marsili Antonetti, che vive a Velletri, dove vive pure Vincenzo Sciamè (coincidenza degli incontri), ha posto in risalto la cifra poetica del pittore di Sambuca di Sicilia, ricordando i suoi giudizi espressi sui suoi stessi quadri con autentiche poesie. E nelle tele esposte vi è un’osmosi perfetta tra arte e poetica pirandelliana, tra pittura e letteratura.

 


Su Pirandello pittore voglio proporvi di seguito un mio articolo comparso nel 2005 sul mensile “Portadiponte” che riporto nel post sottostante.

 

 

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