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La signora Dalloway era entrata nella camera di Jacob per riordinare. Il figlio l’aveva sentito chiudere la porta un’ora prima, ma lei s’era girata sull’altro fianco per riaddormentarsi: era domenica e aveva il tempo d’impigrirsi, nella lentezza dell’essere. Ora, alzandosi aveva pensato di rimettere subito in ordine la camera di Jacob. Si disse che Yzma aveva sempre ragione: duplice sei, le aveva sempre ripetuto la sua amica, solare come sempre nei suoi giudizi e nei suoi consigli. Se la trovava sempre, però, in ogni occasione, come dev’essere un’amica. Nello stagno del mondo la vita è una batracomiomachia si dicevano spesso, sorridendo: le donne gracidano e gli uomini rimangono prigionieri, come i topi. Ma era teoria: Orlando s’era invaghito di lei, ma presto s’era stufato e se n’era andato a vivere con Sackville, quella snorfiosa che arricciava sempre il naso e l’avevano etichettata la lady. Andò ad aprire il balcone e il primo giorno di primavera inondò la stanza. Chissà dov’era Jacob, a quest’ora! Il faro, però, era sempre lì, aereo e svettante in tutto il suo fulgore sul mare azzurro. Strana la vita, hai una cosa sempre a portata di mano, ti riprometti di approfittarne e non lo fai mai. Decise che avrebbe fatto questa benedetta gita al faro, un giorno o l’altro. Magari con Batsceba, che glielo aveva ricordato. Mi evoca un’isola frisona della mia Olanda, aveva detto, ho sempre desiderato di vederla e non ho trovato mai il tempo. La signora Dalloway pensava, giorno e notte, che il tempo è una successione di atti e, tra un atto e l’altro, trascorre tutta la nostra vita. Già, la gita al faro era da fare, bisognava decidersi ad uscire dalla duplicità. Cominciò a rassettare. Ah, i giovani d’oggi che non hanno mai tempo per mettere in ordine, pur avendo una stanza tutta per sé. Jacob, al solito, era uscito precipitosamente per partire per quella crociera che aveva sognato da almeno un mese. Un vero pandemonio, aveva lasciato aperto perfino il computer. Caro ragazzo, però. Con la sua presenza, non le aveva fatto sentire la mancanza di Orlando. Lui, il padre, lo vedeva di tanto in tanto. Così, per forma: lui era il figlio e Orlando il padre. Se ne andavano al bar a bere un cicchetto, discorrevano del più e del meno, si scambiavano veloci impressioni: tutto lì! Ah, il tempo come pesa al genere umano. La sua amica Ihada, che valeva l’impareggiabile Yzma, vulnerabile però nei suoi sogni ad occhi aperti, era sempre ingabbiata nella trama del tempo. Sempre a correre, a scapicollarsi tra la scuola, dove insegnava, e le prove teatrali. Chi lo disse, la vita è un’impresa faustiana? Sicuro, ci si immerge come in un pozzo, lo Spielberg lo chiamava Ihada. Siamo le onde che vanno e vengono, batteva su quel tasto Ihada, viaggiamo sempre. Già, lei viveva tra le nuvole, nel regno di Paperopoli. Almeno, il sogno ti gratifica e rimargina le ferite dell’anima. Anche se la vedeva poco, meritava d’essere annoverata tra le migliori amiche. A differenza di Batsceba, sulla quale ancora aveva qualche riserva, come del resto su Simona Tonk e Percy, che sembravano ritrarsi. Gentilissime e tolleranti, neanche a dirlo. Ma lei, Dalloway, aveva teso la mano, a cuore aperto, ma ancora non aveva trovato una risposta piena. Tiziana Rosa invece era misteriosa. Affascinante, ma lunare: appariva e spariva nella notte dell’esistenza. Sembrava la luna pirandelliana di Ciaula, che mette angoscia, ma è là nel cielo a fugare il buio della notte. Gli anni possono trascorrere così? s’interrogò allo specchio di Jacob, cogliendo la sua immagine, diversa da quella che sentiva dentro di lei. Lunedì o martedì, avrebbe fatto partire inviti per tutti, per la gita al faro.

 
 
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