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Etica & Valori               Luigi Pirandello: dovere, libertà e sofferenza

 

Luigi Pirandello ebbe della sofferenza, già sul finire dell’ottocento, quando infuriò la reazione antipositivistica con il neokantismo, la filosofia dei valori, l’idealismo e il bergsonismo francese, una visione assai moderna, avant lettre. Basti pensare che già nel giugno 1902 lo scrittore agrigentino, in La settimana, aveva pubblicato la novella “Il gancio”, che uscì poi nella raccolta “La vita nuda”, edizione Treves 1910, con il titolo “Il dovere del medico” e tale rimase nell’atto unico, rappresentato per la prima volta alla Sala Umberto di Roma, il 20 giugno 1913, dalla Compagnia Teatro per tutti, diretta da Lucio D’Ambra e Achille Vitti.

L’umorismo Pirandelliano, esplodendo sin dal titolo “Il gancio”, intese esprimere ex professo l’attaccamento artificiale alla vita, non voluto dal malato, ma dalla pervicacia del medico che “doveva esercitare la sua bravura, valendosi di tutti gli espedienti della sua scienza e che oltre a questo suo compito materiale e limitato non vedeva nulla, non pensava a nulla.”

E il dramma del personaggio, Tommaso Corsi, che uccide per autodifesa il marito dell’amante e tenta subito dopo di suicidarsi, si scontra in modo lacerante con il dovere del medico Vocalòpulo (Lecci nella commedia), appassionato, “fissato” di salvare ad ogni costo la vita del moribondo e di far trionfare, senza alcun’altra preoccupazione, la scienza. Il medico pirandelliano rappresenta emblematicamente l’impassibilità della scienza, di quella scienza potente, a volte troppo “miracolistica”, che “non vede uomini, ma casi da studiare…quasi che le infermità umane dovessero servire per gli esperimenti”.

Il corno del dilemma moderno, che Pirandello colse con una sorta di preveggenza, sta racchiuso in termini radicali nei seguenti interrogativi: fino a che punto “agganciare” il malato alla vita, a quella vita che non è vita, come aveva detto, prima di Pirandello, il suo illustre concittadino, il filosofo Empedocle? e fino a che punto il medico e la scienza possono decidere in vece del malato o di chi per lui, addirittura costringendoli?

Questo primigenio quesito, da esistenziale, diventa universale, assume i connotati di querelle morale, filosofica, politica, religiosa, modo  di essere e d’intendere di un’intera società, che non va risolto soltanto con terapie normo-organizzative, che possono agevolare, ma non essere esaustive.

La grandezza di Pirandello fu di avere tradotto in maniera inimitabile, filosofico-letteraria, l’assurdità della sofferenza umana, sino alle sue estreme conseguenze. In particolare, in due novelle, precorrendo i tempi, descrisse l’inceppamento del sistema nella creazione di ospedali dispersivi e incomunicabili (La mano del malato povero) e il dissidio immanente nell’animo umano, diviso tra l’esigenza del corpo a sopravvivere e il diritto della mente a porvi fine (Mentre il cuore soffriva).

Temi, tutti questi pirandelliani, che, al di là delle soluzioni più o meno condivisibili, sono trapassati perentoriamente nei nostri giorni e con i quali non finiremo mai di confrontarci. Ma non sono temi che appartengono soltanto al comparto sociale della Sanità e ai suoi assetti. La Sanità è una parte del tutto, della convivenza umana, e i suoi problemi sono omologhi a quelli dell’intero consorzio sociale. La parte migliora, se migliora il tutto, e viceversa.

Come disse Blaise Pascal, l’esprit de géométrie, l’episteme, la scienza, non sono tutto. E’ dal “coeur”, dall’esprit de finesse, dalla sensibilità, dal profondo dell’anima, dall’infinito dell’uomo che possono arrivare i cambiamenti radicali e le inversioni di tendenza. Non si tratta di promulgare leggi nuove e di scoprire uomini nuovi, che pure sono utili e necessari, ma piuttosto di lanciare – o ri-lanciare – visioni nuove, ritrovando lo spirito autentico dell’umanità, di un nuovo Umanesimo. Nella Sanità, come negli altri comparti sociali, alberga invece una logica troppo mercantile; prevalgono assai spesso la schizofrenia dei protocolli, il feticismo dei mezzi e dei macchinari, l’ansia dei risultati a tutti i costi, che ci fanno trascurare il fattore umano e il suo contesto. Per converso, dovremo tornare ad occuparci e a pre-occuparci, come tanti Diogene, di “cercare” a tutti i livelli con il lanternino (a guisa dell’Anselmo Paleari del Fu Mattia Pascal) le opzioni umane, mettendo sempre al centro del sistema il malato e i suoi bisogni.

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