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Avevo un debito d’onore con la carissima amica splinderiana (e perciò più che splendente) Dalloway66. Voglio soddisfarla subito con un post di una recensione pubblicata sul giornale agrigentino Portadiponte. Neanche a dirlo che il servizio è collegato alla sua e alla mia adorata Virginia Woolf.

 

Tra i “chierici vaganti” che hanno raggiunto Agrigento in varie epoche, Liborio Triassi ha avuto il merito di “ripescare” un inglese doc, lo scrittore Edward Morgan Forster, del cui transito nella Città dei Templi s’ignorava tutto. Nel suo saggio-inchiesta “Passaggio a Girgenti”, che strizza l’occhio allusivamente al titolo del capolavoro di Forster, il romanzo “Passaggio in India” (1924), Triassi ci fornisce, di questa visita, una ricostruzione puntuale, oltre che efficace e verosimile, che è anche l’occasione – o il pretesto – per una disamina, attenta e minuziosa, della Girgenti del primo novecento, vista soprattutto dall’esterno, cioè con l’occhio obiettivo e spassionato di chi viene da fuori. Il quadro d’assieme appare significativo e inoppugnabile, a darci una spiegazione del “perché” intellettuali di livello mondiale da sempre “hanno voluto” fare tappa ad Agrigento, e dovrebbe far meditare l’establishment politico-culturale nel recupero di questo valore assoluto.

Ma il pregio dell’opera di Triassi non è, soltanto e semplicemente, documentario, assumendo piuttosto connotati critico-letterari di spessore europeo, in considerazione del fatto che  lo studioso e linguista agrigentino, con il suo libro, ha individuato un reperto di una autenticità unica: il primo racconto dello scrittore londinese, Albergo Empedocle, interamente ispirato dalla visita agrigentina, che costituisce – cosa ancor più rimarchevole – una sorta di manifesto culturale “ante litteram” di Forster e del gruppo di cui fece parte.

Il Bloomsbury set fu un circolo letterario, formato dagli “apostoli” del Trinity College e del King’s College di Cambridge, seguaci del filosofo G.E.Moore (tra gli altri,  vi fecero parte E.M.Forster, B.Russell, L.Strachey, J.Maynard Keynes, L. Woolf, i fratelli Stephen), che intorno al 1907 cominciarono a riunirsi nel quartiere londinese di Bloomsbury, nella casa di Virginia Stephen Woolf e della sorella Vanessa, sposata con il critico d’arte Clive Bell. Questo gruppo di aristocratici intellettuali fu destinato a dominare la letteratura inglese tra le due guerre mondiali, il cui indiscusso interprete e catalizzatore fu la celeberrima Virginia Woolf, suicidatasi a 59 anni nel 1941.

In modo particolare, il saggio pone l’accento sull’influenza che ebbe sul corpus forsteriano la Teoria del  Viaggio in senso lato, intesa soprattutto come tempo di recupero del passato e della memoria, che producono, come distensio animi, mutamenti all’interno dell’individuo e si proiettano con coinvolgimenti nei confronti degli altri simili (tema caro anche a Virginia Woolf di Gita al faro, Tra un atto e l’altro, Signora Dalloway). Nel Bloomsbury set, gli approfondimenti letterari si basavano sulla discussione delle opere filosofiche di Moore (Principia ethica) e di Russell (Principia mathematica), per spingersi nei territori della logica e del linguaggio, con lo studio anche del pensiero di Ludwig Wittgenstein (Tractatus logico-philosophicus), filosofo austriaco approdato a Cambridge.   

L’apporto di E.M.Forster riguardò, ex professo, l’indagine dei rapporti umani, le loro contraddizioni e le inevitabili intersecazioni tra istinto e ragione. L’itinerario dell’esteta doveva cogliere tutti questi aspetti della personalità dei protagonisti, velandone il substrato in una forma adeguata e sfrondata da logiche troppo allusive, per fare emergere le contraddizioni legate alle convenzioni, alle abitudini, ai pregiudizi. Cogliere il “senso comune”, sì, ma evitando giochi linguistici pacchiani o sboccati. In questa temperie, Forster, che aveva viaggiato molto, fu in grado di offrire spunti originali e inimmaginabili, con refluenze anche sull’opera di Virginia Woolf. Basti pensare a La crociera e, soprattutto, a Gita al faro, capolavoro della scrittrice, che costituisce un viaggio sognato che si potrà realizzare molti anni dopo, con il tempo che ha finito per cambiare la realtà e l’integrità delle persone; per cui, in conclusione, l’autenticità della vita per la Woolf consisteva nei “momenti d’essere”, visione giustificata peraltro dalle sue gravi e intermittenti crisi di depressione. Su questa falsariga, il racconto Albergo Empedocle di Forster è antesignano di questi approdi letterari, in quanto riscopre il concetto della “filia” greca di Akragas e dell’”amicizia” empedoclea che l’aveva rappresentata filosoficamente.

L’intuizione etica dello scrittore londinese, suscitata dal suo viaggio a Girgenti, in un bagno di classicità e di filosofia, si riverberò sul modo di porsi di tutto il gruppo, che finì per propagandare il liberalismo e l’anticonformismo, in un periodo di intolleranza politica e sociale. Forster fu un difensore dei diritti umani, fino a diventare il primo presidente del National Council for Civil Liberties. Ma tutto il gruppo si distinse nel propugnare i valori della libera personalità dell’uomo e dell’artista. Virginia Woolf, figlia d’arte (il padre Leslie era storico e critico) e sorella di Thoby, uno degli apostoli di Cambridge, fu una convinta paladina del riscatto della condizione femminile.

Sarebbe interessante, se l’autore di Passaggio a Girgenti potesse approfondire il valore del racconto Albergo Empedocle nell’economia dei valori estetici di Forster in relazione a quelli del gruppo, e in particolare alle tematiche della Woolf. E’ singolare la coincidenza della sostanziale fine dell’attività di Forster romanziere con la piena esplosione del genio artistico di Virginia Woolf, quasi che la sua esperienza e quella di tutto il gruppo fossero state messe al servizio della più famosa scrittrice. Un mistero che potrebbe giustificare un ulteriore saggio da parte di Triassi, che possiede all’uopo un notevole archivio e potrebbe attingere al ricco epistolario della scrittrice londinese.

 

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