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RECITARE A SOGGETTO

Da qualche tempo a questa parte mi sono interrogato sull’arte dei conferenzieri. Vi sono in proposito due scuole di pensiero:

1 la prima predilige che il conferenziere  debba essere, più che un comunicatore, un oratore, che stupisce e persuade l’uditorio recitando a soggetto, parlando a braccio. In questo caso, il parlatore si distingue per la sua memoria, la forza dell’eloquio, la gestualità e tutte le altre doti esteriori, che prevalgono rispetto alla sostanza del discorso, anche  se, evidentemente, non la sopprimono;

2 la seconda tesi preferisce che il conferenziere prepari prima e legga poi il discorso in pubblico. In questa seconda ipotesi la conversazione viene predisposta a tavolino, ponderata, studiata e approfondita.
La preferenza di questo tipo fa appello alla necessità di ricorrere alla concinnitas per concentrare e sintetizzare tutta una serie di pensieri, non stancando il pubblico e non tediandolo con discorsi prolissi.

Fermo restando che la teoria del giusto mezzo sarebbe sempre la migliore e che nessuno è depositario della verità al riguardo, mi pare opportuno fare un parallelismo con la nostra vita.
Ci sono uomini che badano più al lato esteriore, al culto dell’immagine, all’apparire, alla modalità dell’avere. Per loro la vita è relazione soltanto in funzione del loro ego. Gli uomini di questo tipo s’interrogano poco, marciano spediti, fermandosi poco a pensare: per loro la vita di relazione non implica l’altro, l’uomo, ma è votata, se non alla prevaricazione, alla espansione del loro potere in tutte le sue applicazioni e implicazioni. La vita per loro è uno spartito musicale dove si suona soltanto la loro musica.

Gli uomini del secondo tipo, viceversa, sono quelli che si riservano il tempo di capire, soprattutto gli altri, di cogliere il senso della vita, di conoscere i meccanismi nascosti dell’anima (propria e altrui).
I primi, in genere, sono quelli che appaiono sempre, che hanno un posto di primo piano. I secondi, invece, sono magari i sacrificati di turno, coloro che hanno più pudore, che soffrono a volte in silenzio e riescono a comunicare poco. In questo dissidio radicale, visto ex parte hominis, s’incarna la vita, proiettata tra l’essere e il dover essere, tra la modalità dell’essere e la modalità dell’avere, tra il primato del cuore e della ragione e quello dell’istinto e dei sensi.
Capisco che in ciò s’incardina il pensiero filosofico di tutti i tempi, ma l’occasione mi sembra propizia per chiarire e chiarirci se l’uomo attuale debba recitare a soggetto, secondo il momento, oppure debba trovare il tempo di fermarsi un tantino a riflettere, per proseguire poi il suo  difficile viaggio, carico d’imprevisti.

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