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Il Commissario Montalbano di Camilleri indaga
sul Pino e sulle Maschere Nude di Pirandello?


Sono in torto con Andrea Camilleri, non avendolo inserito negli amici del mio blog. Ma, avendo egli un sito tutto suo “Amici di Camilleri” e non disponendo io d’alcuna autorizzazione ad hoc, non mi sono avventurato in un’impresa azzardata, non corretta peraltro sotto il profilo deontologico. Ma di Camilleri mi professo grande amico, convinto come sono che sia ormai diventato un giallista d’universale livello, che ha avuto la capacità e la genialità, primo al mondo, di supportarlo con l’invenzione di un gergo dialettale che fa tutt’uno con l’originalità delle storie. Ora per ripagarlo di questo torto subito, cerco il riscatto, offrendo una serie di indizi per il suo intraprendente commissario Montalbano, ormai entrato di diritto nei fasti della letteratura giallistica di ogni epoca. Già, perché i detective, contrariamente a quanto avviene in Italia, all’estero si studiano all’Università. Mi consta per certo, ad esempio, che all’Università di Saint Andrew di Edimburgo, la più antica della Scozia, si tengono corsi, oltre che su Pirandello, anche su Sciascia e Camilleri. Ora, l’importanza internazionale di Camilleri mi pare un buonissimo motivo per scomodare il commissario Montalbano ad indagare sul possibile attentato alla Valle dei Templi di Agrigento, patrimonio dell’Umanità, sul possibile scempio del magnifico panorama che si gode dalla Casa Natale di Luigi Pirandello e dall’altopiano del Caos, che potrebbe essere turbato dal passaggio di navi gasiere e da uno stravolgente impianto di rigassificazione. Addio romanticismo di visite sentimentali alla ricerca della civiltà perduta. Mi sembra poi che il Commissario Montalbano possa indagare sul furto degli originali delle due “maschere nude” (avvenuto anni orsono) realizzate dallo scultore Mazzacurati, il quale le pose, a perenne memoria, sulla rozza pietra della campagna agrigentina, sotto il famoso Pino, anch’esso spezzato nel 1997 da un uragano.

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Il celeberrimo Pino del Caos, in prossimità della Casa Natale di Luigi Pirandello ancora integro e il cippo con le maschere nude  ancora non  rubate.

A testimonianza dell’importanza dei luoghi del Caos, tracciamo in parallelo una sintetica biografia ragionata di Pirandello e del Pino, sotto il quale lo scrittore mosse i primi passi di bambino e di letterato. Montalbano, ci sembra, potrà disporre di materiale adeguato per condurre un’inchiesta come si deve, avvalendosi peraltro delle prove inoppugnabilii, fornitegli dal suo creatore e mentore, Andrea Camilleri, con il formidabile libro “Biografia del figlio cambiato”. Un’altra pista che l’inossidabile Commissario potrebbe seguire è quella della nascita di Pirandello, se sia cioè avvenuta a Girgenti (Agrigento di un tempo) o a Porto Empedocle, visto che Casa Natale del Caos è posta a soli trenta metri dal confine tra i due comuni, in territorio agrigentino. I cittadini di Porto Empedocle, tra i quali Andrea Camilleri, hanno più volte rivendicato la cittadinanza empedoclina di Pirandello, se non altro per la motivazione palese che la famiglia di Don Stefano dimorò per tutta la vita nella città marinara, patria di Camilleri. Ma questa potrebbe essere un’altra inchiesta alla Montalbano, alle prese con il difficile problema di mantenere le distanze dal suo creatore e nume tutelare, per essere al di sopra di ogni sospetto.

 

ALLA RICERCA DEL PINO PERDUTO


LA CASA ROMITA


Chi, un tempo, dalla Passeggiata e da ogni altro Belvedere della città, avesse voluto individuare, di primo acchito, la Casa natale di Luigi Pirandello, non aveva che da volgere lo sguardo a sud-ovest, verso il porto, per trovare a occhio nudo quel pino poderoso “dall’immensa cupola intramata di neri bronchi, di cielo chiaro e di fosco verde”.


Un pino aereo, ma contorto, in equilibrio precario, che la natura aveva osato collocare, quasi per caso, in contrada Caos, “su l’altipiano d’azzurre argille, a cui sommesso invia fervor di spume il mare aspro africano”, come sfida perenne al tempo; così come il caso aveva voluto che Luigi nascesse nella vicina casa romita:


“Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna di olivi saraceni…Sarà cosa certa per altri che dovevo nascere là e non altrove e che non potevo nascere dopo né prima…

“IO SONO COME L’ALBERO”

Il Caso, anagramma di Caos, segna la sorte sempre sconvolgente degli uomini, ma anche degli alberi, e tutti i cangiamenti della natura avvengono senza che l’uomo o alcunchè si possa opporre “La terra è dura, e la vita è di terra. Un cataclisma, una catastrofe, guerre, terremoti la scacciano da un punto…”

Sotto quel pino, la bellezza indecifrabile della matrigna natura, Luigi, la intuisce subito, durante i primi giochi d’infanzia, con la morte di due fratellini di pochi mesi e della sorella Adriana di quattro anni. E poi vengono le iniziali sfide pittoriche con la sorella Lina, le meditazioni poetiche, la composizione delle lettere a Giuseppe Schirò; nel rigoglio della natura in primavera, come negli arsi pomeriggi estivi; di giorno, con il cielo blu cobalto e il violaceo mare di Porto Empedocle; ed anche di sera, con quella luna splendente che traveste tutto d’incanto, ma che a lui non può nascondere il mistero di vivere.

Anche il pino, gigante della natura, come lui, è destinato a sperimentare la tirannia del tempo, la caducità e l’imprevedibilità della vita. Ma gigante, qual è, lotta da titano. Ha un’anima quell’albero: “io sono come l’albero”: sembra che partecipi, con il suo stesso cuore, alle gioie e ai dolori della famiglia. Impotente come lo scrittore, che non può volare in Sicilia, se non con il pensiero, attraverso il cordoglio impietrito del padre Stefano, il pino è testimone della durissima realtà della morte della madre di Luigi, l’antiborbonica Caterina, avvenuta proprio a Villa Caos.

E prima era stato muto testimone, il pino, della vicenda amorosa di Luigi con la cugina Rosalia, che al Caos era venuta a trascorrere lunghi mesi, per curare i suoi affanni d’amore; mentre lo scrittore, intransigente, se n’era andato a studiare all’Università di Bonn. E’ proprio sotto il pino del Caos che Luigi aveva annunciato, in una sua lettera, il fidanzamento ufficiale con la cugina, all’amico-poeta Giuseppe Schirò. 

Ma l’amletico Pirandello, il cui amore esclusivo è soltanto l’arte, non ha altre alternative che spezzare quel legame: a Bonn, a Roma, in capo al mondo, ma non nelle zolfare di Girgenti! Per lui conterà solo l’arte.

“LA PAZZIA DI MIA MOGLIE SONO IO”

Ma una moglie, una compagna per la vita, ci vuole!

E’ sullo stradone del Caos che a Luigi, qualche tempo dopo, viene fatta conoscere, da parte del padre, Antonietta Portolano. Antonietta ha un padre geloso e ha studiato, da interna, presso le Suore di San Vincenzo. In principio il fidanzamento sembra andare tutto a monte. Luigi, vinto dalla caparbietà d’Antonietta, invece la sposa e la porta in luna di miele nella casa natale. Quante volte il pino vede la novella sposa, di prima mattina, raccogliere i fiori di campo in quel mite gennaio, per portarli, pieni di rugiada, all’amato!

Ma la gelosia, bestia rabbiosa, è sempre in agguato! S’insinua in mille modi nel cuore della sposa; subdola, perché covata nel seno di una famiglia segnata. E a pagarne lo scotto è la piccola Lietta, la figlia prediletta dello scrittore, forse per questo diventata bersaglio: il tentativo di suicidio della ragazza allarga il solco tra i coniugi irrimediabilmente

Per lunghi mesi, nei suoi ritorni da Roma, è con mestizia che Luigi s’aggira sulle balze dell’altipiano, meditabondo, al limite di rottura, mentre si ripete:“la pazzia di mia moglie sono io”; uomo in gabbia, privo finanche di poter vedere i figli, che la madre s’era portati lassù, sulla collina, nella vicina Girgenti. E poi, a far precipitare gli eventi, la Grande Guerra, con la partenza sotto le armi del figlio Stefano, evento che finisce per travolgere definitivamente Antonietta. Quei giorni sono anche i più tremendi per il nonno Stefano, l’inossidabile garibaldino d’un tempo, già provato dal tracollo economico e fiaccato dalla recente perdita della moglie. Eccolo lì a disperarsi sotto il pino, mentre legge le struggenti lettere di prigionia del nipote, che porta il suo stesso nome. E Luigi, sempre speranzoso di riavere la sua vera Antonietta, al ritorno del figlio, deve arrendersi, allo stremo, all’ineluttabilità del destino, rinchiudendo la moglie.

Anche una casa di cura ha tanto verde, tanti alberi come quel pino del Caos. Ma non è la stessa cosa che andare, venire, uscire e rientrare liberamente, stare con i familiari: vivere insomma! Antonietta, incrollabile, non riesce a chiudere la sua corda pazza, e rimane, o forse vuol rimanere, prigioniera di se stessa, per sempre; e, per sempre, imprigiona e confina Luigi nella sua arte.

PREMIO NOBEL

Ma se si è genio, non si può non sopravvivere: basta chiudere il gorgo, e rimanere solo con la propria Musa, a costo d’atroci sofferenze. Il frutto del duro lavoro arriva con il titolo d’Accademico d’Italia; segue il massimo alloro, il Premio Nobel per la letteratura, a Stoccolma. Immensa soddisfazione, ma non felicità, se lei, Antonietta, l’unica vera donna della sua vita, è rimasta l’esclusa e se i figli scontano, tutti, le stesse amarezze del padre.

Premio Nobel? L’incredulità rimbalza nella cittaduzza natale. Anche coloro che non sanno cosa sia quel premio – e sono tanti – vogliono conoscere i dettagli della grandezza dell’illustre concittadino e dalla Passeggiata puntano il dito verso quel pino, diventato un simbolo per il mondo intero. L’albero, invece, non è per niente tronfio: sempre a lottare con gli elementi scatenati, sente la sofferenza degli anni, come il drammaturgo la sofferenza dell’arte. Non si può essere eterni, è vero, ma domi mai! Quante volte il Maestro, nelle sue rare visite ormai, l’aveva sentito esclamare: “ho tante cose da fare.

E lui, fuscello a confronto della natura, sempre in equilibrio precario, non vuole flettersi per l’eternità, almeno per ora. Vuole durare, per aspettare sempre il Maestro, anche se le sue visite sono sempre più rare, ora che la casa, dai Pirandello, è passata in mani private. Sono visite fugaci. Non ci sono più le riunioni di un tempo e l’allegria dei figli e dei nipoti che gli ruzzavano attorno.

E una fredda sera di dicembre, all’improvviso, sa per certo che non può più aspettarlo. Il Maestro s’è spento e, con lui, la sua arte.

IL TESTAMENTO

 Ma ci sono le ultime volontà, che vanno rispettate!

“Sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.”

Bisogna tirare avanti, dunque!

Passano però lunghi anni. La seconda guerra mondiale, con lo scoppio di una polveriera vicina alla casa e i bombardamenti continui, gli fanno temere il peggio. Ma passata la buriana della guerra e ritornata la pace, finalmente l’urna cineraria viene trasportata da Roma ad Agrigento e custodita nel Museo Civico di piazza Municipio, intitolata per l’occasione al Maestro. Nel mentre, la casa viene acquisita dalla Regione e l’urna, non ci sono più veti, può essere portata a Villa Caos.

Ma bisogna attendere ancora un lustro, perchè sia murata in una rozza pietra, presa dalla Rupe Atenea e ritoccata dall’insigne scultore Marino Mazzacurati. E dove, se non ai piedi dell’amato pino, dove il drammaturgo sedeva a meditare?

E’ QUI…FRA ALBERI ETERNI PER UN SOLO SEME

Il 10 dicembre 1961, giorno del 25° anniversario della morte dello scrittore, la cerimonia di traslazione delle ceneri, sotto il pino, è abbastanza sobria, anche se, tra le tante Autorità, ci sono tre personaggi che contano più di tutti, a rendere l’evento di risonanza mondiale. Impeccabile nella sua commozione, che riesce appena a mascherare dietro scure lenti, è presente con i suoi ricordi Marta Abba, impareggiabile interprete del teatro pirandelliano. E, per il mondo della letteratura, sono venuti, a rendere omaggio, Leonardo Sciascia, che scriverà saggi importanti sull’arte pirandelliana e il poeta Salvatore Quasimodo, per una visita da siciliano a siciliano, da artista ad artista, da premio Nobel a premio Nobel. Tra i numerosi studenti liceali presenti, Quasimodo mormora sommessamente, a mo’ di commemorazione, un suo verso: “è qui…fra alberi eterni per un solo seme”.

Riccobono2 Quasimodo al Caos, tra gli studenti del Liceo Ginnasio Empedocle, dove studiò anche Luigi Pirandello (10 dicembre 1961 25° dalla morte di Pirandello)


ALL’USCITA

Il mondo è una fantasmagoria meccanica, dice Pirandello; e la vita un grande teatro, nel quale si entra e si esce continuamente. Il regista è soltanto il Caso.

Il progresso inarrestabile, quel progresso meccanico tanto aborrito, però travolge tutte le cose. E’ stata chiusa la strada ferrata che, da sotto il Caos, conduce tortuosa a Porto Empedocle; ed è stata trasformata la sinuosa marina e il paesaggio circostante, che Luigi e la sorella Lina amavano dipingere sotto il pino. Non ci sono più i pani di zolfo, accatastati sulla spiaggia di Porto Empedocle, né le spigonare sul mare, pronte a trasportare il minerale ai vapori. Non ci sono più i grandi protagonisti: i vecchi genitori Stefano e Caterina, la sorella Annetta e il marito Alfonso Agrò e i bambini, che dall’ultima propaggine del Caos, con gli occhi umidi di pianto e i fazzoletti levati, salutavano Lina e Calogero De Castro, Luigi, Enzo e Giovanni, con la nidiata di figli, tutti sempre in partenza dalla stazioncina laggiù, a svuotare di colpo la Casa Romita. Non ci sono più i Personaggi dei drammi e delle novelle, che venivano ad assediare il Maestro, che non può più sedere sotto il pino. Sulla balza argillosa resiste, solitario come non mai, il vecchio albero, che tante storie di famiglia avrebbe ancora da raccontare. Arrivano, nella Casa Romita, diventata museo, visitatori, studiosi, scolaresche intere di tutto il mondo; per assaporare sensazioni in quest’oasi di silenzio, rotta appena dal murmure del mare.

Ora il pino si abbarbica alla vita, perché è rimasto da solo, assieme alla casa, a rappresentare, in questi luoghi, l’emblema dell’arte pirandelliana. E, come nel Vitalizio le vicine assistono notte e giorno il centenario Marabito, che si dispera per non essere padrone di morire, anche il pino viene accudito nel migliore dei modi. Dapprima gli danno le stampelle  – lunghe funi d’acciaio che ne sostengono il peso -, poi curano le sue malattie che isteriliscono i suoi rami. Ma quanto può durare, povero pino, afflitto dagli anni e dalle intemperie?

In una notte del 1997, una terribile bufera di vento, un piccolo ciclone concentratogli dall’impietosa natura, strappa inesorabilmente la sua chioma, che dalla città di Agrigento tutti avevano imparato ad ammirare, quasi religiosamente, sullo sfondo del mare africano.

Secondo il copione pirandelliano, tutto cangia, non può non cangiare. Ma l’eternità dell’arte e dei ricordi non si può cancellare, finchè è vivo il pensiero dell’uomo.

Un ricordo personale

Di quel 10 dicembre del 1961, mitissimo, mantengo un ricordo indelebile. L’altopiano del Caos era un pullulare di colori e gli alberi di mandorlo, in precoce fioritura, e gli ulivi saraceni erano un colpo d’occhio. Noi studenti del Liceo Ginnasio Empedocle, dove aveva studiato Pirandello, eravamo arrivati in pullman. Nell’attesa ci eravamo sparsi a crocchi a curiosare. Noi della 1^ B, un gruppetto sparuto, ci facemmo una foto ricordo (vedi sotto, io sono quello sorpreso dall’obiettivo a fumare).
Riccobono1

Fatta la foto, cercammo di agganciare invano Leonardo Sciascia, che stava confabulando con le autorità. Ci spostammo vicino alla scala che portava al primo piano della Casa Natale dello scrittore, da cui dovevano scendere gli studenti che portavano l’urna che doveva essere murata nella rozza pietra, sbozzata dallo scultore emiliano Marino Mazzacurati, che da giovane aveva frequentato la casa romana di Pirandello, essendo amico stretto del figlio pittore, Fausto. In quei paraggi, appartata in un angolo, riconoscemmo l’attrice Marta Abba, che veniva alla prima commemorazione del suo Maestro, dopo 25 anni dalla sua morte. Era in compagnia della sorella Cele e sembrava molto emozionata. Ci spostammo nuovamente nella zona del Pino, e lì individuammo Salvatore Quasimodo. Lo coinvolgemmo simpaticamente in una foto ricordo. Il premio Nobel fu disponibile e indugiò a colloquio con noi, parlandoci di Pirandello, Montale e dei lirici greci. Una vera lezione che ci entusiasmò. Quando il corteo giunse sotto il Pino, ci mettemmo dietro al Poeta e, nel momento in cui l’urna cineraria, venne murata nel cippo, lo sentimmo ripetere a bassa voce un verso di una sua poesia dedicata ad Agrigento:

è qui…fra alberi eterni per un solo seme”.

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