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LA PASSEGGIATA DI EMPEDOCLE

 <<…In breve tempo cresce la gioia degli umani, e in breve tempo precipita a terra, quando è scossa da contraria sentenza: effimeri; ma che cosa è uno, oppure nessuno? Sogno d’ombra è un uomo.>> (PINDARO)

Alla punta del giorno, Empedocle soleva fare la consueta passeggiata dal tempio di Asclepio a quello di Castore e Polluce, costeggiando prima i santuari di Era, della Concordia e di Ercole e attraversando poi le sacre rovine di Zeus Olimpico. Una prima pausa la faceva lungo la strada santa, all’altezza delle Catacombe, dove sedendo su un muricciolo se ne stava a scrutare il mare, in lontananza. E sempre si meravigliava come quell’elemento liquido, “l’ondoso mare”, destasse in lui sensazioni ancestrali. E sull’onda dei ricordi si rivedeva sul lido, a correre a perdifiato sulla sabbia dorata, in compagnia del fratello Callicratide, fino a quando entrambi si buttavano giù sulla battigia, ansimanti e sorridenti. Com’era bello il fratellino con i suoi occhi chiari e rilucenti, tanto splendenti da non poter celare all’occhio di chicchessia i suoi più reconditi pensieri. Il potere della bellezza: questo significava il nome impostogli dal nonno. Ed Empedocle lo invidiava, perché nato dopo di lui destinato dal nonno alla vita pubblica, avrebbe avuto la facoltà di scegliersi liberamente la sua vita. Ecco, lui ricordava benissimo le sensazioni di fastidio che gli dava la bellezza del fratello, lui che bello non poteva dirsi.  A nessuno l’aveva mai rivelato, a nessuno, neanche a sé stesso, come una colpa riprovevole, un insulto disonorevole, che andava celato. Quanti pensieri, anche i più strani, attraversano la mente di un uomo! quanti impulsi dell’animo, i più empi e sacrileghi a volte, affiorano alla coscienza, che poi la memoria riesce a ricacciare nell’oblio! Quanti secoli erano passati e quanti secoli dovranno passare, prima che l’uomo riesca a decifrare il mistero della sua vera essenza? Così s’era da sempre interrogato, mentre vedeva indaffarati gli uomini a rincorrere il loro interesse materiale, il particolare, prevaricando e soppiantando gli altri uomini: arroganza, ricerca del potere per il potere, ambizione di onori, narcisismo: tutta qui, la vita? Nemici, sì, nemici con i fratelli, i genitori, gli amici, nemici perfino con sé stessi, erano gli uomini. Chi era felice? Ed ecco, l’accolta stessa dei suoi discepoli, non era venuta alla sua scuola per una conoscenza che avrebbe dato loro potere e prestigio? Guardava il tempio della Concordia, con i primi raggi di sole che giocavano sulle colonne iridescenze incredibili. Quel tempio portava il nome del principio, della forza motrice del mondo e senza di essa non sarebbe esistito il bene; tutto sarebbe stato fagocitato dalla onnipresenza dell’astio, nel caos indifferenziato. A dividere è l’astio, a unire la concordia. Questa era, questa è, e questa sarà la legge di natura. Invece, quale vorticoso moto era la vita! Pensò quanto avrebbe impiegato l’uomo a capirne il mistero:

"Andrà errando tre volte diecimila stagioni"

 

Racconto breve di Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati (liberamente sviluppato dal racconto “Il tradimento del filosofo”, contenuto nel romanzo “Una contrada chiamata Consolida”).

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