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LA MIA AFRICA

Non sono mai stato in Africa, ma la considero un po’ mia. Vi era nata, da padre d’origine lucana e da madre toscana, la mia carissima mamma, nella città di Homs di Libia, a 125 km da Tripoli, dove il mio bisnonno console, s’era ritirato a vivere in una grande tenuta a metà strada tra la città e la vicinissima Leptis Magna (2 km), alla fine della carriera. Mia madre vi passò tutta la gioventù, prima di sposarsi e andare a Palermo con mio padre (parliamo degli anni venti del secolo scorso). Colta dal mal d’Africa vi ritornò poi per due anni, con mio padre e il primogenito ancora bambino, il primo di dieci figli. Lì nacquero due mie sorelline, morte poi a Palermo, ancora piccolissime. Dei posti e della vita che vi si svolgeva mi sono rimasti bei ricordi, attraverso le parole materne e paterne, che mi hanno dato la possibilità d’inventare una storia e di preparare la struttura di un romanzo, che si svolge tra la Libia e la Sicilia e che è piaciuta molto ai miei amici. Ma per tanti motivi, ho dovuto interrompere. Ora sto curando altre cose e ho accantonato il progetto. Tra i sogni della mia infanzia due sono quelli che ho accarezzato lungamente, ma che non ho potuto realizzare: conoscere la lingua araba e fare un viaggio in Libia.
Anche se si suol dire “non è mai troppo tardi”, la lingua araba non potrò mai conoscerla ed è un peccato.

Iscrizione araba Museo Leptis MagnaQuando vedo un’iscrizione che non posso decifrare, mi coglie un senso di fastidio e d’impotenza e ne ricavo anche una spiacevole sensazione di barriera mentale, che m’impedisce di potermi collegare al mondo della fanciullezza di mia madre.
Quand’ero ancora bambino, per addormentarmi, la mamma mi raccontava delle favole arabe, che mi schiudevano un mondo fiabesco, quasi incantato e mi davano dell’oriente una percezione di ampi spazi, di territori sterminati, dov’era bello andare o restarci. Mi raccontava in particolare una fiaba, sulla falsariga di Raperonzolo dei Fratelli Grimm, con variazioni sul tema, in maltese, arabo e italiano. Mi sono rimaste e mi ritornano in mente, come una musica, le sue parole

 

Tursina, Tursinella
lascia star la fedentina
e fa nonna in klabadina

Parole misteriose, che il principe della favola pronunciava alla ragazza, per farsi gettare la lunghissima treccia e salire nella casa senza porte nè scale, parole che allora mi facevano sognare. Ma anche mia madre, mentre raccontava, sognava ad occhi aperti quel mondo che non potè mai dimenticare: i suoi concerti di piano o d’arpa in salotto, a personaggi anche importanti del mondo arabo e della diplomazia internazionale, che si riunivano nella tenuta dei miei bisnonni. Per parte sua, mio padre mi narrava le storie dei Reali di Francia, dei paladini, d’Orlando e Rinaldo, di Carlomagno, di re Artù. Erano due visioni diverse, ma due mondi che s’incontravano, perché entrambi avevano i buoni e i cattivi. Ecco! c’era una grande tolleranza nei miei genitori: gli arabi erano visti come fratelli. Amministratore del patrimonio di famiglia era un libico, Alì, il quale aveva una grande predilizione per mia madre, la primogenita, come mi confermò a più riprese il mio fratello maggiore, morto da alcuni lustri, il quale mi raccontava spesso che Alì lo faceva cavalcare su un pony. Quando ci ripenso, e ciò non è raro, i ricordi di quei racconti riemergono, si accavallano tumultuosamente. Sono tanti, tantissimi, impossibili da narrare in questa sede; ma una cosa è certa, essi costituiscono la mia Africa.

 

LEPTIS MAGNA

Mia madre mi raccontava che la sua famiglia, assieme agli amici, andava spesso a prendere i bagni a Leptis Magna o a far ivi allegre scampagnate; mi parlava lungamente della spiaggia, del mare e degli scavi archeologici che sorgevano a pochi metri di distanza , dove lei si recava a giocare con i fratelli, i cugini e gli amichetti. I fanciulli si rincorrevano, passando sotto i quattro Archi di Traiano, salivano la scalinata del Teatro, andavano a sedersi stanchi sul Foro. Leptis Magna, Homs di Libia, cous cous, tirsc (pietanza araba piccante), patate al forno “all’harem”, erano termini correnti in casa nostra. I nostri genitori narravano e noi figli ascoltavamo, e a gentile richiesta venivamo accontentati da mia madre con tanti bei pranzetti arabi. Il cous cous di agnello o di cernia e tante altre portate, di cui non ricordo più il nome, allietavano la nostra tavolata.

Museo Leptis Magna Il mio amico restauratore Bruno ArezLa coincidenza, o la provvidenza, ha voluto gratificarmi dell'amicizia di un mio vicino di casa, un valido restauratore, Bruno Arezzo (foto a sinistra), grande viaggiatore, che fa la spola tra Agrigento e la Libia, dove si reca a svolgere il suo lavoro presso i musei di Leptis Magna e di Sabratha. Lo vedo andare e venire, paziente, con il suo bagaglio e poi, nei momenti propizi  e di relax (ritagli, schegge di vita, considerati gli impegni), parliamo dell'Africa e delle sue esperienze, mi descrive i luoghi come li ha visti lui al naturale, per farmeli immaginare con la mente, affinchè io possa collocarvi le mie memorie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bruno Arezzo è un appassionato  di viaggi ed ha visto quasi tutta l'Europa. Più volte mi ha invogliato ad intraprendere un viaggio in Libia per rivedere i posti dove nacque mia madre e sbocciò l'amore tra i miei genitori. Tra le foto che mi ha portato c'è questa testa di donna romana libica, che rappresenta  una donna forte e coraggiosa, come lo era mia  madre. Non sono riuscito ancora a fare questo viaggio, per un motivo o per un altro, ma quando sfoglio l'album delle foto  del museo di Leptis Magna, il desiderio si fa sentire prepotente. Guardo spesso  quella dello splendido mosaico   di Attilio Regolo (vedi foto sotto) che veleggia verso Cartagine e mi dico sempre che, a differenza di Roma, la Libia in fondo è a due passi dalla Sicilia.

Attilio Regolo, mosaico Museo Leptis MagnaIl museo di Leptis Magna è molto ricco: il mio album dovizioso con mosaici, statue, vasi e altri reperti dimostra la maestosità delle ville romane che arricchivano la costa della Libia. Nei mosaici il soggetto marino e navale è ricorrente, come si può ammirare nella foto sottostante, rappresentante Nettuno che emerge dalle acque del mare, di fattura e ricchezza incomparabili.

Museo di Leptis Magna, mosaico, Il dio Nettuno che emerSì, la Libia merita di essere vista, non solo per le bellezze archeologiche, ma per tutto quello che vi realizzarono gli italiani, che non si atteggiarono mai a coloni; parlo senz'altro della gente che vi andò per lavorare a fianco di un popolo fratello. Vi furono famiglie intere che vi nacquero, vi operarono per una vita e vi morirono. Vi furono persone, come mia madre, che nelle notti di luna piena, affacciandosi insonni al balcone, per vedere il mare scintillante, venivano colte dal rimpianto di non essere rimaste. E allora metto quest'ultima foto del museo di Leptis Magna molto beneaugurante, nella quale si vede una porta d'ingresso verso la mia Africa.

Museo Leptis Magna, Una Sala

 

  

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