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LA BANCA DEI FAVORI

Più di un anno fa, il Cardinale Ersilio Tonini, arcivescovo emerito di Ravenna e Cervia, invitato dai Lyons di Agrigento, tenne al Teatro Pirandello una interessante conferenza sul tema “Immigrazione: accoglienza, integrazione, risorsa.” Fu una conferenza molto colta, nella quale Tonini bacchettò i politici, responsabili di non mettere al centro d’ogni cosa l’uomo. In quei giorni avevo finito di leggere il best-seller, “lo Zahir”, di Paulo Coelho, e feci un collegamento immediato tra il pensiero di Tonini e quello di Coelho, entrambi in perfetta sintonia di vedute. Nella sua opera, Coelho definisce la banca più potente del mondo, la Banca dei Favori. E’ una banca sui generis, che ogni essere umano dovrebbe conoscere e sulla quale ciascuno dovrebbe operare in conto-deposito con dei versamenti, che non sono in denaro, ma in contatti, relazioni, rapporti umani.  Quello che rende speciale questa banca è il fatto che i versamenti vengono fatti a vantaggio altrui.
In buona sostanza si tratta di una sorta di salvacondotto, di presentazione di persone, di facilitazioni, di trattative lecite, che innescano un ciclo virtuoso in un processo circolare che non ha fine. Chi opera diventa un creditore, anche se non chiede mai niente. E tutto ciò fa sì che la vita di ciascuno, in questa banca mondiale, viene facilitata, proprio perché i versamenti avvengono spontaneamente a favore di persone leali, che con il loro umano operare continuano ad alimentare i propri crediti, effettuando ulteriori versamenti altruistici. La conclusione, di Coelho e Tonini, è che soltanto il rispetto dell’altro potrà permettere una reale accoglienza e l’integrazione, affinchè le migrazioni planetarie possano risultare indolori e non finiscano per alimentare nuove conflittualità. 
Lampedusa Isola dei Conigli
Lampedusa e Linosa sono due isole d’incanto, sono un pezzo di Africa in casa nostra, meta di un turismo diventato ora sempre di più esigente, che va dai naturalisti agli amanti del mare e agli appassionati  subacquei. Lampedusa è delle due anche la porta dell’Europa per lo sbarco continuo di extracomunitari venuti dall’ Africa. Un fatto vero, accaduto anni orsono, però sulla  terraferma, mi diede l’impulso di ambientare un racconto tra le due isole. E’ una storia invero umoristica, blandamente pirandelliana, ma che lascia arguire, sullo sfondo, larvatamente, i problemi che vi si agitano attualmente.

 UN PESCATORE TRA DUE ISOLE

Ad Aristarco Errera, pescatore di Linosa, seicentosettanta euro di pensione, bastavano appena a raggiungere la fine del mese. Ma egli non se ne lagnava.

Tanto” diceva a se stesso “il mare è pescoso e, in caso di bisogno, posso riesumare la canna da pesca, invece di starmene a crogiolare  al sole.”

Un sedentario era diventato, tutto il santo giorno al solito tavolo del bar-panificio, a giocare a scopone scientifico, con tre compari, pure loro pensionati. Giocavano senza posta, ma s’azzuffavano spesso:

Per il principio!” sostenevano.

Le parole grosse si sprecavano e anche le offese gravi, fin quando il barista-padrone, un tipo grintoso, dalla testa pelata come una palla di biliardo, veniva a sedare il tumulto. Durante il pomeriggio, attorno a loro, si raccoglievano un’accolta di monelli e un paio di vecchietti dagli occhi cisposi, i quali,  disinteressandosi del gioco, aspettavano pazienti l’immancabile momento della lite, per divertirsi.

Una sera di quelle, nel corso di una partita che si stava stiracchiando straccamente, il dirimpettaio di Errera, certo Nocio Saltalamacchia, individuo corrivo e bilioso come nessuno, con insolenza gli disse, di punto in bianco:

Sei proprio un bel testa di mulo! Non capisco perché vai a riscuotere la pensione a Lampedusa, mentre l’ufficio postale del paese è a due passi da casa tua!

Qui ci scappa il morto!” pensarono tutti.

Pur essendo quel pensiero un’iperbole, sembrava scontato presagire aria di tempesta, perchè in passato, per molto meno, i due compari erano venuti alle mani.

Aristarco Errera, invece d’arrabbiarsi, sorrise grasso, mettendo in mostra la sua bocca sdentata, facendoli rodere tutti con un’alzata di spalle e una semplice esclamazione:

Così…!”.

E non volle aggiungere neanche una sillaba, tornando a concentrarsi sulle carte che aveva in mano, con la calma pari a quella di Giove olimpico.

Quando arrivò il giorno della riscossione di quei quattro denari, come li definiva, Errera baciò la moglie più e più volte  – quasi dovesse partire per l’estero – e con il suo borsone da viaggio passò sghignazzando davanti agli amici, diretto all’imbarcadero, a prendere il traghetto che veniva dalla terraferma e lo avrebbe portato, in capo a un’ora, alla vicina isola di Lampedusa.

Oggi giochiamo con il morto!” sbraitò Nocio Saltalamacchia agli altri compari.

Ancora non mi so capacitare cosa porti dentro quel borsone da viaggio, visto e considerato che si trattiene a Lampedusa per una sola notte e va a stare in casa della sorella vedova. Ci potrebbe entrare un corredo di nozze, in quella borsa!” salmodiò il barista, che se ne stava sull’uscio.

Casomai il mare è grosso e non può ritornare a Linosa.” aggiunse ingrugnito Nocio Saltalamacchia.

Roba da matti!” soggiunse ancora il barista “Il cambio non potrebbe lasciarlo alla sorella?

Ora,  l’andirivieni di Aristarco Errera aveva destato la curiosità di tutti i compaesani e le ipotesi che si facevano erano le più svariate. Di perderci, sicuramente ci perdeva: almeno, il prezzo del biglietto di andata e ritorno, oltre il tempo sprecato, se non si voleva mettere in conto qualche regaluccio e i dolciumi per la sorella.

Ma c’era chi malignava con occhi lucidi d’inverecondia:

“S’è fatta un’amante: la riscossione della pensione è tutta una burla, perché, in casa della sorella vedova, Aristarco non ci mette neanche piede.”

        Considerazioni tipiche dell’intramontabile gallismo di vecchi concupiscenti, cui la maggior parte degli isolani  non dava il minimo peso:

Quisquilie! Chi può volere un povero in canna, vecchio diavolo di sessantacinque anni? A  quest’ora si saprebbe, Lampedusa non è una metropoli.”

E se ci fosse sotto un intrallazzo? I tempi sono  problematici per tutti. Di scafisti  ne circolano a Lampedusa e l’esperienza di un esperto lupo di mare può fare comodo.”  insistevano altri.

Ma che intrallazzo d’Egitto! Aristarco ha sempre rigato diritto.” gli amici erano tassativi e lo difendevano a spada tratta.

I mesi passavano, ma la curiosità montava, di giorno in giorno, di ora in ora, rapida come l’alta marea: tutto il paese – settecento anime, compresi porci e galline, come solevano dire gli indigeni – ormai seguiva le mosse del vecchio pescatore, che per parte sua non se ne dava cura, ma andava e veniva con il suo comodo, da un’isola all’altra.

Ai primi di febbraio, il tempo s’era fatto plumbeo, il vento s’era messo ad urlare e i marosi avevano quasi sommerso l’isolotto: proprio quel giorno, Errera doveva rientrare da Lampedusa.

I curiosi – tutto il paese in pratica – sfidando il freddo pungente, i turbini del vento e gli enormi spruzzi di mare, s’erano schierati sulla banchina, come se aspettassero il Presidente della Repubblica. Sui malcapitati stava cadendo, a sprazzi, di sghimbescio, una pioggia traditora, che penetrava, a volte, d’improvviso, dentro gli impermeabili squassati dalla bufera. Intirizzito e bagnato sino alle midolla, tutto quel popolo, non appena il traghetto si fu profilato all’orizzonte, ebbe perfino il coraggio di giubilare, pensando: “Ora ridiamo!

Ce l’avrebbe fatta, la nave, ad attraccare? 

Spettacolo rinviato: il traghetto tirò diritto, a tutto vapore, in direzione di Porto Empedocle, mentre non pochi pugni s’alzarono per inveire contro il comandante, reo di avere avuto la tracotanza di non effettuare nemmeno un tentativo d’avvicinarsi all’isola; quasi che essa fosse uno scoglio immondo, da lasciare in balia delle onde, dimenticato da Dio e dagli uomini. Sulla via del ritorno alle abitazioni domestiche, i commenti furono magri: nemmeno un commento nei confronti della moglie d’Errera, che se n’era rimasta a casa, al calduccio, sapendo che la nave non si sarebbe fermata.

Nei giorni successivi le condizioni meteorologiche peggiorarono e venne annunciato, da parte di un’emittente privata, che il traghetto non si sarebbe mosso da Porto Empedocle, fino a nuovo ordine. Dissero inoltre che una tale furia di vento non avesse avuto precedenti a memoria d’uomo, soprattutto per la durata; forse le si poteva paragonare soltanto il tornado del 1997, che aveva spazzato perfino la chioma del famoso Pino di Pirandello, che per secoli aveva resistito, davanti alla casa natale dello scrittore, a tutte le intemperie.

Noi isolati dal mondo, e quel testa di mulo a godersela a Lampedusa: ci ha fregati tutti!” disse il solito Saltalamacchia, in mezzo a un capannello di curiosi che se ne stavano a guardare desolatamente i giganteschi cavalloni che schiaffeggiavano tutta la costa. E un buontempone s’era messo a cantare: “Notti magicheee…”.

Magari si tratterrà per un mese, a riscuotere la pensione successiva; così risparmia un biglietto.” ghignarono altri, per non rodersi il fegato.

Trascorsi dodici giorni, il traghetto proveniente da Porto Empedocle, inaspettatamente e con grande sorpresa di tutta l’isola, sbarcò sulla banchina di Linosa Aristarco Errera, serafico come non mai e sorridente, con la solita sacca sottobraccio, per nulla indispettito per quell’incidente di percorso.

Ai pochi compaesani, che s’erano trovati per caso sulla banchina e gli avevano chiesto come mai in tutti quei giorni se ne fosse stato sulla terraferma a Porto Empedocle, consapevole che la sua risposta si sarebbe sparsa di bocca in bocca in un baleno, volle rivelare con un sorrisino sardonico:

A Porto Empedocle? Ad Agrigento! In un albergo a quattro stelle, come un pascià! Mi sono mangiata l’intera pensione; e neanche è bastata, perché m’è rimasta ancora una somma da pagare all’albergatore. Ad Agrigento  c’ero stato solo una volta, quarant’anni fa,  per il viaggio di nozze.  Due giorni e due notti appena: questo mi consentì allora  il padrone del peschereccio, altro che storie! Ora, sono stato pure fortunato ad essere capitato durante la festa del mandorlo in fiore. C’erano i gruppi folkloristici a sfilare per le vie, una gran folla, tanti stranieri, la sera luminarie da tutte le parti…E i ristoranti, i locali pubblici: una vera sciccheria!”

Dopo una breve pausa, sogguardando divertito il dispetto che si dipingeva in faccia a quei permalosi, e pregustando gli attacchi di bile che avrebbero colpito anche coloro che l’avrebbero saputo, così proseguì:

“ Aristarco, mi sono detto: crepi l’avarizia! Così mi son messo a spendere e a spandere: il migliore albergo, i migliori ristoranti, spostamenti in taxi. Amici, che cosa andremo a raccontare a San Pietro?” A sentire ciò, morirono tutti d’invidia; e alle sue spalle chissà per quanto tempo sacramentarono, unitamente agli altri, ai quali furono riferite per filo e per segno le sue parole.

In giro o al bar, però, non lo si vide per un bel pezzo: e questo attizzò nuove dicerie, tra le quali quella sulla moglie, la quale, per il disappunto, l’aveva segregato in casa; e tutto ciò finì per lasciare l’intero paese con il fiato sospeso, fino a quando, alla vigilia della data fatidica della riscossione della pensione, armato d’una canna e dell’armamentario per la pesca, passò impavidamente a trovare gli amici del bar, i quali, ammiccando, gli dissero con ironia:

        Confessa, questa volta la moglie t’ha messo in riga! Domani, rimarrai a riscuotere la pensione a Linosa?”

“Che moglie e moglie!” rispose impassibile ”Avevo previsto che, prima o poi, con il mare grosso sarebbe accaduto quello che è accaduto. Anche mia moglie l’aveva messo in preventivo. Lo scorso mese ero partito regolarmente da Lampedusa, ma non ero stato avvertito in tempo della tempesta di vento. Così mi portarono per forza a Porto Empedocle. L’Ammiraglio – così chiamava il comandante del traghetto – era dispiaciuto, volle offrirmi un pranzo e una bella bevuta in trattoria. Ed io, prendendoci gusto, già ch’ero nel ballo, mi decisi a ballare davvero e salii nel capoluogo.

Una gita pagata a caro prezzo! 

Ma perché andare a Lampedusa, un giorno al mese, mentr’egli aveva il comodo dell’ufficio postale all’angolo della via, in fondo alla quale abitava? Questo interrogativo si leggeva chiaramente in faccia ai suoi compari di gioco.  Questa volta, gli parve che non potesse più tirare la fune con quel mistero e si decise a vuotare il sacco, raccontando che, fin dal primo giorno di pensionamento, gli era venuta nostalgia di Lampedusa, dove aveva lavorato per tutta la vita: un magone così cocente, che non gli faceva chiudere occhio, la notte!

L’impiegato dell’ufficio pensioni aveva strabuzzato gli occhi, quasi contrariato, quando lui aveva confermato di voler riscuotere la pensione a Lampedusa e non a Linosa:

Sono o non sono il padrone dei miei quattro denari?” lo aveva zittito.

La casa di Lampedusa, abitata dalla sorella vedova, era quella dei genitori, ma era intestata anche a lui. Almeno una volta al mese, nella sua stanzetta di ragazzo, apriva la finestrella che dava sul porto, sentendosi rivivere, nel contemplare il movimento dei pescherecci e delle barche.

Ma non ti disturbano i continui sbarchi degli extracomunitari?” gli domandarono.

Nessun disturbo, mi fanno pena  quei poveri cristi, quando li vedo aspettare sul molo, sotto il sole cocente, in fila o seduti per terra, ad attendere d’essere trasferiti, ammassati sui carri,  al campo di concentramento.

Che c’entra parlare di campi di concentramento, non siamo aguzzini,  noi siciliani!” gli fu obiettato in coro.

Ne sono convinto, ma c’è molto pressappochismo; e un certo razzismo l’ho colto nell’aria. Qualche vigliacco, a Lampedusa, gli extracomunitari li accusa di rubare il lavoro, ma io li considero miei fratelli di povertà.  Per quaranta  anni sgobbai come uno schiavo su un  fetido peschereccio, gomito a gomito con un tunisino, lavoratore come me, buon compagno; non alzava mai la voce per protestare. Anzi, un giorno che, senza accorgercene, sconfinammo in acque straniere e fummo mitragliati dai tunisini, Abu Hosein  – così si chiama il mio amico –  con il suo intervento ci salvò tutti, compreso il macchinista, che s’era innervosito e aveva risposto al fuoco.

Al ricordo di quella tragedia sfiorata, tutti s’erano commossi, eccetto l’inflessibile Nocio Saltalamacchia, che ancora covava nel cuore la vecchia ruggine:

Non cambiare discorso con il tuo racconto strappalacrime: confessa, almeno, che la lezione t’è servita.” gli disse, nudo e crudo, il perfido compare di gioco. L’aveva messo all’angolo: non rispondere, ora sarebbe stato perdere la credibilità.

Quale lezione?” replicò con prontezza Aristarco Errera “ Mia moglie sta preparando il suo borsone: anche lei mi ha detto di voler riassaporare i ricordi di un tempo. Non ci possiamo permettere il lusso di una casa di proprietà tutta per noi, a Lampedusa; né posso pretendere da mia sorella il valore della metà che mi spetta. Morirebbe, soltanto se glielo chiedessi. Maria non ha figli; e spazio, nella sua casa, ce n’è a sufficienza  per un breve periodo. E poi, se putacaso ci  dovesse capitare una nuova disavventura di navigazione, niente paura: all’albergo, ad Agrigento, ci farebbero un trattamento particolare per  una camera doppia. Il  direttore mi ha preso in simpatia e mi ha detto che avrei anche la possibilità di pagare in natura, con ciò che pesco con questa qua… senza intaccare la mia pensione.

Agitò nell’aria la canna da pesca, girò i tacchi e se n’andò verso la scogliera, lasciando tutti  di stucco.

(Racconto di Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

 

 

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