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LEONARDO SCIASCIA


Leonardo Sciascia

                                          

Il mare colore del vino

Durante la produzione letteraria, Leonardo Sciascia amava abbandonare, di tanto in tanto, il suo ruolo di lucido razionalista, per vestire panni, per così dire, “artigianali”, lasciando parlare la sorgiva del cuore. Ciò avveniva, soprattutto, allorquando sentiva l’urgenza e la necessità di rifugiarsi nella sua isola-paese, microcosmo che gli serviva a stemperare le ansie e le tensioni. Non era evasione però la sua, perchè Leonardo Sciascia era sempre combattente scomodo, mai domo, avvezzo e consapevole che la competizione tra dominatori e dominati, tra forti e deboli, tra prevaricatori e agnelli sacrificali, sarebbe stata incessante, fino alla fine dei tempi. E non esitava ad affrontare, malgrado tutto, le battaglie chisciottesche contro i mulini a vento. Si rifugiava, quindi, in quel mondo (Racalmuto e la campagna della contrada “La Noce”) che aveva il pregio di stimolare la sua memoria, che diveniva più pronta, prensile, viva nel far riemergere la sua fanciullezza. Diceva sempre, il maestro di Regalpetra, che “si è come si è stati nei primi dieci anni della vita” e, siccome “la scrittura è memoria”, lasciava che i ricordi, il sentimento affiorassero quasi naturalmente. Certo, il linguaggio era quello scaltrito con l’operazione di togliere parole, piuttosto che aggiungerne; ma il sentimento e l’umorismo, il rimpianto contenuto, la memoria rimossa, tutto ciò era la materia viva e incandescente del suo cuore, che si traduceva con immediatezza in versi e racconti. Poeta di parole era Leonardo Sciascia e novelliere finissimo, dal tocco di mano carezzevole e suadente.
Tra il 1959 e il 1972 aveva scritto i racconti: Reversibilità, Il lungo viaggio, Il mare colore del vino,  L’esame, Giufà in Sicilia, La rimozione, Filologia, Gioco di società, Un caso di coscienza, Apocrifi sul caso Crowley, Western di cose nostre, Processo per violenza, Eufrosina, e altri – pochi – ancora. Quelli menzionati decise di raccoglierli in un libro, cui diede il titolo Il mare colore del vino, raccolta che rappresenta “un sommario della sua attività” con carattere di circolarità, ma di “una circolarità che non è quella del cane che si morde la coda”. Di questi racconti, tutti belli e rappresentativi – cioè di uno Sciascia “maggiore” e non minore, come si potrebbe credere -, mi stuzzica quello che ha dato il titolo alla raccolta “Il mare colore del vino”, non fosse altro che per la curiosa particolarità di evocare tutto il mondo poetico di Sciascia in una volta, concentrandolo in una sintesi di stile e d’espressioni. E’ un viaggio in treno da Roma ad Agrigento, raccontato in prima persona da un ingegnere vicentino, Bianchi, che fa il suo primo viaggio in Sicilia, non per turismo, ma per lavoro, e si trova alle prese, nello scompartimento in cui viaggia, con una famigliola: madre, padre e tre figli (due bambini e una ragazza), adulti loquacissimi e maleducati i bambini. Sembra ovvio precisarlo, l’io-narrante è lo stesso Sciascia che apre con indulgenza, durante questo viaggio “sentimentale”, tante finestre che affacciano sulla sua vita e precipuamente sulla sua gioventù, sui primi dieci anni della sua fanciullezza, come lui stesso amava dire. Il primo tema è la loquacità del siciliano, dell’isolano, il quale, in quanto tale, sente l’impulso connaturato d’esprimersi e d’esprimere, nel bene e nel male, la sua ricchezza interiore, repressa e compressa da millenarie dominazioni, dal potere e dal prepotere. Non si tratta di logorrea, ma di voglia di comunicare, democratica e libera, che erompe naturalmente ab imo pectore. Del resto, la conversazione avviene nel chiuso di uno scompartimento, dove la famigliola ha la maggioranza (cinque a uno). Una comunicazione, che diventa confessione e contrasta con l’omertà. L’insistenza del padre, di far rimanere l’ingegnere nello scompartimento stretto per sei viaggiatori   e di non  cercarne altri vuoti per dormirvi, è la dimostrazione palese dei motivi che stanno alla base del contrasto voglia di comunicazione-omertà, e di quel certo comportamento omertoso che scatta nel siciliano, compresso e represso dal potere, di cui diffida (com’è mirabilmente descritto nell’incipit de Il giorno della civetta). E’ dalla diffidenza nel potere che opprime e nella giustizia ingiusta, che nasce l’omertà, è dalla paura ancestrale di essere anelli deboli, lasciati allo sbando, utilizzati, sfruttati e poi abbandonati alla mercè di un contropotere che fa paura. Per cui la mafia diventa metafora:

“C’è mafia?” domandò l’ingegnere.

“Mafia?” fece il professore, stupito come se gli avessero chiesto se al suo paese si mangiasse polenta e si bevesse grappa. “Che mafia? Fesserie!”

“E queste cose?” domandò l’ingegnere mostrando sul giornale del giorno avanti un titolo a quattro colonne che diceva La mafia non vuole le dighe.

“Fesserie” di nuovo tagliò il professore.

L’ingegnere pensò: “Un uomo istruito, gentile, buon padre di famiglia: e non vuole parlare della mafia, si meraviglia anzi che se ne parli, come se parlandone si desse importanza a cosa di piccolo conto; ragazzate, fesserie. Comincio a capire la mafia, è davvero un dramma.”

Già, la diffidenza e l’omertà, ma anche la gelosia. Sciascia scava, inquisisce, ma non lo dà a vedere, lo fa in questo racconto con un tocco di mano delicato, quasi con pudore, anche se evoca continuamente la presenza minacciosa di un maresciallo (tintinnare di manette), che dovrebbe contenere la maleducazione del figlio Nenè. La maleducazione e la loquacità, s’intende, sono il contrappunto e la chiave d’accesso per aprirci tutte le finestre sulle visioni e sulle angolazioni che Sciascia vuol propinarci, in una sorta di umoristico sentimento del contrario, di marca pirandelliana. I temi trattati, impegnativi e profondi, non potevano evocare il riso comico, ma un riso amaro, che mette a nudo l’animo siciliano e ne comprende i motivi drammatici del suo manifestarsi. Così la gelosia del padre e dell’altro figlio più piccolo nei confronti della ragazza non nasce altro che dalla diffidenza. La diffidenza si rivela nello scambio di battute tra l’ingegnere e la ragazza, che si piacciono e iniziano un idillio:

…ma una ragazza che fa il liceo, dicevano i miei, poi deve andare all’università; e come si fa a mandare sola una ragazza, in una città come Palermo?”

“In Sicilia tutte le famiglie pensano così?”

“Oh no, non tutte.”

“La sua è una famiglia particolarmente severa?”

“Non particolarmente: in Sicilia ce ne sono ancora tante che vedono la vita in un certo modo, che diffidano…”

“Di che?”

“Del mondo, di se stessi… E non è che abbiano del tutto torto…. (…) mi pare che la vita abbia perduto di serietà, che ognuno sia disposto a tradire gli altri, tutti gli altri… (…) io credo che al mio paese la vita sia ancora seria… Ma le apparenze sono grette, intollerabili…”

Apparenza, gelosia, diffidenza e nell’animo una voglia di vivere, di liberarsi, di lasciarsi alle spalle una realtà opprimente e una eredità greve: sono i temi che esplodono perentoriamente con l’esclamazione del piccolo Nenè che il mare di Aci è  colore del vino, quello che si vede dal finestrino del treno che fila lungo la costa della Sicilia orientale: “oinos ponton”, il mare color del vino di Omero nell’Odissea, nei posti in cui sbarcò Ulisse e s’incontrò con Polifemo. C’è un riferimento emblematico al mondo tragico e arcaico della Grecia, dalla quale deriva il dramma irrisolto della vicenda siciliana.
Isola di fermenti e di umori, di violenze e di umanità, di rassegnazioni e di ribellioni, di aspirazioni fantastiche e di fatalistiche assuefazioni, di vinti che vorrebbero vincere e dominare, ma che sono sempre perdenti e dominati, seppure orgogliosamente regali nella loro sconfitta: questa è la Sicilia.
In un viaggio di un giorno, condensato in poche pagine, Sciascia riesce a raccontare tutto della sua storia, bella e terribile, ma con la tolleranza di chi è consapevole che il vero vincitore sarà colui che resta e lotta. Visione quest’ultima che s’incarna in una famosa intervista sui Promessi Sposi, nella quale sostenne che a scuola, soprattutto, (è il razionalista che parla), dei Promessi Sposi se ne dà una versione consolatoria. Per lo scrittore agrigentino l’opera è tutt’altro che consolatoria, anzi è desolante. Il vero vincitore del romanzo di Alessandro Manzoni è Don Abbondio, che rimane e vince, pur nelle sue umane debolezze, contro tutti e contro tutto: Don Rodrigo, la peste, i bravi, i lanzichenecchi. La parabola sciasciana è molto chiara: in Sicilia vincerà chi ha voglia di restare e di lottare e di rompersi la testa sui suoi problemi, così come afferma il capitano Bellodi nella conclusione del romanzo "Il giorno della civetta".

 

SCIASCIA VISTO DAGLI SCRITTORI


Una spiegazione e un annuncio

Per arricchire queste pagine dedicate al mio amico Leonardo Sciascia, ritengo di fare cosa gradita proponendovi due racconti, che lo inquadrano sotto due angolazioni. Il primo è mio, tratto dal romanzo Una contrada chiamata Consolida. Consolida è una contrada, dove sorge l’attuale ospedale di Agrigento, che prese il nome da una pianta medicinale antichissima (delle borraginee), che i romani chiamarono appunto “consolida”, traduzione latina esatta del greco "sunfoo" che significava consolidare. E in effetti la pianta fiore consolidava le ossa e cicatrizzava le ferite. La pianta è il legame di tutte le storie del romanzo, dal mito fino ai nostri giorni. Io vedo Sciascia nel momento di meditare sulla mafia in un campo di Consolida e sulle radici mostruose che affondano nella società siciliana.
Il secondo racconto è inserito in una raccolta, pubblicata da uno scrittore mio amico, Gaetano Gaziano, che s’intitola “Il Bacchino ubriaco ed altre storie”, le cui storie sono legate dal tema del vino. Gaziano immagina un incontro, nell’aldilà, di Sciascia con uno dei suoi scrittori preferiti, il francese Stendhal: i due discettano su varie cose, ma soprattutto sul vino. Argomento pertinente al tema del racconto "Il mare colore del vino".
Il materiale pubblicato è cospicuo e potrete valutarlo con calma, perché dovrò dedicarmi alla conclusione di un mio libro, che ultimamente ha segnato il passo. Farò, per un certo periodo, rapide apparizioni ed incursioni.


Leonardo Sciascia


Meditazioni a Consolida

di Ubaldo Riccobono

Da Grotte a Caldare la strada scendeva, tutta curve, per otto chilometri: Leonardo Sciascia la percorreva con la sua autovettura lentamente, mentre andava dipanando nella sua mente le idee di una nuova opera sulla mafia.

Uscito di buon mattino, sulla Piazza di Racalmuto non si era accorto neanche del cenno di saluto di un conoscente. Il suo cervello era in ebollizione e aveva sentito, impellente, il bisogno di aria fresca e di luoghi solitari. Confessava sempre a sé stesso di odiare la città: l’aveva sempre saputo.

Ad Agrigento rare erano le sue apparizioni e sempre in luoghi appartati; Roma lo seduceva o lo intimoriva al tempo stesso; Milano con il suo affarismo lo atterriva. Preferiva la campagna, dove la sua ispirazione pareva delineare in modo netto e preciso il canovaccio dell’opera che aveva in mente.

Dopo aver superato la piazzola della stazioncina di Caldare, imboccò una strada sterrata, che lo portò dopo un paio di chilometri ai campi di Consolida. Sceso dall’abitacolo, accese la sigaretta e, dopo averne cavato due o tre boccate, la buttò via. Se il medico curante lo avesse visto, avrebbe gridato allo scandalo. Ma egli si riteneva un fatalista ed era convinto che, nella vita, qualche piccola trasgressione bisognava riservarsela.

Ammirò il rigoglio dei campi paludosi, delle piante forti e pervicaci dai fiori multicolori. La forza selvaggia della natura dava linfa alle sue meditazioni, ma lo faceva sentire debole, più di quanto non fosse. Le consolide si compenetravano al suolo, facendo tutt’uno con la terra.

Come tutti gli uomini di paese conosceva le virtù medicinali di quelle piante, che avevano una loro storia che si perdeva nella notte dei tempi, ma era quasi indispettito. Si domandava perché la natura avesse reso così arduo, se non impossibile, sradicarle. Per farlo occorreva reciderle con la falce, ma la radice avrebbe prodotto nuove foglie.

Diavoleria di una pianta! Come la mafia inesorabile, forte, difficile, quasi impossibile da combattere, di fronte alla quale l’uomo doveva chinare il capo. Quel gioco meccanico lo seduceva e lo irritava al tempo stesso. Lo seduceva perché riusciva ad intuire un determinismo di non facile lettura, lo irritava perché il siciliano, invece di ribellarsi, non riusciva a sottrarsi a quel giogo.

A un centinaio di metri stava crescendo  la struttura del nuovo ospedale, una costruzione imponente nella quale lavoravano alacremente decine di operai. Egli vedeva con sgomento il contrasto tra quegli esseri minuscoli indaffarati, quell’opera torreggiante e, tutt’attorno, la natura selvaggia, così ferma, così immutabile. Pensò alla lotta filosofica tra l’essere e il divenire, alle dispute delle diverse scuole di pensiero, e nell’ambito delle stesse ai vari distinguo di questo o quel filosofo. Tutti avevano un pezzo di ragione e un pezzo di torto. Pensava ad Eraclito e al tutto scorre, alla teoria della guerra permanente.

La vita, è vero, continuava a fluire e gli uomini nascevano e morivano, senza rendersi conto per quale ragione venivano al mondo. I loro problemi si riducevano al medesimo clichè. Ed ecco che quell’erbaccia gli dava sui nervi, gli dimostrava con la sua pervicacia, con il fatto di crescere spontanea, abbarbicata indissolubilmente alla terra, che il meccanismo della natura era più forte dell’uomo, malgrado l’uomo fosse dotato di pensiero ed intelligenza.

Ma qual era la vera natura del siciliano?

E, perché, ad esempio, diversamente dai milanesi, non riusciva il siciliano a svincolarsi dall’ingranaggio mostruoso?

Per lui quelle domande erano soltanto retoriche, lo sapeva bene. Fiumi di parole erano state dette e scritte, ma gli intrecci della società erano talmente stratificati, inestricabili, che non si sapeva più quali fossero i termini del dilemma. Si andava avanti: una partita veniva persa, una era vinta. La lotta sarebbe continuata senza quartiere, fino alla fine dei secoli.

Guardò quella fabbrica nascente e gli uomini dediti al lavoro. In lontananza sembravano insignificanti, eppure avevano sentimenti, speranze, pensieri; erano dotati di ragione; s’attaccavano alla vita come quella pianta pervicace, che adesso gli sembrava meno colpevole.

 Leonardo Sciascia

Le rouge et le noir

di Gaetano Gaziano

“Benvenuto, caro Leonardo! Ti stavamo aspettando.” Stendhal accoglie Sciascia con un largo sorriso.

“Anch’io sono felice d’incontrarla, maestro!”

“Alt! In questo luogo non ci sono né maestri né allievi. Niente maitres à penser!”

“D’accordo Henri, niente formalismi. Consentimi, comunque, di dirti che sono veramente felice di incontrarti. Era da tempo che aspettavo questo momento. Tu conosci l’ammirazione che ho per te.”

“Lo so! Ma, del resto, è abbondantemente ricambiata.  Quassù potremo scambiarci le nostre riflessioni direttamente, lontano da quel fastidioso rumore di fondo di quella che chiamiamo “vita terrena”. “

“Finalmente! Sapessi a cosa si è ridotta la comunicazione laggiù: autentica spazzatura! Nelle librerie, poi, i best sellers sono rappresentati dai libri dei comici di successo. Pochissime sono, ormai, le opere di narrativa che valga la pena di leggere.”

“Davvero?”

“Sì, mio caro Henri! E questo è per me un grande dolore. Ma veniamo a noi. Sai, è da tempo che volevo chiederti due o tre cose, anche per liberare il campo da alcune perplessità che avanzano gli studiosi delle tue opere.”

“So bene a cosa alludi: ai sospetti, neppure tanto larvati, di egoismo, di spregiudicatezza o, addirittura, di cinismo…”

“Ecco, non volevo dirlo. Ma, visto che sei tu a parlarne… Per esempio, qualcuno ha visto, nelle tue dichiarazioni di amore sperticate per l’Italia, un atteggiamento di comodo, quasi furbesco, per tenerti buona l’intellighenzia milanese, visto che tu arrivavi a Milano come sottotenentino dell’esercito napoleonico. Vero è che scendevate in Italia come esercito di liberazione. Ma qualcuno cominciò a parlare velatamente di nuove truppe di occupazione francesi.”

“Mi è facile constatare questi sospetti, mio caro Nanà, se mi consenti di chiamarti come i tuoi amici di Racalmuto. A quel tempo avevo solo diaciassette anni e avevo seguito Bonaparte in Italia, perché mi era sembrata l’unica possibilità di viaggiare e di conoscere il vostro meraviglioso paese. E tu sai, del resto, che ben presto mi stancai della vita militare e lasciai l’esercito, per dedicarmi ai miei studi sulla storia e sull’arte italiane. E, poi, qualsiasi sospetto di opportunismo dovrebbe essere fugato dal fatto che ho chiesto, a testimonianza per l’amore di Milano, che sulla mia tomba venisse scritto l’epitaffio “Qui giace Arrigho Beyle, milanese”. Quando sei morto, mio caro Nanà, le furbizie non servono più!”

“E’ vero! Ma, d’altra parte, io non avevo alcun dubbio. Dicono, pure, che tu hai sfruttato il fascino che esercitavi sulle donne per fare carriera. Che come Julien Sorel, il protagonista di Le rouge e le noir, avresti tentato di introdurti nella società bene, di acquisirne benemerenze e incarichi, attraverso le tue conquiste galanti, che, per la verità, collezionavi con grande facilità, soprattutto tra le dame dell’aristocrazia.”

“Hai ragione! In Julien Sorel c’è molto di autobiografico. Fino a un certo punto, però. E’ vero: come lui avevo un debole per le donne. E chi lo nega? Ma non ho mai utilizzato le mie conquiste galanti come grimaldello per “sfondare” nella società che conta, come sostiene qualcuno. D’altra parte, in Italia non ho mai avuto incarichi ufficiali, né pubblici né privati. Ho sempre lavorato per lo Stato francese, fino al mio ultimo incarico, che è stato quello di console, a Civitavecchia. E, poi, questa fama di seduttore è stata un po’ montata ad arte, a beneficio di certa letteratura pruriginosa. Se consideri, peraltro, che l’unica donna italiana a cui tenevo veramente, la contessina Giulia Ranieri, di cui ho chiesto anche la mano, mi ha opposto un cortese ma netto rifiuto, mi ha dato “coffa” come dite voi siciliani, la leggenda metropolitana di uno Stendhal tombeur des femmes
ne esce notevolmente ridimensionata.”

“Assolutamente convincente, mio caro Henri! E, ora, levami un’ultima curiosità. Perché hai dato il titolo di Le rouge et le noir al tuo romanzo più famoso? Tu sai bene che sono state date molte interpretazioni al riguardo. Qualcuno ha detto che il titolo ha un riferimento preciso al nero dell’abito talare di Julien Sorel, ex seminarista, e al rosso del sangue, visto che Julien finì ghigliottinato. C’è chi ha sostenuto che hai inteso alludere al contrasto tra i clericali (nero) e i liberali (rosso) del tempo. Chi porta avanti altre teorie ancora. Per favore, vuoi dare la tua versione autentica, per mettere la parola fine a tutte queste diatribe?”

“Io, ovviamente, la mia motivazione la conosco. ma consentimi di essere un po’ cinico, questa volta sì. Non la rivelerò mai! Ma tu te l’immagini? Se dovessi svelare l’origine del titolo, farei la gioia di un critico letterario per scontentarne almeno altri dieci: meglio lasciarli nelle loro convinzioni. Ma, a proposito di rouge et noir, perché non parlare di un argomento più divertente? Più frivolo, direi. Parliamo di vini! Credo che possiamo dare, vista la nostra condizione diciamo così “spirituale”, un’autorevole opinione sull’eterna querelle se siano più buoni i vini francesi o quelli italiani. Sei d’accordo Nanà?”

“Pienamente d’accordo. Io, al riguardo, ho un’idea ben precisa. Chapeau bas, tanto di cappello, ai vini bianchi francesi, soprattutto allo champagne. Ma, per quanto riguarda i rossi, non credo che esistano vini più buoni di quelli siciliani. Penso sempre, con grande nostalgia, al vino rosso che si produce nella mia amata campagna in contrada “La Noce”, a Racalmuto. Che profumo delicato! Che sapore intenso! Che emozioni, al momento della vendemmia con tutti i ragazzi a fare festa, mentre pigiavamo l’uva a piedi scalzi! E, poi, un anno, successe un fatto bellissimo, che ricordo sempre con piacere.”

“Quale?”

“Mentre pigiavamo l’uva, preso dai fumi del mosto, crollai in mezzo al tino. I miei compagni prontamente mi risollevarono, ma, completamente ebbro, ridevo e straparlavo, mentre loro mi sorreggevano per le braccia.”

“E cosa dicevi?”

“Fantasticavo, a quanto mi raccontarono dopo, di trovarmi in mezzo a un Baccanale in pieno svolgimento, secondo il rito pagano, che ci aveva spiegato, qualche tempo prima, il nostro vecchio insegnante di latino.”

“Interessante! Soprattutto, sotto l’aspetto letterario. Racconta!”

“Io mi trovavo proprio in mezzo al corteo, preceduto dalle Menadi, le vergini che reggevano un enorme fallo di legno, simbolo della fertilità della terra e propiziatore di abbondanti raccolti, che procedeva, ondeggiando, tra la folla acclamante. Seguivano i Satiri, che, con i loro flauti doppi e tamburelli, intonavano suoni, a ritmo sempre più incalzante e frenetico.”

“E, tu, che ruolo avevi nel rito?”

“Rappresentavo Dioniso. Cinto di pampini di vite, avanzavo tra la folla, sopra un cocchio trainato da cavalli, distribuendo grappoli di uva nera, mentre le Menadi mescevano vino a profusione alla folla sempre più vociante ed eccitata.”

“E come è finita?”

“Come tutti i riti dionisiaci: con il fallo-falò! Ovverosia, con l’incendio dell’enorme simbolo fallico, mentre Dioniso, le Menadi e i Satiri, tutt’intorno, danno vita a un vorticoso e delirante carosello.”

“E tu?”

“Io, a detta dei miei compagni, alla fine del racconto che avevo fatto quasi in trance, completamente madido di sudore e con i vestiti zuppi di mosto, caddi in un sonno profondo e mi risvegliai nella mia casa di campagna, in contrada “La Noce”, dove mi avevano trasportato a braccia, solo due giorni dopo.”

“Fantastico argomento per un racconto! Come mai non hai scritto niente, al riguardo?”

“Mi ripromettevo sempre di scriverci qualcosa, ma, poi, per un motivo o per un altro, ho sempre rimandato. Peccato! Chissà che, un giorno, qualche scrittore non prenda spunto da questo episodio, per realizzarci un racconto. Mah! Io me lo auguro. Ecco, in conclusione, perché ritengo il mio “Rosso della Noce” il vino più buono del mondo. Io non bevo molto, credimi, ma basta un goccetto del mio vino a mettermi allegria. A rendermi euforico.”

“Tu non sei un estimatore del tuo vino. Di più: ne sei innamorato!”

“E’ vero, non posso negarlo: amo il vino della mia contrada! Che ne dici, mio caro Henri, ci facciamo un goccetto di rosso?”

“Oui, très volontiers, mon cher Nanà!”

 

      “IL BACCHINO UBRIACO E ALTRE STORIE”

 IL MITO DEL VINO SECONDO GAETANO GAZIANO

                              recensione di Ubaldo Riccobono

Il Bacchino malato di Caravaggio

E’ nata sotto i migliori auspici questa raccolta di  18 racconti di Gaetano Gaziano, tutti sul mito del vino, titolata “Il bacchino ubriaco e altre storie” (ExCogita editore, Milano €. 11,50), data alle stampe nel mese di aprile.

E aprile era un mese importante per gli antichi romani, i quali celebravano nei Vinalia, sorta di festeggiamenti arcaici, il vino novello che faceva la sua comparsa sulla tavola di patrizi e plebei. Tali celebrazioni venivano reiterate nel mese di agosto per l’inaugurazione della vendemmia. Non erano da meno i greci, per i quali il vino costituiva ab origine un elemento sacrificale nei culti orgiastici, a cominciare anzitutto dai riti alla divinità post-omerica di Dioniso, di origine tracia, che le popolazioni rurali della Lidia identificarono in Bacco.

Questo culto “religioso” del vino, nell’opera di Gaetano Gaziano, non solo è presente nel titolo della raccolta con il vezzeggiativo del nome Bacco, ma traluce in tutto il suo fulgore nella copertina di un gradevole rosso (colore liturgico del vino), dove è inquadrato “Il Bacchino malato” del pittore Caravaggio (Michelangelo Merisi, nato a Caravaggio, in Lombardia).     

Ora, nella sua visione antirinascimentale, Caravaggio, ribaltando audacemente l’antropocentrismo, nelle sue opere d’arte espresse proprio la realtà delle cose, fissando “i dati” del creato come in una camera oscura, come in uno specchio. E allo specchio fu realizzato “Il Bacchino”, senza dubbio un autoritratto del pittore, ancora convalescente dalla malattia, per un precedente ricovero nello Spedale della Consolazione. La spontaneità del “Bacchino”, con la corona di pampini e l’uva tra le mani, è un inno alla vita, che nella naturalità del soggetto adombra anche una spiritualità universale di fondo, la gioia del godimento, specie quando si esce d’affanno.

Caravaggio e il suo inconsueto autoritratto ispirano il racconto-clou, “Il Bacchino ubriaco”, epicentro del libro e snodo ideale di tutte le altre storie, perché incarna la concatenazione tra l’arte (pittura e scrittura),  il soggetto della narratio e il contesto situazionale.

Da questa miscela, che l’autore “impasta” con gusto artigianale, tra piccoli paradossi, espressioni eretiche e toni umoristici, blandamente pirandelliani, ne escono personaggi filigranati, naturali, spontanei, contrassegnati a volte da una umanità traboccante e ingenua, ma collocati tutti nell’humus congeniale, cioè la Terra, da cui origina il vino (Dioniso era figlio di Zeus e di Semele, personificazione della terra).

Un filo rosso (rosso come il vino), dunque, che accomuna tutti i racconti, trattati con garbo e divertissement, con tocco di mano leggero e suadente, che ilarizza, ma avvince e convince.

Il “simposiarca” Gaziano confeziona 18 racconti simposiaci, che sono un invito a prendere la vita con ottimismo, e ci ricordano  gli σκολια di Alceo, i canti conviviali d’esortazione al bere e ad esaltarsi senza indugi nella gioia, per dimenticare i crucci della vita:

“Beviamo! perché attendere le lucerne?”

Talora il vino è l’occasione, per Alceo, per celebrare un “fausto” evento, la morte del tiranno:

“Ora bisogna bere,

ora ubriacarsi a forza,

poiché è morto Mirsilo”

La carrellata di Gaetano Gaziano evoca in noi sensazioni sopite, versi e composizioni di poeti, che ridestano sentimenti antichi, come ad esempio il lieder conviviale di Wolfgang Goethe “Ergo bibamus”, che brindava nella fredda Germania generosamente con rincuoranti brindisi, anche nel momento della sua partenza per l’Italia (“parto da qui con un lieve fardello, doppiamente ergo bibamus”).

In questa atmosfera lirico-conviviale-terrestre, troviamo, per cominciare, un “trasgressivo” Noè e un piccolo servo, che pur prodigandosi in un sforzo volontaristico degno di lode, non riesce ad “impedire” il miracolo del vino di Cana. E poi, via via, l’uomo più astuto della terra, Ulisse, che scopre qualcuno più furbo di lui; Enea, che approda nell’Enotria e ritrova “il gusto” della sua terra;l’immarcescibile Shahrazàde de Le Mille e una notte; Defùk, vescovo di Magonza, che muore per un eccesso di Est Est Est, il celeberrimo vino di Montefiascone; un imprevedibile Giorgione; il monaco, “tombeur des femmes” inventore dello champagne, Dom Pierre Perignon; Francisco Goya alle prese con il vino della strega; Giuseppe Verdi che brinda allusivamente a un suo fiasco; il brindisi di Verga alla sua amata; il viaggiatore Guy de Maupassant e il suo sogno sotto il tempio di Giunone ad Agrigento, con le vin du diable; un trio inusitato: Amadeus Mozart, Casanova e Don Giovanni; e per finire: Amedeo Nazzari in un’osteria di Trastevere; il brindisi “impossibile” tra Leonardo Sciascia e Stendhal; gli effetti del Chianti e delle torri gemelle su una coppia; Costanzo e e un suo programma da Apocalypse now. 

Mito e storia, leggenda e fantasia, e a volte sinfonia, si mescolano continuamente, tra frizzi e lazzi, senza alcuna visione recondita, ma con l’evidente scopo di parlare al cuore del lettore, lasciando libera la mente.

Del resto, era un percorso annunciato nell’introduzione, con la bellissima citazione di uno scrittore illustre, Jorge Luis Borges, tratta dalla sua Parabola di Cervantes e di don Chisciotte:

Perché al principio della letteratura è il mito, così alla fine

 

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