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PIRANDELLO, SCIASCIA, EMPEDOCLE:
PER SCONFIGGERE “LA BESTIA”


Vivere in un piccolo paese a pochi chilometri dalla città, a contatto della natura, è un modo di trascorrere più serenamente la propria esistenza, a misura d’uomo; soddisfa quell’intima esigenza dell’uomo d’amare e d’apprezzare di più le cose che fanno parte della natura, rispetto alle quali tutto ciò che è artificioso e artificiale, costruito dalla tecnologia, si deve atteggiare soltanto come mero mezzo che si pone al servizio. Che queste cose autentiche, nella vita più convulsa della città,  possano sfuggire di mano o addirittura perdersi, è del tutto evidente. Ma che accada nel microcosmo di un’oasi naturale, è un fenomeno che fa riflettere. E’ da un mese che sono entrato a far parte della grande, sterminata famiglia dei bloggers. L’ho fatto in sordina, come sperimentazione, quasi con scetticismo. Le voci sono tantissime, gli interessi vastissimi, la navigazione è una rete inestricabile. Non voglio trinciare giudizi, né fare graduatorie di merito tra i siti visitati: ciascuno si sceglie la sua via. Però, penso che sia un mondo ricco d’umanità, che s’arrovella sui problemi, che vuol comunicare, relazionarsi, magari magmaticamente, ingenuamente, illusioramente, evasivamente: ma è un mondo vivo, che pulsa e trasuda sentimenti, idee, vitalità.
Tra i blog amici mi ha colpito quello di Dilia61, che porta avanti, con una impostazione garbata, tre filoni che corrispondono al modo di essere di tutti e tre i miei amici, ai quali ho dedicato il mio sito. Dilia è umorista, sia nella proposta di temi divertenti, dissacratori, che fanno sorridere e fanno uscire ciascuno dalla routine quotidiana; sia nei commenti sempre puntuali della stessa impronta: per questo s’avvicina alla tematica pirandelliana. Lei, inoltre, in maniera quasi spropositata, ama la sua Valle d’Aosta e la sua natura, terra storicamente ricca d’umanità e d’orgoglio: per questo suo amore sconfinato potremmo definirla blogger “empedoclea”. Ma Dilia ha anche una lucidità razionalista, logica, deduttiva, che s’interroga sui problemi del sociale e se ne fa una ragione di vita: s’avvicina in questo all’ ”inquisitore” Leonardo Sciascia. 
Lei combatte una strana battaglia con sé stessa, contro “una sua bestia” interiore, contro l’eccessiva sensibilità per i fatti esterni che la feriscono oltremodo, che la fanno chiudere in sé stessa, che le mettono ansia. Reagisce sul blog alla grande, ma si relega in un angolo, non riesce neanche a vedere le bellezze della sua amata Valle. Non s’accorge, però, che quello che sa dare, lo deve convogliare anche all’esterno. Certo, non si può mettere la ragione al posto dell’emozione, però bisogna trovare il giusto equilibrio fra le due componenti, un’armonia fra mente e cuore, riuscendo a sdrammatizzare la quotidianità e i suoi problemi. Lei ha la community dalla sua parte, è benvoluta sul posto di lavoro e i suoi concittadini l’aspettano paziente. Io sono convinto che queste tre anime (umorismo, razionalità, cuore: numero perfetto) la faranno uscire dal tunnel e per questo le dedico due racconti che riguardano una immaginaria valle della Sicilia.
 

                                                L’OMELIA

<<Ogni albero che non dà frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Perciò dai loro frutti li riconoscerete>>  (Matteo 7, 19)


La chiesa era gremita di fedeli: i banchi erano tutti occupati, le navate laterali straripavano di devoti in piedi, il transetto ridondava di monaci e di suore, e persino la cantoria era stata invasa da una miriade di ragazzini, che avevano accerchiato i cantori e i sonatori.

Quando il nuovo parroco andò sul pulpito per il sermone, cessarono i bisbigli delle preghiere e il silenzio divenne assoluto. Chissà perché, egli rimase sgomento e quasi intimidito da quella partecipazione di popolo e temette che si sarebbe perso in un bicchiere d’acqua, non riuscendo a padroneggiare i concetti e le parole.

Cosa poteva dire ai cuori di quei boscaioli?

Era gente semplice, rude, abituata alla vita all’aria aperta. Cosa poteva dire lui, venuto dalla città?
Quand’era ragazzo, con il padre, era salito sui monti, aveva osservato con meraviglia i due paesini, divisi da un ponte, che si inerpicavano sui fianchi di quella montagna, circondati da selve di un verde smagliante.
Nell’intrico delle boscaglie aveva guardato, stupendosi, gli alberi d’alto fusto che si elevavano diritti e forti verso il cielo e gli davano l’impressione che sfiorassero le nubi che correvano veloci.

Nel sottobosco gli arbusti, i suffrutici e le erbe gli avevano parlato di una vita tutta loro, di un’esistenza che solo pochi potevano capire ed apprezzare. Il bosco non era soltanto legname da costruire, da ardere; dava medicinali, coloranti, sughero, frutti, pinoli, ghiande, mirtilli, funghi.

Gli diceva il padre con voce severa:

”Il bosco va amato e rispettato. Per questo gli antichi lo consideravano un luogo sacro; le sue leggi inviolabili non sono scritte, ma si tramandano di padre in figlio. Il diritto di pascolo, ad esempio, è la cosa più naturale che ci sia. Ricordati che la montagna e i boschi ci educano a vivere”

Nei pochi giorni trascorsi in quei due paesini, destarono la sua attenzione  le stradine linde e lastricate che salivano a perdifiato verso l’alto, la vita che fluiva lentae ordinata, gli uomini dai visi asciutti e dallo sguardo onesto, i ragazzi allegri e ridanciani. Sentì dentro una voce segreta che gli parlava di un futuro in quei luoghi e tutto gli sembrava intimo e familiare.

Ora  abbracciava con uno sguardo la chiesa e l’uditorio, muto ad aspettare l’omelia. Per farsi coraggio ripetè a se stesso che i presenti erano montanari, gente alla buona, che non avevano grandi pretese, se non che si parlasse ai loro cuori. Perciò si fece animo e principiò senza enfasi con il discorso più piano di questo mondo.

“La società assomiglia al bosco” disse “E voi tutti sapete che ci vogliono alberi forti perché esso cresca e prosperi. La società è fatta dai singoli, come il bosco dagli alberi. E gli uomini forti, come gli alberi, si vedono dai frutti che danno. Voi dovete essere sempre come alberi rigogliosi che non hanno paura di essere abbattuti dalla folgore, perché sanno che, se anche ciò dovesse accadere, non accade per caso, ma secondo un disegno celeste. Ciò che muore, viene sostituito, ma ciò che muore non è morto invano, perché lascia sempre i suoi frutti…”

Essi assentivano a quelle parole genuine che sgorgavano dal profondo dell’animo;  e il parroco, man mano che il suo discorso fluiva, andava capendo il vero senso delle parole del padre.

(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)


LA FESTA DEGLI ALBERI 

fra tre, quattrocento anni tutta la terra si trasformerà in un giardino fiorito.

  E allora la vita sarà incredibilmente facile e leggera

                                                                                                          Cechov

 

Nel giardino pubblico stavamo schierati in due file, bambini di cinque e sei anni, con i grembiulini neri e i colletti bianchi stretti da nastri di vario colore. Aspettavamo il momento fatidico della designazione del privilegiato che avrebbe dovuto piantare nella zolla l’arboscello già pronto. Eravamo i migliori delle prime classi elementari ed a lungo avevamo simulato con le nostre maestre, nel cortiletto della scuola, la piantagione degli alberi.

Dopo i discorsi di rito delle autorità civili e militari e degli uomini politici, fu la volta del provveditore agli studi. I nostri sguardi, che durante i discorsi ufficiali, erano come svagati, si concentrarono tutti sulle sue labbra per sentire finalmente il nome dell’eletto. Ma prima dovemmo sorbirci la dotta prolusione, che narrava nei minimi particolari le origini dell’iniziativa, l’impegno della scuola nella riuscita dell’evento, la lunga preparazione degli scolari, la selezione dei meritevoli ecc.ecc.

Come Dio volle, venne fuori il nome del designato: il figlio del sindaco. Bisbigli di approvazione si levarono tra gli astanti; anche noi bambini d’istinto applaudimmo la scelta e, con occhi d’invidia, vedemmo il predestinato, tronfio e sorridente, dirigersi sul luogo stabilito.

Nella calca generale riuscimmo a vedere poco o niente della brevissima cerimonia, immortalata però dai fotografi e dalle note di una banda musicale. Poi, noi esclusi ce ne tornammo a scuola mogi mogi, dietro le maestre che, loquaci, commentavano ancora la festa.

Al cancello della scuola mi aspettava mio fratello, dieci anni più grande di me, ch’ero il più piccolo della nidiata. “Com’è finita, stupidello?”, mi chiamava sempre con quel termine in maniera affettuosa. Era stato lui a spiegarmi come e quando vanno piantati gli alberi, portandomi in campagna e nei boschi e facendomi scoprire tutte le specie esistenti nel territorio, che conoscevo a memoria.

“E’ stato scelto il figlio del sindaco!” risposi trattenendo a stento lo sdegno che voleva erompere dall’interno.

“Era ovvio, no?! Quali elementi poteva avere il provveditore per scegliere, se non la conoscenza diretta dei figli di papà?! Poteva scegliere uno come te, che viene dalla campagna? Tu dovevi essere il designato, tu avresti potuto dire tutto sugli alberi, insegnare loro che cosa vuol dire un bosco e con quale amore va tutelato.”

Io però  consideravo tristemente, tra me e me, che si erano afflosciate miseramente tutte le mie speranze di poter piantare l’alberello; proprio io, figlio di gente cresciuta in campagna, che da secoli aveva lottato contro tutti e tutto, cercando di preservare i boschi. Sarebbe stato un gesto simbolico molto importante e per questo mi ero impegnato per mesi. Con che cuore avrei dato la notizia ai miei genitori, che, in fondo, avevo illuso con il mio facile ottimismo?”

            “Vieni!” disse mio fratello, “Andiamo nel bosco; che te ne importa di loro, non sanno che cosa sia, essi conoscono solo la città, le vie, i negozi;  sprecano il loro tempo, nei lussi e nei capricci, torturandosi e caricandosi di ansie. Sono come i topi avvezzi a vivere soltanto nelle loro tane. Andiamo, su, a respirare un po’ d’aria buona. Ci aspettano tutti: i nostri genitori hanno organizzato per te la vera festa degli alberi, potrai piantare quanti alberi vorrai!”

(Ubaldo Riccobono, tutti diritti riservati)

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