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 IL GATTOPARDO DI VINCENZO SCIAME’ 

Nel Palazzo Baronale “Milio” di Ficarra di Patti, il maestro Vincenzo Sciamè ha presentato ancora una volta la mostra tematica “Da Tomasi di Lampedusa al Gattopardo”, tenuta a battesimo dal vescovo di Patti, Mons. Ignazio Zambito e illustrata dal Prof. Natale Tedesco, docente di letteratura dell’Università di Palermo, nel cui corso molto è dedicato al connubio tra pittura e letteratura. Tutti i disegni e i quadri possono essere visitati nel sito linkato "pittore Sciamè".
La mostra, organizzata
dal Centro d’Arte Moderna “AGATIRIO” di Capo d’Orlando, in collaborazione con il Centro “Lucio Piccolo di Calanovella” ed il Comune di Ficarra, sarà esposta fino al 30 giugno e si sposterà poi proprio a Capo d’Orlando a Villa Piccolo, sede dell’omonima fondazione, tappa quasi obbligata, perché la famiglia Piccolo era cugina dei Lampedusa e il presidente della Fondazione, Bent Parodi di Belsito, è l’ultimo discendente dei Gattopardi. L’evento era stato presentato tre anni orsono, presso il Parco letterario di Santa Margherita Belice, in provincia di Agrigento, nel palazzo dei Lampedusa, che s’identifica nel romanzo in quello di Donnafugata.

gattopardo1bisSciamè, nato a Sambuca, ad un tiro di schioppo da Santa Margherita Belice, ha assimilato di quelle terre l’humus pittorico, che si sostanzia in quel paesaggio arroventato dell’interno dell’isola, descritto nell’opera magistralmente, “mai un albero, mai una goccia d’acqua: sole e polverone”, e che fa levare all’unisono un grido di liberazione a tutti i componenti della famiglia Salina, quando, durante la loro fuga in carrozza da Palermo, dopo lo sbarco di Garibaldi, esclamano sorpresi: ”gli alberi! ci sono gli alberi!

gattopardo26 Sciamè non conosce soltanto Il Gattopardo come opera letteraria: ma, paesaggio e modi di essere siciliani, li porta nel suo dna, nel sangue che scorre nelle sue vene; li sente sulla sua pelle come stimmate, come tutti i siciliani, allo stesso modo che fece dire al principe Fabrizio Salina, nel famoso colloquio con Chevalley:

Questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata… questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina…questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi…si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora, le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche, del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con le opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo.

Sciamè è aderente al tema fondamentale del romanzo, la “sicilitudine”, che rappresenta emblematicamente (vedi quadro sotto) come archetipo, in un kafkiano castello irraggiungibile, arroccato sul Montepellegrino, mentre nella parte sottostante sono la fantasia e il sogno che s’incarnano nel paesaggio e nel simbolo della palma da “uri” arabe o da Mille e una notte.
E nel cielo che sovrasta c’è il sogno di Don Fabrizio che dal suo osservatorio terrestre si slancia verso le stelle “verso le intangibili, le irraggiungibili, quelle che donano gioia senza poter nulla pretendere in cambio, quelle che non barattano…”. “Esse sono le sole pure, le sole persone per bene…Chi pensa  a preoccuparsi della dote delle Pleiadi, della carriera politica di Sirio, della attitudine all’alcova di Vega?

gattopardo24Ma Don Fabrizio sa che anche il sogno dell’ultimo Gattopardo è finito, non solo perché il suo mondo è in agonia sotto l’incalzare dei nuovi ceti borghesi e di quel “cornuto” di Garibaldi, come lo definisce in un conato di bile; ma anche perché, in una sorta di preveggenza eros-tanathos, egli ormai è convinto che sta corteggiando la morte, come gli viene detto dal nipote Tancredi. E Il Gattopardo è una sinfonia di morte, nei suoi messaggi ricorrenti e costantemente allusivi. Si apre con la recita del rosario:”Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.” e si chiude con la fine delle “reliquie”  e la fine di tutto, quando la carcassa tarlata e polverosa del cane Bendicò trova “pace in un mucchietto di polvere livida”. Ma tutto il romanzo è disseminato da un alone di morte: dal contesto storico che si dissolve, cambia e si riproduce identico ma sotto altra forma, fino al passaggio del testimone da Don Fabrizio al nipote Tancredi, che costituisce la proiezione del sogno del Principe.

gattopardo4Il “ciclone amoroso”, raffigurato da Sciamè, nell’abbraccio erotico tra Tancredi e Angelica, non è altro che la fusione per incorporazione tra nobiltà e borghesia, un abbraccio impossibile da perseguire da parte dell’ultimo dei Gattopardi, dallo “zione” come viene chiamato Don Fabrizio Salina, anche da Angelica.

gattopardo7Soltanto Tancredi può perseguirlo, come erede designato di un’epoca che muore, anche se lo zio l’ha vagheggiato, corteggiando la morte. Ed è il ballo di palazzo Ponteleone, tra Don Fabrizio e Angelica Sedara, ad incarnare questo passaggio-clou. La danza rappresenta l’incontro tra due corpi e due anime, è in essa che il Principe si sente sedotto da Angelica, figlia della Borghesia, temuta ma seducente, in tutto il suo smagliante e imperante fulgore. Sciamè si dimostra maestro, dapprima a trasmetterci questo messaggio con due disegni a matita. Nel primo c’è l’invito-profferta e tentante di Angelica allo “zione”, magistralmente descritto da Giuseppe Tomasi:”Volevo chiederle di ballare con me la prossima ‘mazurka’. Dica di sì, non faccia il cattivo: si sa che Lei era un gran ballerino.” Il Principe fu contentissimo, si sentiva tutto ringalluzzito. Altro che cripta dei Cappuccini!

Angelica e Il Gattopardo al Ballo, Vincenzo Sciamè disegnoNel secondo disegno il ballo inizia, mentre il Principe sente salire dalla scollatura di Angelica “un profumo di bouquet à la Maréchale, soprattutto un aroma di pelle giovane e liscia. Alla memoria di lui risalì una frase di Tumèo:”Le sue lenzuola debbono avere l’odore del paradiso.” Frase sconveniente, frase villana; esatta però. Quel Tancredi…

gattopardo16Nella tela ad olio Sciamè raggiunge il top, rappresentando l’apoteosi perfetta della coppia, che sembra riprodurre le parole del libro:”Per un attimo, quella notte, la morte fu di nuovo ai suoi occhi, roba per gli altri.”

gattopardo19Ma fu soltanto un attimo, perché la morte, si presenta aequo pede, com’era sentita e necessaria, morte di tutto; ma non ha un volto che atterrisce, ha il volto di Angelica, il volto della Borghesia che chiede al Principe quasi licenza per impossessarsi dello scettro del comando:

“Fra il gruppetto ad un tratto si fece largo una giovane signora: snella, con un vestito marrone ad ampia tournure, con un cappellino di paglia ornato da un velo a pallottoline che non riusciva a nascondere la maliosa avvenenza del volto. Insinuava una manina inguantata di camoscio fra un gomito e l’altro dei piangenti, si scusava, si avvicinava. Era lei, la creatura bramata da sempre che veniva a prenderlo: strano che così giovane com’era si fosse arresa a lui…

Angelica, Il Gattopardo, disegno di Vincenzo SciamèE’ l’abbraccio finale che Sciamè rende quasi con lirismo nel disegno a matita, come esodo del dramma: il bel volto di Angelica sembra quasi trasfigurato di arrendersi al Principe, di spalle.

gattopardo5Se l’abbraccio finale sancisce la resa della nobiltà alla borghesia, quest’ultima vuol dirozzarsi ed elevarsi ai valori della prima, così come con pervicacia desidera Angelica. Tancredi, nobile decaduto, s’imborghesisce diventando politico e andando alla ricerca di altri amori ed esperienze erotiche; Angelica persegue il suo sogno di appartenere alla stirpe “signorile” per assurgere al rango dell’ “amato” zione, riuscendoci. Vecchio e nuovo s’incorporano e tutto cambia per non cambiare, perché la verità in Sicilia è un concetto relativo e, forse, inesistente, così come afferma la figlia stessa del Principe, Concetta:

In nessun luogo quanto in Sicilia la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l’opportunismo, la carità, tutte le passioni buone, quanto le cattive si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso.

Restano i segni del passato soltanto nelle cose, negli stemmi gentilizi, ormai inutili e sorpassati e nei personaggi che non ci sono più e si sono riciclati. Stirpe di semidei i siciliani: questo il loro pregio, questo il loro limite di sempre.

gattopardo28La modernità del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa non fu colta da Elio Vittorini, che rifiutò la sua pubblicazione, e dalla cultura di sinistra del tempo, allora imperante. Soltanto più tardi, ad opera di Giorgio Bassani, l’opera fu rivalutata e uscì per i tipi di Feltrinelli e s’impose come best-seller, diventando un caso editoriale.

gattopardo17 (Giuseppe Tomasi di Lampedusa pensoso, al tavolo del Caffè Mazzara dove scriveva le sue opere)

(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

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