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PRAGA E BUDAPEST
COSI’ SIMILI COSI’ DIVERSE

Praga e Budapest: due capitali che hanno lottato lungamente per l’indipendenza, la libertà e il diritto all’autodeterminazione, che hanno sognato la grandezza imperiale, che conservano nei palazzi, nei monumenti e nelle vestigia la loro storia di contrasti. In particolare, Praga voleva essere la culla della mitteleuropa, ma si vide preferita a Vienna. Città simili anche nella dittatura comunista all’indomani della seconda guerra mondiale. Ma Budapest, più concreta, ha fatto prima a scrollarsi di dosso i traumi, che vengono rievocati come ricordi di lotte civili:

Budapest

Budapest






Budapest

Budapest

Praga, più onirica e visionaria,  non riesce ancora ad esorcizzare completamente il passato, bellissima città-museo in ogni angolo del centro storico, ma che d’inverno s’ammanta kafkianamente di nebbia e di tristezza.

 

PragaPraga


Praga di notte

Due città e due fiumi azzurrissimi, il Danubio e la Moldava:il secondo la copia in miniatura del primo.Visione da cartolina la Moldava, volano d’economia il Danubio. Due capitali ormai “occidentali”, due modi di vivere, che per certi versi s’assomigliano, ma che per altri si discostano profondamente.  

 BUDAPEST,  Danubio, isola Margherita, Parlamento                                       PragaBudapest

Praga
 








PRIMA PARTE

 

LA MAGICA PRAGA DI FRANZ KAFKA


Kafka
“Praga non abbandona l’uomo…
Questa madre ha le unghie”Franz Kafka giovane

 

Praga è Kafka, Kafka è Praga: mai equazione fu più aderente alla genesi di un letterato. Franz Kafka era nato il 3 luglio del 1883, nella zona della capitale ceca di vecchia cultura ebraica, ai limiti  del ghetto, che tale era rimasto dal Duecento, fino a quando l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo non ordinò la rimozione dei cancelli che lo delimitavano.


Nacque in una casa, andata distrutta e poi ricostruita, di cui è rimasto soltanto l’originario portone: all’angolo della piccola piazza una scultura dello scrittore ne segnala la presenza.

Praga

PragaAllentatasi la discriminazione, il ghetto ebraico fu poi abolito e divenne oggetto di un vasto intervento di risanamento. Ma il Vecchio Cimitero rimane ancora oggi a testimoniare le ferite del passato, quando agli ebrei fu proibito di interrare i propri morti nei cimiteri di Malà Strana e di Stare Mesto e la minoranza ebraica dovette arrangiarsi in un uno spazio limitato, dove si costruirono sepolcri, gli uni sugli altri, in ben dodici strati di terra, per contenere la caotica selva di tombe, steli e lapidi.

 Praga

Già ai tempi della gioventù di Kafka, la visita al vecchio cimitero ebraico era quasi un obbligo della comunità e venivano messe simbolicamente sulle tombe pietruzze in ricordo dei morti nel deserto durante l’esodo dall’Egitto.

 Praga, Vecchio Cimitero ebraico

Praga



Franz era nato a pochi metri dalla Piazza Vecchia e dall’orologio astronomico, i cui cupi rintocchi suonati dalla Morte venivano avvertiti da tutti i praghesi, i quali, anche a distanza, immaginavano la danza sacra delle Ore con i dodici Apostoli che uscivano a coppie dalle finestrelle, fino al chicchirichì finale del gallo posto sotto il tetto.

 

Praga, l

Questi rituali cupi, unitamente alla leggenda del fantomatico Golem (uomo d’argilla o fantasma che terrorizzava di notte i passanti) e del rabbino Löw, suo inventore, al tempo di Rodolfo II d’Asburgo, re alchimista ed esoterico, rimanevano attuali e aleggiavano ancora nella Praga di fine ottocento, che si apriva al moderno, ma non dimenticava il passato. Il giovane Kafka non riuscì a rimuovere le impressioni d’infanzia, tanto da confessare:

“Dentro di noi vivono ancora gli angoli bui, i passaggi misteriosi, le finestre cieche, i sudici cortili, le bettole rumorose e le locande chiuse. Oggi passeggiamo per le ampie vie della città ricostruita, ma i nostri passi e gli sguardi sono incerti. Dentro tremiamo ancora come nelle vecchie strade della miseria. Il nostro cuore non sa ancora nulla del risanamento effettuato. Il vecchio malsano quartiere ebraico dentro di noi è più reale della nuova città igienica intorno a noi.”

Le ferite di questo passato Kafka se le portava appresso come un monito per sé e per gli altri, come una colpa assurda e una inesorabile condanna, che in senso quasi profetico gli fecero intuire la cruda tragedia del nazismo, cui la famiglia Kafka pagò un carissimo prezzo con la scomparsa delle tre sorelle dello scrittore, Elli, Valli e Ottla nei campi di eliminazione nazisti, durante la seconda guerra mondiale.

                                                                                                                     OttlaLe sorelle di Kafka Valli e Elli

Ottla, la più piccola sorella di KafkaElli e Valli





Sotto questo profilo lo scrittore e i genitori, morti assai prima, non ebbero la sventura di assistere a quelle atrocità e di non patire le stesse traversie delle giovani.
Nelle pareti dell’ex sinagoga Pinkas, memoriale degli ebrei boemi e moravi vittime dell’Olocausto, sono iscritti ben 77.297 nomi in ordine alfabetico, con relative date di nascita, di morte o di deportazione. Quelle stanze intonacate di bianco, zeppe di semplici nomi, fanno rimanere basiti i visitatori, come se tutte le vittime della furia nazista urlassero ancora il loro orrore. Colpisce al primo piano la commovente esposizione dei disegni e degli oggetti  dei bambini delle famiglie ebree, concentrate dai tedeschi nel ghetto di Terezìn, prima della deportazione ad Auschwitz. Chi passa non potrà mai più dimenticare le atrocità che uomini hanno saputo arrecare ad altri uomini inermi.

 Praga, Sinagoga Pinkas

Praga, Sinagoga PinkasPraga, Sinagoga Pinkas

L’ex sinagoga Pinkas è oggetto di un continuo e toccante pellegrinaggio da parte di visitatori di tutto il mondo.
All’uscita del Vecchio Cimitero ebraico si trova l’ex sinagoga Klaus che accoglie una mostra di cerimoniali funebri.

Davanti all’altra sinagoga spagnola c’è una grande scultura dedicata allo scrittore Franz Kafka (vedi foto sotto)

Praga, Sinagoga spagnola


Museo KafkaLa Praga di Kafka era il punto d’intersezione di due culture, quella ceca maggioritaria e quella austriaca, all’interno della quale era predominante la comunità di origine ebraica. Il piccolo Franz già in famiglia intuì il dramma della minoranza ebraica.
Il padre Hermann, ebreo di origine plebea, grazie al matrimonio con Julie Löwy, appartenente alla borghesia intellettuale ebraica, era riuscito ad inserirsi nell’élite praghese di lingua tedesca, consolidando la posizione sociale di agiato commerciante. Severo e formale nell’osservanza delle tradizioni religiose e dei riti ebraici,  concreto e convinto di mantenere una salda posizione economica nell’ambito del ceto e del potere borghese, volle che tutti i figli studiassero in scuole di lingua tedesca e, soprattutto, sperava – se non voleva prepotentemente – che il primogenito Franz seguisse le sue orme.



Hermann KafkaIl “j’accuse” sul dispotismo paterno esploderà soltanto nel 1919 con la drammatica Lettera al padre, che rievocava il disagio giovanile dello scrittore.
"… il mondo si divideva per me in tre parti, e nella prima io, lo schiavo, vivevo sottoposto a leggi concepite solo per me e alle quali, senza saperne il motivo, non riuscivo del tutto ad adeguarmi, poi c’era un secondo mondo infinitamente lontano dal mio in cui vivevi tu, occupato a dirigerlo, a impartire gli ordini e ad arrabbiarti se non venivano eseguiti, e infine un terzo, dove il resto dell’umanità viveva felice e libera da ordini e da obbedienze"


Molto si è enfatizzato sul dissidio tra Kafka padre e figlio, ma è inconfutabile che il giovane scrittore,Franz Kafka sin da subito, fosse in controtendenza all’indirizzo paterno ed avesse un rapporto entusiasta con la cultura e la storia ceca e con il suo milieu. Parlava, leggeva, scriveva perfettamente in ceco e pensava che le due culture, ceca ed austriaca, dovessero compenetrarsi. Si ribellava, più o meno esplicitamente, all’ebraismo formale del padre, rifiutando coerentemente tutti i pregiudizi religiosi e nazionalisti. Fragile e delicato, il suo corpo contrastava con quello solido del padre e creò nel suo carattere timido una sorta di complesso d’inferiorità, verso un uomo spiccio, energico e sanguigno, che dava a vedere la loro differenza. Anche nella vita amorosa dello scrittore, il padre esercitò divieti, soprattutto nel rapporto amoroso con Felice Bauer. Kafka ebbe radicata una sfiducia nella legge degli uomini, che lo portò ad un atteggiamento incerto nei confronti del matrimonio. I suoi rapporti d’amore furono infelici, anche se il più bello fu quello con Milena Jesenskà-Pollak, traduttrice delle sue opere in lingua ceca. Dora Diamant invece fu colei che addolcì l’ultimo periodo della sua vita e lo assistette con amore durante la malattia fino alla morte.
Nel nascente scrittore albergava un ribellismo giovanile di marca espressionistica, dettato sicuramente dall’ atteggiamento culturale europeo di quel periodo, che datava dai tempi del liceo, quando fece amicizie fondamentali. Al liceo conobbe, infatti, e frequentò Oskar Pollak, con il quale si iscrisse all’Università in chimica, per poi lasciarla per la facoltà di giurisprudenza. Nel 1902 conobbe Max Brod, che rimase il suo amico più fidato, il suo critico e biografo, e a cui si deve il recupero provvidenziale e la pubblicazione delle opere, contro le ultime volontà dello scrittore stesso, che gli aveva raccomandato di bruciarle.

 Max Brod

Con Max Brod, che l’avviò al sionismo, fondò il Circolo ristretto di Praga, di cui facevano parte Feliz Weltsch e Oskar Baum (il musicista cieco), per distinguerlo dal Circolo allargato, che si avvaleva delle migliori intelligenze della cultura praghese dell’epoca dei tre ceppi linguististici: ceco, tedesco e ebraico.
PragaIl Circolo ristretto si riuniva in un caffè, a pochi metri dalla casa di Kafka.
Questi fermenti giovanili lo fecero simpatizzare anche verso gli ideali del socialismo del tempo, che poi applicò con umanità nei confronti dei lavoratori, quandò s’impiegò presso l’ “Istituto di Assicurazioni contro gli infortuni dei lavoratori del regno di Boemia”, dopo la laurea in giurisprudenza e un breve apprendistato presso le “Assicurazioni Generali”.
I cavilli delle  norme lo estenuavano, il lavoro non lo soddisfaceva e per lui rappresentava una forma di schiavitù, cui non si sottraeva formalmente per rispetto e timore del padre,  maturando così una sorta di repulsione e un senso di colpa quasi ancestrale, che ne fecero un essere timido e fragile. Ma non fu pavido, anzi forte nell’animo, coraggioso di investigare e di auscultarsi nell’intimo, fino alle estreme conseguenze. Nel tempo libero sentiva l’urgenza di scrivere e, man mano che scriveva, usciva netto il distacco tra l’essere (del lavoro) e il dover essere (della letteratura). Questo sentimento di duplicità veniva acuito dall’atteggiamento quotidiano del padre, che lo richiamava alle norme del paterfamilias, che lo facevano sentire un fallito e dubitare perfino della sua vocazione letteraria, portata dentro come un peccato, un vizio ineliminabile.  
 

“Il diritto è basato sulla personalità, non sul modo di pensare”

A questa proterva affermazione del padre egli rispondeva con lunghi silenzi, nei quali però era racchiusa l’eco dei suoi pensieri:

  “Non sono altro che letteratura”

Anche se quel grido raramente erompeva dal suo petto, gli forniva nuovo impulso a scrivere, scrivere, scrivere… quasi maniacalmente.

“Passare le notti in bianco, scrivendo come un matto, è quello che voglio. E perire in seguito, oppure impazzire completamente, mi auguro anche questo, perché è una conseguenza inevitabile, presentita molto tempo fa”

“Un affetto può essere sradicato oppure espresso, la scrittura però sono io stesso”

Gli faceva rabbia che il padre fosse sordo alla vera essenza della sua vocazione. Quell’incomprensione totale gli graffiava l’anima. Non poteva, tutto, ridursi alle realizzazioni concrete, all’acquisizione di potere, al riconoscimento formale per quello che si possedeva, alla posizione sociale. Egli rifuggiva il potere in tutte le sue implicazioni e aveva paura, sfiducia e dispetto nei confronti della legge.

"Davanti a te ho perso la fiducia in me stesso, l’ho cambiata per una infinita coscienza di essere colpevole"

Casa KafkaQuando guardava dalla finestra, durante le brevi pause della scrittura, diceva sempre a sé stesso:

 

In questo cerchio è chiusa la mia vita

 

Il cerchio era la sua anima, la sua stanza, la sua casa, Praga, quella città che aveva mille tentacoli indissolubili, dai quali non era facile liberarsi.



Anche nei circoli si sentiva solo, ma recepiva il grande respiro culturale della sua città: nel salotto della signora Berta Fanta, ad esempio, frequentato da intellettuali e anche da Albert Einstein, allora docente a Praga, dove si parlava di psicanalisi, di relatività, della teoria dei quanta. Ascoltava, quasi in ieratico silenzio, e cercava di cucire i suoi pensieri, lentamente, mentre i discorsi destavano in lui vibrazioni sopite, che, emergendo dal fondo, lo scuotevano nell’intimo. Sentiva, in quei momenti, rischiararsi l’anima, e si credeva pronto ad addentrarsi nei suoi cunicoli più profondi, laddove mai aveva osato scandagliare. Improvviso era il bisogno di lunghe passeggiate solitarie per cogliere l’anima della città, per confrontarla con la sua e capire perché si sentisse così radicato in quella terra, in un rapporto estenuante d’amore-odio. I suoi piedi, prima di salire al grande parco Chotkovy Sady, lo portavano sempre al Karlùv most, al Ponte Carlo, dove si fermava a guardare, pensoso, alzando poi gli occhi al Castello e alle guglie vertiginose del Duomo, che in inverno s’intuivano soltanto nella nebbia.

 Praga


PragaTalvolta, al vespero, Kafka, per trovare nuovi motivi di meditazione, preferiva cambiare percorso, faceva un lungo giro vizioso per le vie e viuzze della città, saliva i gradini dello strettissimo vicolo di Kampa, che gli toglieva quasi il respiro, e dalla piazza  raggiungeva il Ponte Carlo.

Sul ponte, sempre indugiava, fermando lo sguardo sull’inquietantePraga “ruscello del diavolo” e sulla ruota del vecchio mulino. Le acque della gora, tumultuose e limacciose, catturavano, come per magia, la sua attenzione, gli fornivano nuova energia, dando linfa ai suoi pensieri. Si narrava, tra i pescatori della Moldava, di storie, strane e intricate, misteriose, che si tramandavano di padre in figlio. Ma quanto non era stato strano a Praga? città dai tanti volti e dai mille contrasti del passato, al crocevia di un’Europa che avrebbe voluto essere grande, che lo era stata davvero, sia pure per poco, ma ora in evidente declino. Leggende, pratiche magiche, astrologiche, alchimistiche, guerre e divisioni politiche, eresie e riforme religiose: la Storia sembrava accanirsi con quella città. Il flusso dell’elemento liquido gorgogliante sembrava ripetergli racconti enigmatici, soprattutto d’inverno, quando la  Moldava diventava minacciosa tra gli argini.
PragaCon le mani poggiate sulla spalletta del ponte, se ne stava lungamente a meditare, scrutando assorto l’isola di Kampa, così segreta, quasi inaccessibile. 

La gente che passa attraverso i ponti oscuri

passa vicino ai Santi

con i lumicini deboli

le nuvole che passano attraverso il cielo grigio

passano vicino alle chiese

con torri oscurate

qualcuno appoggiato su un muretto

guarda le acque vesperali

le mani sulle pietre invecchiate.

 

Ma lo sguardo era sempre lassù, al Castello, alle guglie del Duomo, che sfidavano il cielo. Dovunque s’andasse, rimanevano al centro e sovrastavano tutta la città. Arrivarvi non era facile, bisognava percorrere strade in salita, scalinate, attraversare archi, portoni, cortili, nei quali era facile perdersi. Quella collina sembrava l’immagine di un Purgatorio dantesco, al vertice del quale c’era l’Eden.
In quella Praga, tra quella gente, era nato un nuovo scrittore, che voleva cantarla, così com’era, siccome il poeta l’aveva introiettata e filtrata, attraverso il suo humus culturale. Non era una Praga oleografica, da cartolina, quella che Kafka voleva narrare. Era una Praga drammatica e reale, fantastica e assurda, raccolta ma spersonalizzante, dove l’uomo lottava per riconoscersi ed essere riconosciuto, ma si perdeva nei mille convolvoli dell’esistenza. In quei rioni asfissianti, lui ci aveva abitato; nel Vicolo d’oro, ad esempio, dove le basse case sembravano rannicchiate in spazi esigui, non umani.

Praga, il vicolo d

Varie sono le chiavi di lettura della poetica di Franz Kafka. Una cosa è certa, però: anche se non si tratta di opere autobiografiche, gli scritti kafkiani recano connotati indiscutibili dell’esperienza familiare e dell’esplosione del suo complesso edipico nei confronti del padre, nonché delle peculiarità di una città, quintessenza di una civiltà umana universale. La presenza del padre opprimente e delle regole familiari ferree, nonché di leggi e tradizioni incomprensibili è un dato inequivocabile in tutte le opere del Nostro. Ma sarebbe riduttivo affermare che tutte le tematiche si limitino a questo. Kafka, genio qual era, riuscì ad edificare una poetica singolare ed unica nella storia letteraria, operando una rivoluzione di 360 gradi del romanzo moderno. Partendo dalle esperienze familiari, dallo straniamento e dalla solitudine dell’uomo contemporaneo dell’era capitalistica, nonché dalle peculiarità uniche di una grande capitale, che divennero emblematicamente quelle di una qualsiasi città del mondo, calò nel romanzo l’elemento fantastico come argomento di fondo, che, durante la narratio, diveniva fatto reale della vita quotidiana. Era l’assurdo che diventava vita vissuta, esperienza di ognuno, con una valenza così totalizzante, da assurgere a dramma di tutti gli esseri umani: realtà “kafkiana” per antonomasia, insomma, nella quale l’assurdo si trasformava in realtà immanente, ma non finiva di rimanere assurdo nella soluzione.
Non ha importanza, poi, se il conflitto e l’assurdo kafkiano nascano da una visione religiosa della vita (Brod), oppure da un’opzione psicanalitica, o ancora da un’alienazione tipica dell’individuo incardinato nella spersonalizzante società capitalistica, perché il fatto letterario rimane puro in tutta la sua essenza. Kafka, con la sua poetica liberatrice, riuscì a sottrarsi ai suoi fantasmi, rimanendo eterno, punto fisso e patrimonio letterario dell’umanità.

Secondo Max Brod, che a ragione, per la sua vicinanza, si può considerare il critico più accreditato, l’opera chiave, il grimaldello per accedere all’anima autentica di Kafka, è Il processo.
Giudizio ineccepibile, anche se tutte le opere, e in particolare Il castello, convergono tutte ad un’unica visione di fondo dell’umanità e dei personaggi kafkiani.
Ne Il processo l’agilità della narrazione diventa novità irripetibile, rispetto alla quale il fondamentale racconto La metamorfosi ha valore chiaramente propedeutico. Nel Processo Josef K. equivale, di fronte alla legge e alle norme, all’essere mostruoso Gregor Samsa della Meramorfosi, svegliatosi insetto e destinato poi ad essere eliminato. Come l’insetto alla mercè di tutti per la sua mostruosità, Josef K. è un uomo nudo di fronte all’imperio della legge, ed in qualsiasi momento può essere colpito dalla giustizia, per avere infranto le norme, anche se non ne conosce i motivi.
PragaAlla stretta finale, dopo l’inizio d’un inspiegabile processo a suoPraga carico, naufragano i tentativi di comprenderne i motivi e Josef K. si professa irriducibilmente innocente, arrivando nel Duomo, nel luogo cioè dove dovrebbe ricevere la Grazia.

Si mise lentamente in moto, camminò tentoni e… arrivò nella larga navata centrale… il pavimento di pietra rimbombava anche ai passi più leggeri e le volte ne mandavano l’eco debole…K. si sentì un po’ abbandonato e anche la vastità del duomo  gli parve al limite della sopportazione umana…

 

PragaUdì la voce del religioso… Aveva chiamato:”Josef K.!”. 

Il sacerdote… allungò un braccio e con l’indice teso verso il basso indicò un punto ai piedi del pulpito…“Tu sei accusato” disse il sacerdote con voce molto bassa.

A questo punto il sacerdote gli spiega la parabola del campagnolo e del guardiano della legge e i motivi perchè bisogna aspettare umilmente vicino alla porta della Legge, per esserne ammessi all’internp. Ma K. si sente ingannato, perchè nessuno gli ha mai detto che quella era una via di salvezza soltanto per lui, e decreta con questo atto di sfiducia la sua condanna irreparabile: non potrà entrare attraverso la porta della legge.


“Il tribunale non ti chiede nulla. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai”

 

Praga
Praga



Josef Kafka continua a credere in una congiura ai suoi danni, appare irremovibile nella professione d’innocenza, sfidando quasi la Legge. Gli è inibito quindi il passaggio, anzi è lui stesso a negarsi il salvacondotto: Il sacerdote è costretto a sprangare la porta.




                                                                     La fine di K.

PragaLa vigilia del suo 31 compleanno, K. viene prelevato dai suoi giustizieri verso le nove di sera, l’ora del silenzio nelle vie.
Ancora una volta egli non si rende conto della realtà e della irreversibilità della sua colpa:

"Sotto i fanali K. tentò più volte, per quanto fosse difficile farlo in quella stretta, di osservare i suoi accompagnatori meglio di quanto non fosse stato possibile nella penombra della sua stanza. “Saranno tenori” disse…"
L’ultimo barbaglio della sua esistenza K. lo vive incoscientemente sul Ponte Carlo, nellaPraga visione onirica dell’isola di Kampa, cara allo scrittore.
"Alla luce della luna l’acqua luccicante e tremula si spartiva intorno a un’isoletta sulla quale si addensava quasi pigiato un folto di fronde d’alberi e di cespugli

Poi, verrà condannato dai suoi giustizieri, come un cane, con un coltello immerso nel cuore, però ancora incrollabile, quasi iattante, nelle sue convinzioni di innocenza, ponendosi interrogativi del perchè e sperando vanamente aiuti.

 


Il castello, l’altro capolavoro kafkiano, riprende i temi dell’incomprensibilità della Legge dagli interrogativi finali di Josef K. nel Processo.

Dov’era il giudice che egli non aveva mai visto? Dove il supremo tribunale fino al quale non era mai arrivato?

Se nel Processo il protagonista non riesce a rientrare nella “normalità” della legge, per un suo vizio d’incomprensione, dovuto al mancato riconoscimento della sua colpa, nel Castello l’inaccessibilità della legge deriva dall’inconoscibilità della trascendenza da parte della ragione umana. Ogni varco è negato, ogni tentativo di accesso è proibito dalle aporie della mente, lasciando il protagonista agrimensore, che vuole essere ammesso al Castello, per svolgervi la professione, in situazione di scacco permanente, solo ed isolato. L’uomo kafkiano, quindi, non può che rimanere nella sua tana, a scavare nella sua anima, per trovare sempre nuovi meccanismi di difesa da una società assurda, alienante ed alienata, che lo svia dalla Grazia e dalla Trascendenza; proprio come l’animale dell’omonimo racconto – uno degli ultimi – che, braccato, scava sempre nuovi cunicoli.  Il Castello invece rimane impenetrabile lassù, sulla collina, intuita ma incompresa presenza.

 “La collina non si vedeva, nebbia e tenebra la avvolgevano, e nemmeno il più debole raggio di luce indicava il grande Castello. K. si fermò a lungo sul ponte di legno, che dalla strada maestra conduceva al villaggio, e guardò su nel vuoto apparente”

 Praga, la Chiesa di San Nicola

Questa condizione è descritta puntualmente da Kafka nel suo diario:

"Non sono la pigrizia, la cattiva volontà, la goffaggine che mi fanno fallire in tutto: vita familiare, amicizia, matrimonio, professione, letteratura, ma è l’assenza del suolo, dell’aria, della legge. Crearmi queste cose, ecco il mio compito… il compito più originale"

Praga



Ma, fortunatamente, grazie alla devozione dell’amico Max Brod, pervicace nella decisione d’infrangere le ultime volontà dello scrittore, Kafka ha ottenuto il riconoscimento della genialità della sua letteratura, che lo ha fatto accedere nel castello dell’Assoluto. Egli, veramente, non era altro che letteratura. Le sue ceneri sono nella tomba di famiglia nel nuovo cimitero ebraico di Praga.


 

(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

 

 

 

 

 

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