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LIBERAZIONI A ERACLEA MINOA

CTS, Centro recupero Cattolica EracleaCTS, Centro recupero Cattolica Eraclea Non ci poteva essere luogo più bello e suggestivo per una degna cornice alla liberazione di tre tartarughe della specie Caretta Caretta, che il CTS, Centro Recupero delle tartarughe di Cattolica Eraclea, diretto dal veterinario Calogero Lentini, ha deciso di effettuare, al termine di cure durate mesi nelle vasche del centro.

CTS, Centro recupero Cattolica EracleaE’ stato un emozionante spettacolo assistere alle varie fasi di immersione degli anfibi, che dalla spiaggia hanno raggiunto il mare con i loro mezzi e si sono tuffati nelle onde, per poi riemergere varie volte, a distanza, per riprendere fiato.

 CTS, Centro recupero Cattolica Eraclea

Incredibile l’impazienza delle tartarughe che sentivano la voglia di tuffarsi nelle acque di un mare splendido ed incontaminato:

CTS, Centro recupero Cattolica Eraclea

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CTS, Centro recupero Cattolica Eraclea

Ora nel centro sono presenti numerosi volatili e altre tre tartarughe Caretta Caretta, in ricovero, in attesa della loro liberazione, trascorso il periodo terapeutico.

 CTS, Centro recupero Cattolica Eraclea

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Uno solo, l’airone cinerino, privo di un’ala, non potrà essere restituito agli spazi liberi, ma dovrà trovare una collocazione in centri adeguati di dimora e non di cura.

 CTS, Centro recupero Cattolica Eraclea

 

Eraclea MinoaIL MITO DI DEDALO

 “Sarà padrone di tutto Minosse, ma non dell’aria” Le Metamorfosi, Ovidio.

Al di là delle varie interpretazioni, tramandateci nel tempo, il mito di Dedalo e del suo audace volo con il figlio Icaro rappresenta l’istanza inalienabile di libertà, che l’uomo – in special modo l’artista – sente da sempre. Dedalo era un uomo d’ingegno (il suo nome significa proprio ingegnoso) e osservava i fenomeni della natura con occhio attento e indagatore, con l’occhio soprattutto geniale di scultore e di pittore. E fu quindi per tali doti impareggiabile costruttore, architetto e inventore. Alla sua scuola venne il nipote Perdice, anch’egli di grande talento. Il mito vuole che Dedalo, invidioso del nipote, che già così giovane avrebbe potuto sopravanzarlo, lo scaraventasse nel vuoto dall’Acropoli. Ma la dea Atena lo salvò trasformandolo in una pernice. Per questo delitto, Dedalo fu costretto a riparare a Creta, alla corte di Minosse, dal quale ottenne protezione, in cambio dei suoi servigi. Ovidio, ne Le metamorfosi, lega il mito di Dedalo e di Icaro a quello di Minosse, sovrano di Creta e indisturbato signore del mar Mediterraneo, grazie ad una potentissima ed invincibile flotta (thalassocrazia).
CTS, Centro recupero Cattolica EracleaDi Minosse s’innamora Scylla, la figlia di Niso, re di Alcatoo. Alcatoo era entrata in guerra contro Minosse, il quale così possente ed imponente sotto le mura della città, desta ammirazione e passione nella fanciulla, la quale tradisce la patria, per far finire anzitempo la guerra, risparmiare vite umane, e soprattutto quella di Minosse. Nottetempo, Scylla entra nella stanza del padre dormiente e gli strappa dal capo l’unico capello purpureo datogli dagli dei, garanzia del potere, consegnandolo a Minosse. Costui non perdona il tradimento di Scylla, neanche quando la fanciulla cerca di salire sulla nave in partenza e precipita in mare. Scylla, comunque, viene tramutata in un uccello piumato, chiamato ciris (che ricorda il capello reciso). Minosse, uomo tutto d’un pezzo, non perdona la moglie Pasifae, rea d’essersi accoppiata con un toro, e incarica Dedalo di costruire il Labirinto, per contenervi il frutto immondo di quell’accoppiamento. Al Minotauro, ogni anno, venivano offerti in olocausto setti giovani e sette fanciulle di Atene, condannata a pagare questo pesante tributo a Creta per avere perduto la guerra. Teseo, introdottosi con i giovani nel Labirinto, uccide il Minotauro e grazie al filo di Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, porta via sani e salvi i prigionieri. Quindi, l’eroe ateniese fugge con Arianna, che presto abbandona nell’isola di Nasso. Sospettato da Minosse d’aver partecipato all’inganno, Dedalo deve ancora fuggire assieme al figlio Icaro, utilizzando l’unico mezzo possibile per sottrarsi a Minosse, dominatore dei mari: il volo . Con una particolare cera attacca a sé e al figlio ali artificiali da lui costruite genialmente. Ma nel periglioso viaggio, Icaro non rispetta i suggerimenti del padre di non volare troppo alto, e precipita in mare presso l’isola di Paro (chiamata poi Icaria), perché la cera si scioglie sotto i raggi del sole.
Minosse insegue Dedalo, giunto in Sicilia alla reggia del re Cocalo, a Camico e sbarca a Eraclea (che poi sarà chiamata Minoa), venendo in guerra con gli indigeni. Ma Cocalo, per evitare inutile spargimento di sangue, finge d’essere disponibile a consegnare Dedalo e attira il sovrano cretese in un tranello, facendolo annegare dalle tre figlie nel bagno con acque bollenti.


 ASPETTANDO MINOSSE

 (racconto breve)

Eraclea Minoa 
Tutte le mattine, Dedalo se ne andava sulla spiaggia di Eraclea, che s’allungava dorata e solitaria a perdita d’occhio tra i due promontori. Mentre sedeva sulla battigia, chiuso nei suoi pensieri, la spuma del mare gorgogliava, giocando lievemente tra i suoi piedi. La scolta si manteneva appartata, a discreta distanza sotto i pini, per ripararsi dal sole, già vampa feroce nel primo mattino. Vano era stato il rifiuto di una guardia a sua protezione; le figlie del re Cocalo avevano insistito, più e più volte, nei confronti del padre, indicando motivi, rischi, pro e contro, mille perché e percome, e alla fine l’avevano spuntata, facendo convinto il loro genitore. Tutte e tre erano palesemente innamorate di lui, lo dimostravano pubblicamente; lo guardavano con certi occhi impudichi… Egli non si capacitava delle ragioni del loro amore. Non vedevano com’era logoro, come la sua anima era assediata dai rimorsi, da atroci dubbi, ferita a morte? Che sensazioni poteva più ricavare da trame d’amore? Quale donazione di sé era ancora possibile? L’unica alternativa era la sofferenza, era lei che lo faceva ancora sentire vivo. L’amore sarebbe riuscito a solleticare appena la sua anima, se mai avesse avuto la buona sorte che una scintilla potesse ancora scoccare. Soltanto uno strappo violento, una lacerazione, un graffio feroce potevano invece fargli sentire che il cuore pulsava ancora. Oppure la morte…

Eraclea MinoaEra strano: era scappato da Creta per evitarla, e ora la corteggiava ogni giorno, quando saliva sulla Rocca; non la temeva minimamente, la desiderava ardentemente. Guardava nel vuoto: il bianco accecante della scogliera gli feriva gli occhi, più della luce abbagliante del sole. Immaginava il suo bel volo dall’alto, l’ultimo, un volo senz’ali, la degna conclusione della sua vita.  Ma non trovava il coraggio. Così, vagava tristemente per la città, sempre seguito dalla guardia, come un’ombra. Anzi, i suoi foschi pensieri avevano messo in allarme le figlie di Cocalo e la sorveglianza era diventata più stretta.

Eraclea MinoaQuando si avvicinava al teatro greco, dove aveva assistito più volte alla rappresentazione di tragedie e commedie, la sentinella appariva guardinga, studiando ogni sua mossa.  Noncurante, egli saliva la scalinata e, dal gradino più alto, volgeva uno sguardo circolare, che si fissava poi sul mare, verso est, per scrutare se si notassero vele. Prima o poi, Minosse sarebbe arrivato da quella parte, con tutta la sua flotta. Era così importante inseguire un solo uomo, braccarlo, cercarlo in capo al mondo? Era il fato che lo voleva, ma lui non ne era atterrito; anzi, aspettava proprio quel momento per vedere in faccia la morte. E questa speranza gli permetteva di sopravvivere, mentre pregustava, ogni giorno di più, la vendetta da parte del sovrano cretese, che avrebbe potuto leggergliela, rabbiosa e astiosa, sul volto. E, al solo pensiero, il suo essere ne era tutto squassato.  Quanto meno, aspettare la vendetta di Minosse, giustificava la sua mancanza di coraggio rispetto alla morte, perché vivere la vita a quelle condizioni era già un più grande coraggio.
Il teatro vuoto sembrava una finestra aperta verso l’infinito, là dove mare e cielo, azzurrissimi, si congiungevano e finivano per confondersi nell’indeterminato.

Eraclea MinoaTeatro di un’infinita odissea è la vita di un uomo, si diceva spesso, più di quella dell’inclito Ulisse. Ma forse, in fondo, pari a quella dell’eroe di Omero: la morte non era un ritorno a casa, definitivo e indolore, molto più gradito di qualsiasi altra soluzione? Per lui, però, era diverso. Forse la sua morte doveva avvenire lentamente, giorno dopo giorno, in quella condanna inesorabile, senza scampo, portandosi in vita la sua pena, attizzandola continuamente come un’arma acuminata, che squarcia le fibre più resistenti. Era il suo dolore di padre a non dargli requie, più di tutte le falsità messe in circolazione, dopo la morte del nipote Perdice. Non aveva avuto alcuna responsabilità per quella morte, neanche moralmente. Quante volte l’aveva scongiurato – come si può scongiurare un figlio più che il nipote – di desistere dall’ambizione di volare. Perdice era ancora inesperto in quella materia, come un semplice scolaretto, quantunque la sua genialità rasentasse allora, in tutto il resto, il divino. Di fronte a quell’ostacolo, il suo genio, però, si era trasformato in un’insana ambizione, così forte, ostinata e insopprimibile, da renderlo cieco e sordo. Era diventato ironico, Perdice, iattante, insofferente, irragionevole. Non accettava più consigli, si ribellava, rispondeva ai rimbrotti per le rime. I ruoli sembravano essersi invertiti: Perdice era il maestro e lui l’allievo. Il guaio era che il padre, suo fratello, gli teneva bordone, lo sosteneva a spada tratta, in tutto e per tutto, lo riempiva di vanagloria. Si era sparsa così la voce, in tutta Atene, che lui fosse invidioso, estremamente geloso del talento del nipote, che in poco tempo ne avrebbe oscurato la fama. Credendo che niente e nessuno potessero ostacolarlo, Perdice tentò il primo esperimento di volo umano, lassù sull’Acropoli, di buon mattino, dopo aver costruito ali immense, bellissime, ma troppo pesanti. Invano l’aveva ammonito che, con il loro peso, le ali lo avrebbero trascinato subito in basso. Non aveva voluto prestargli ascolto. Con tono irridente gli aveva risposto, tracotante:”Sono io l’ingegnoso, a me gli dei dovevano mettere il nome che porti!”  Si fidava troppo d’essere caro agli dei. Sull’Acropoli non c’erano testimoni, erano soltanto loro due: lo zio a pregarlo a mani giunte e il nipote a dileggiarlo  e a rinfacciargli le cose più turpi, disdegnando perfino i consigli dell’esperienza. Non poteva che avvenire l’irreparabile, e per lui, Dedalo, fu una doppia iattura; esecrato da tutta Atene, fu costretto a lasciare la patria.
Ah, se Minosse non gli avesse dato ospitalità!
Ma la sua fama era volata a Creta, preceduta anche dalle dicerie. I cretesi aborrivano tutto di Atene e, pur di fare dispetto, propalarono le grandiose accoglienze e la sua promozione ad architetto reale. Sarebbe stata fortuna invece raggiungere un luogo sperduto del mondo, esercitare l’arte della pittura e della scultura con umiltà, creare una piccola scuola. Icaro ancora vivrebbe. Ma quale fato, necessità o destino, sviano o indirizzano gli uomini? Era stata la sorte oppure la smania di grandezza, che ottenebra e tramuta il genio in pervicace stoltezza? Cosa sperava da Minosse, se non la gloria? E perché l’esempio del nipote non aveva mutato il suo disegno? Divenuto l’architetto ufficiale di corte – quel titolo pomposo gli faceva gonfiare il petto d’orgoglio – ebbe carta bianca di sperimentare le costruzioni e le invenzioni più ardite, e cominciò a cimentarsi in segreto nel volo umano. I tiranni, però, sono sempre tiranni. Sono sospettosi, ingrati, ingiusti, perché non amano gli altri, neanche i congiunti, riconoscono solo sé stessi. E tanta stima si volse subito in odio viscerale, dopo che Teseo fu riuscito a penetrare nel Labirinto e a riuscirne, con l’aiuto di Arianna: ogni colpa ricadde su di lui, lui fu accusato da Minosse d’avere fornito il filo e l’idea. Arianna aveva ingenuità di fanciulla innamorata. E ancora una volta il destino si accaniva. Nascondersi, fuggire, sparire! Dove, dove! Le strade di terra erano sorvegliate, il mare era governato dalla flotta invincibile, che perlustrava notte e giorno le coste. L’aria, il volo: restavano solo quelli. Librarsi nel cielo era per lui il piacere più grande, lo avvicinava agli dei. Aveva fatto provare quell’ebbrezza anche al figlio Icaro. Il ragazzo ne era stato così preso, da avergli rubato un giorno le ali ed essere volato di nascosto, per riuscire da solo in quell’impresa. Il sangue gli s’era gelato nelle vene, al solo pensiero di cosa avrebbe potuto succedergli senza la sua guida esperta. Icaro somigliava a Perdice: lo stesso sguardo, i capelli biondi, il sorriso tra ingenuo e ironico, il carattere spensierato e audace. Allora aveva sentito erompere una rabbia sorda verso sé stesso, mista ad impotenza di fronte ad un destino che poteva ripetersi. Avvertì un presentimento e un pensiero, lucido e orrendo, gli passò nella mente, come un lampo che saetta, illumina la scena e poi lascia improvvisamente nel buio: Icaro come Perdice. Ma la paura, il timore della morte gli aveva fatto rimuovere tutto. Sì, doveva sottrarsi a Minosse, alla sua onnipotenza terrena. L’unica via era il volo. Solo lui, unico dei mortali,  poteva volare negli spazi celesti, dove la sua signoria era incontrastata. Volare è come sognare, anzi è realizzare i sogni, diceva a sé stesso, sentirsi lievi nell’aria, padroni della propria vita. Stolto! Aveva pensato solo a sé stesso. Il volo, come i sogni, nasconde l’insidia, il dubbio che, se tutto crolla, crolla irreparabilmente. Lui ne era consapevole ed era disposto a correrne l’alea. Si fidava delle sue forze, del suo coraggio, soprattutto della sua ponderazione. L’uomo ingegnoso deve sempre valutare, soppesare, non può lasciare il minimo dettaglio al caso. Le ali, che aveva costruito per sé e per il figlio, erano così perfette, da sembrare opera d’un artefice divino. Avrebbero potuto portare in capo al mondo, in ogni dove. Bisognava soltanto essere ligi alle regole fondamentali del volo. Tutto aveva spiegato al figlio, che aveva ascoltato in silenzio, limitandosi a scrollare il capo, come per un assenso. Poteva egli immaginare che una volta libratosi in aria, il figlio, preso in un raptus da un delirio di potenza, volasse sempre più in alto, nei territori del sole? Il cielo l’aveva punito, sciogliendo la cera che teneva attaccate le ali. L’aveva visto precipitare giù, sempre più giù, sull’isola di Paro. Quando, appena atterrato, si fu avvicinato alla salma, che già mani pietose avevano composto, si meravigliò di trovarlo sorridente, con il volto senza segni per l’orribile caduta. Sembrava che il folle volo ne avesse in un solo momento appagata l’intera esistenza. Il verso di una pernice, pietosa, struggente lo riportò alla dura realtà, non impedendogli di pensare: come Perdice, come Perdice, si disse. S’era trasformato anche Icaro in una pernice, il suo sorriso alla morte non si spiegava diversamente.
Ma l’animo umano è come un oceano, ora sereno, ora squassato da mille tempeste e nasconde gli abissi più ignominiosi. A quella sua lucida pazzia subentrò il rimorso. Lui avrebbe dovuto impedire gli esperimenti del volo umano! Gli uccelli erano divini, protetti dall’onnipotenza del loro artefice. L’uomo poteva copiare soltanto dalla natura, ma sarebbe stata soltanto mera imitazione. L’inganno, l’inganno più grande del destino umano, è quello d’essere stato dotato della formidabile ragione, che pare lo avvicini ad un dio, ragione che non si ferma mai e tutto gli fa tentare. Sì, il volo era un delirio d’onnipotenza, un tentativo d’avvicinarsi all’essere supremo, una sfida impossibile alla perfezione. Da Paro aveva fatto l’ultimo volo per raggiungere la Sicilia, atterrando non visto sulla spiaggia di Eraclea. Le ali le aveva affidate ai flutti del mare, perché si compisse il destino.
L’onda dei ricordi andava e veniva ed era per lui un balsamo, una droga, un castigo. Ogni tanto, durante le passeggiate, si fermava davanti ad una stele, all’angolo di una via. Rappresentava il simbolo arcaico della riproduzione.

Eraclea Minoa
Indugiava alquanto a meditare. Strani, o forse risibili, pensieri gli s’affacciavano alla mente: a che valeva riprodursi? a creare nuova infelicità? Capiva – stolto! solo adesso – che si viene al mondo per morire e che la gioia, quando c’era, era effimera. Si dovrebbe fermare il tempo nei momenti più belli, si diceva.  Ma non si può; né è consentito, ai comuni mortali, di tornare indietro, per cambiare il corso delle cose. Ecco l’ingiustizia del tempo. Non si ferma, ma non va avanti come si vorrebbe. Andare incontro a Minosse: subito, subito l’avrebbe voluto. Ma anche questa era un’illusione. E anche ad aspettarlo, sarebbe veramente venuto? E che cosa avrebbe comportato il suo arrivo? Guardò i gabbiani in volo, salire e scendere dalla Rocca, planare nell’aria. Mai fermi, mai domi, come i pensieri della morte.

 

L’ultimo volo di Dedalo

Eraclea Minoa 

Morire all’alba

nella visione onirica

scomparire nella prima nebbia del mattino

galleggiando sulle anse torpide del fiume

levitare

planare lentamente

dimentico del mio fardello

sciogliermi nell’etere

divenire cielo

ritornare natura.



(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

 

 

 

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