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QUANDO LA NATURA E L’ARTE
SONO PATRIMONIO DELL’UMANITA’

 

LA SCALA DEI TURCHI

La Scala dei Turchi, Realmonte (Agrigento)

LA VILLA ROMANA DI REALMONTE

Villa Romana di Realmonte (Agrigento) Il comune di Realmonte (18 km. da Agrigento) ha avviato la richiesta all’UNESCO,  affinchè la Scala dei Turchi, una stupenda scogliera di marna, che si protende sul mare africano a forma di testa di delfino, continua ed apprezzata meta del turismo internazionale e dei bagnanti di tutto il mondo, venga riconosciuta Patrimonio dell’Umanità.

Scala dei Turchi e Scoglio zitu e zitaPare accertato che le Baie dei Turchi e di Capo Rossello, in passato, fossero state uno scalo per i naviganti di grande  importanza, dal momento che così libere offrivano un comodo ricovero. Ma si prestavano anche come basi di pirati, in special modo di Turchi, che venivano spesso a fare razzie. E dai Turchi lo scalo prese il nome.

Scala dei Turchi, Realmonte (Agrigento)

Baia Scala dei Turchi, Scala dei Turchi

Baia della Scala dei Turchi, Realmonte (Agrigento)Spiaggia di Capo Rossello vista della Scala dei Turchi

 




I posti sono d’incomparabile bellezza  anche per i tramonti e i panorami variabili a seconda delle condizioni del tempo, che ispirano pittori e fotografi.
Tramonto, a Scala dei Turchi Tramonto, pittura di Salvatore Lauricella

 

Scala dei Turchi al crepuscoloCrepuscolo alla Scala dei Turchi

Anche le vedute della spiaggia di Capo Rossello e delle sue colline, a strapiombo sul mare, sono meravigliose a vedersi e richiamano turisti e bagnanti.

 

Capo Rossello

Capo Rossello, spiaggia, in lontananza Scala dei TurchiCapo Rossello e scogliu d



 

sembrano le pareti delle Dolomiti, ma siamo a pochi metri dal mare

Capo Rossello, collina del faro, Realmonte (Agrigento)

Capo Rossello, collina del Faro

Faro di Capo Rossello
La Natura si è proprio divertita a creare in questi luoghi suggestioni irripetibili, che per essere apprezzate vanno vissute sul posto. Ed è per questo che si spiega la richiesta del riconoscimento e dell’acquisizione di questa meravigliosa costa come Patrimonio dell’Umanità.

Per ottener tale riconoscimento, tuttavia, occorre almeno un secondo requisito, oltre quello naturalistico; e Realmonte può vantare anche un patrimonio archeologico eccezionale: la Villa Romana, portata alla luce, grazie all’arrivo di archeologi giapponesi, che hanno creduto in questa scommessa. La Villa si trova a pochi chilometri dalla Scala dei Turchi, a ridosso del mare, a sottolineare quanto la costa allora fosse abitata e rivestisse un’importanza economica e commerciale, oltre che residenziale. I siti della Scala dei Turchi trovano ubicazione in posti ben collegati e a pochi minuti dal capoluogo e dalla mitica Valle dei Templi.

Villa Romana di Realmonte (Agrigento)

La Casa Romana è una costruzione caratteristica del I secolo d.c. e ha alle spalle le caratteristiche colline marnose, nelle quali sono stati rinvenuti segni di necropoli e  reperti di lavoro e di caccia, così come, del resto, nelle zone limitrofe di Capo Rossello.   Scavi futuri potrebbero far affiorare monumenti e reperti ulteriori, in una zona sicuramente molto abitata e battuta.


Villa Romana di Realmonte (Agrigento)Villa Romana di Realmonte (Agrigento)
La Villa reca ancora segni evidenti e notevoli di pavimentazione a mosaico o con mattoni policromi ad intarsio. La vicinanza del mare lascia arguire che si sia trattato di una villa estiva, ma considerato che – allora – la villa non era molto vicina ad Agrigentum, sicuramente dovrebbero esistere altre costruzioni simili.
 
Villa Romana mosaicoPavimentazione policroma ad incastroPavimento a mosaico

Mosaico, Villa Romana di Realmonte (Agrigento)

Villa Romana Realmonte (Ag) mosaico
Pavimentazione policroma ad incastroParticolare di pavimentazioneVilla Romana, mosaico rosa dei ventiVilla Romana, mosaico

I temi dei mosaici,originali ed interessanti, sono di chiara ispirazione marina e legati alle tradizioni mitiche siciliane, come risulta dal tema di fondo della lotta tra i mostri Scilla e Cariddi, che si fronteggiano.

Villa  Romana, mosaicoScilla e Cariddi, mosaicoDi bella fattura è "il mosaico del delfino", che dà una testimonianza evidente della voluta ricerca di motivi ornamentali, in una Villa, che apparteneva per certo a qualche personaggio importante dell’impero romano.
Mosaico della stanzadel delfino
Anche la Sirena, pur così mutila, si richiama ad una scuola artistica sicuramente fiorita sul posto, probabilmente nella vicina Agrigentum romana.

La danzatrice, mosaico

La dimostrazione che la casa dovette appartenere a un magnate del posto è corroborata dall’esistenza di una piscina termale. A quei  tempi solo le persone ricche e altolocate avevano i mezzi per realizzare costruzioni di questo tipo, così attrezzate e artisticamente decorate.


Villa Romana, piscina termale

U scogliu d’a zita e d’u zitu

(Lo scoglio dei fidanzati)

 racconto breve

Avevano lasciato la moto, al termine della discesa, e poi se n’erano andati, stringendosi teneramente, per il sentiero, che zigzagava tra dune sabbiose e cespugli spinosi. Sulla spiaggia solitaria, improvvisamente, lei si sciolse dall’abbraccio e si mise a correre verso il mare, gridando in modo fanciullesco, come se, in quel giorno di pausa infrasettimanale, volesse scaricare la pesantezza degli ultimi giorni di scuola, che ancora l’attendevano. Dopo una cinquantina di metri, esausta, cadde a sedere, volgendo lo sguardo alle impronte nitide, che i suoi piedi nudi avevano lasciato sulla battigia. Quant’era ragazza! Era colpa del mare, di quel mare che sempre la seduceva, null’altro, pensava per giustificare sé stessa. Rivolgendosi a lui, che sopravveniva, disse:

“Dai, scatta qualche foto… Laggiù, allo scoglio d’a zita e d’u zitu. E’ il nostro scoglio, amore.”

Capo Rossello, visto da Punta grandeIn lontananza s’intravedevano, all’orizzonte, i due scogli gemelli e il promontorio vertiginoso di Capo Rossello, che chiudeva la baia.

Lei si pentì subito d’aver proferito quelle parole innocenti, perché con rammarico vide incupirsi i suoi occhi, mentre, alla contrazione della mascella, i muscoli facciali s’erano tesi come corde di violino.

Si volevano bene da due mesi e mai uno screzio c’era stato tra loro. Lui era un essere dolcissimo, che l’assecondava in tutto; mai aveva visto un uomo così: brillante, allegro, forte, bello. Per nessuna ragione al mondo avrebbe voluto contrariarlo.

Dopo il momentaneo smarrimento, però, i suoi occhi erano ritornati limpidi, quelli di sempre. Sì, lui l’amava, l’amava! Non aveva alcun dubbio. La faceva sentire una dea.

“Spostati un tantino, a destra; così, in lontananza, riprendo anche il nostro scoglio.”  Le aveva suggerito, sorridendo.

Visione da Punta Grande della Scala dei Turchi e di Capo RosselloSapeva di avere, per lei, altre foto in serbo, prese dall’alto. Ma era propenso alla generosità, al dono.

Baia Scala deo Turchi e Capo Rossello Scoglio zitu e zita e Capo Rossello






 

Scogliu dIl suo album conteneva anche due ommagini con gli scogli visti dalla spiaggia di Capo Rossello, così vicini da potersi quasi toccare. Le aveva riprese in un giorno, in cui c’era stato da solo. Preferiva, ogni tanto, appartarsi per meditare e quel luogo destava in lui ricordi sopiti. Erano una vera malia quei due scogli, che da lontano sembravano uniti indissolubilmente: due fidanzati che si davano la mano.

Scogliu d

Scoglio d

Sì, ora dalla sua fronte s’era diradata ogni ombra; la sua voce era sicura e ferma; e le sue mani, quando la strinsero alla vita, le sentì salde e delicate al tempo stesso.

Ma quel turbamento?…

Avrebbe voluto sapere, non tanto perché dubitava di lui, ma soprattutto per tendergli una mano, per condividere qualche dolore, un dispiacere – che sapeva – un cruccio, che ogni tanto faceva capolino, a rodergli l’animo.

Ora lui era un diavolo scatenato con la macchina fotografica: scattava foto a ripetizione, con mosse studiate, attento e meticoloso, a cavare il meglio dalle immagini. Voleva farla contenta e fornirle un materiale unico per il suo blog fotografico, che curava la sera – molto spesso con il suo aiuto – tra un bacio e l’altro.

“Sai, questa della Scala dei Turchi, con l’onda che s’infrange sulla punta, potrai portarla a scuola, farla vedere ai tuoi alunni. Un po’ di geografia dei nostri posti non guasta.” consigliò.

Onde alla Scala dei Turchi

“Anche un po’ di storia, però… Perché si chiama Scala dei Turchi? Forse per le rocce di marna che s’arrampicano come scale?” rispose lei.

Scala dei Turchi

“No, no! Scala sta per scalea, scalo. Questo era un approdo privilegiato per le bande saracene che facevano improvvise incursioni, saccheggiavano e si ritiravano in buon’ordine, indisturbate.” disse con voce troppo perentoria, a chiudere ogni discorso.

Finalmente lei s’era resa conto. Il suo turbamento era legato ai luoghi, a qualcosa che poteva essere accaduto in quei posti, probabilmente in passato. Ogni iniziativa, per le spiegazioni, doveva venire da lui, però; pensò che lei avrebbe potuto toccare tasti delicati: il loro amore era così giovane! Decise di sondare con cautela.

“Guarda questa, sarà la foto dell’anno!” S’era sdraiato sulla roccia di marna per riprendere il passaggio veloce delle nubi. In verità, la giornata ventosa e il sole, ora velato dalle nuvole, ora splendente e abbacinante, si prestavano a riprese eccezionali con colori che svariavano di tono continuamente.

Scala dei TurchiLei era presa dalla sua energia, dalla sua voglia di vivere. Tutto, tutto era in lui bellezza, dolcezza, amore. Faceva tutto alla perfezione: e lei voleva renderlo felice, eternamente felice. Avrebbe voluto dirglielo immediatamente. Quell’ombra passeggera, seppure impercettibile come una piccola increspatura dell’anima, la frenò. A volte, in tali frangenti, il silenzio era necessario, più che opportuno.

Scoglio zitu e zita e Capo Rossello da Scala dei Turchi





Erano arrivati in alto, sulla punta estrema del promontorio, da dove si vedeva un panorama d’incomparabile bellezza:  da un lato, a sinistra, tutta la costa, che andava frastagliandosi verso Porto Empedocle, fino a Punta Bianca – oltre Agrigento –, capo che chiudeva la grande insenatura;
a destra la baia della Scala dei Turchi  si arcuava più volte finendo nel limite dell’alto promontorio di Capo Rossello, sulla cui cima si vedeva biancheggiare il faro.

Capo Rossello, Realmonte (Agrigento)A sud il moto ondoso sembrava da finis terrae, in quell’orizzonte largo e curvo, che lasciava immaginare altri mondi fantastici e altri modi di vivere.

Sulla Scala dei Turchi“Ma quando venivano i Turchi, il faro esisteva già?” chiese lei.

“C’era, forse, una torre d’avvistamento; si accendevano grandi falò, quando si avvicinavano navi amiche.” rispose lui. “Ma i Turchi erano infidi. Aspettavano la notte…per le loro scorrerie… Su, ora viene il bello, dobbiamo scendere nella baia, lungo il dirupo. Bisogna stare attenti, per arrivare giù.  Ti va di fare un bel bagno in quelle onde frizzanti?… Andremo anche a Capo Rossello, dove potremo scattare tutte le foto che vuoi.”

Faro di Capo Rossello

Quel giorno lui fu più dolce che mai, la portò dovunque, fino a tarda sera. Le foto erano venute benissimo:mare, mare, solo mare! Che bella la baia dei Turchi, dove avevano fatto il bagno, nelle acque frizzanti, come diceva lui.

La baia della Scala dei Turchi

Il sabato sera della settimana successiva, furono invitati da amici a giocare a carte, in una villa di Capo Rossello, quasi a ridosso della spiaggia. Un bel posto davvero, ma tirava un forte vento e il mare era in tempesta.

Scogliu dLoro, al chiuso, con tutte le comodità, le vivande e i beveraggi,  se ne infischiavano di tutti gli elementi scatenati. S’era messo pure a diluviare.

Ad un certo punto, mentr’erano presi dal vortice del gioco, si sentirono sirene, un continuo passaggio di macchine, sferragliare di mezzi pesanti, e grandi clamori sulla spiaggia, portati dal vento. S’affacciarono: il ventaccio tagliava la faccia. Sulla spiaggia, zeppa d’uomini, c’era il finimondo.

Una carretta del mare, non si sapeva con quante persone a bordo, s’era rovesciata, sfasciandosi tra gli scogli d’u zitu e d’a zita. Si prestavano soccorsi, alcuni si tuffarono in mare per aiutare i clandestini d’Africa.

“Come allora… “ gli sentì dire sommessamente.

Poi, rivolto più a sé stesso:”Bisogna dare una mano, fare qualcosa.”

Lei avrebbe voluto impedirlo, ma lo conosceva caparbio, quando si trattava d’essere utile al prossimo. Non mosse un dito.

Si vedeva poco, sotto la luna e alla luce spettrale del faro, che illuminava più che altro verso l’orizzonte; ma lei riuscì a cogliere il bagliore dei suoi occhi che brillavano  di risolutezza. Il tempo di sfiorarla appena con le labbra e poi, dopo una breve rincorsa, si gettò nei flutti. Lo vide lottare a lungo con la poderosa risacca, prima di guadagnare il largo. Malgrado la sua bracciata fosse energica, lei, perdendolo di vista, temette per lui più volte. Riapparve però più in là verso gli scogli, per poi scomparire del tutto nel buio. Il suo cuore pulsava a mille, impazzito, e lacrime di disperazione, miste a pioggia sferzante, le rigavano il viso.

I minuti sembravano un’eternità. Fradicia di pioggia, diaccia, lei non sentiva più il suo corpo: “come allora…”, queste uniche parole – angoscioso presagio – picchiavano nella sua mente, mentre il fragore  delle onde, che si rompevano sugli scogli, era pauroso.

La punta estrema della Scala dei Turchi

 “Qualcuno torna!” fu il grido.

Era lui che annaspava tra i cavalloni, con un altro che gli s’avvinghiava. Quando fu più vicino alla spiaggia, formarono una cordata umana: e fu questo che salvò la vita a lui e all’altro, che aveva rubato alle onde.

Due giorni dopo uscì dall’ospedale, lei lo aspettava all’ingresso. Si sorrisero e s’abbracciarono, come se lui fosse tornato da un viaggio. Lui, disse, era felice di aver vinto la battaglia contro il destino, che gli aveva consentito di salvare due vite umane: sé stesso e l’altro. Per questo finalmente potè darle la spiegazione del mistero.

Prima la cullò tra le braccia lungamente e, baciandola, le promise che l’avrebbe sposata. Con la scusa del mistero, lei riuscì a ricacciare indietro le lacrime di gioia che volevano uscire in gran copia.

Lui andò a prendere un vecchio quadro d’autore ignoto: un dipinto tenebroso, con un mare in tempesta illuminato dai lampi e due giovani, un ragazzo e una ragazza, che lottavano tra le onde, dandosi la mano, mentre un veliero affondava sotto il fuoco di una nave corsara. Il giovane somigliava moltissimo a lui.

“E’ un vecchio quadro di famiglia” disse lui. “La leggenda narra che la ragazza, bellissima, era arrivata con il veliero, rimasto in panne nella baia di Capo Rossello. Si dice che fosse una capricciosa principessa e che si fosse invaghita a tal punto del mio antenato, da rapirlo alla famiglia. Ma il veliero, che doveva portarli lontano, fu attaccato da una nave corsara turca. Il mio antenato cercò invano di salvare la sua innamorata dalle onde e il mare inghiottì entrambi. All’indomani, quando ritornò il sereno, nel mare placido furono visti due scogli, che prima non c’erano; così vicini, da sembrare un unico scoglio. Vennero chiamati u scogliu d’u zitu e d’a zita.”

Capo Rossello, Scogliu d


La Sirena

(brani di racconto)

di 

GIUSEPPE TOMASI  DI LAMPEDUSA

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, diseg. di Vincenzo Sciamè

 

Nel racconto “La Sirena”, Giuseppe Tomasi di Lampedusa descrive l’amore totale di Sasà La Ciura, un senatore pre-fascista, grecista di fama internazionale, professore universitario, accademico dei Lincei, per una Sirena, ai limiti del sogno, dello straniamento, della pazzia.

Sul caminetto anfore e crateri antichi: Odisseo legato all’albero della nave, le Sirene che dall’alto della rupe si sfracellavano sugli scogli in espiazione di aver lasciato sfuggire la preda. “Frottole queste, Corbera, frottole piccolo-borghesi dei poeti; nessuno sfugge e quand’anche qualcuno fosse scampato le Sirene non sarebbero morte per così poco. Del resto come avrebbero fatto a morire?

 Ulisse legato all

Lighea (in greco Sirena, “la melodiosa”), figlia di Calliope, si presenta al protagonista, in tutta la sua seducente bellezza:

Sirena, particolare di un mosaico



…con stupefacente vigoria emerse diritta dall’acqua sino alla cintola, mi cinse il collo con le braccia, mi avvolse in un profumo mai sentito, si lasciò scivolare nella barca: sotto l’inguine, sotto i glutei il suo corpo era quello di un pesce, rivestito di minutissime squame madreperlacee e azzurre, e terminava in una coda biforcuta che batteva lenta il fondo della barca. Era una Sirena.

 


La Ciura realizza il sogno dell’amore che va oltre il tempo e la ragione:

In quei giorni, Corbera, ho amato quanto cento dei vostri Don Giovanni messi insieme per tutta la vita. E che amori! al riparo di conventi e di delitti, del rancore dei Commendatori e della trivialità dei Leporello, lontani dalle pretese del cuore, dai falsi sospiri, dalle deliquiscenze fittizie che inevitabilmente macchiano i vostri miserevoli baci.

 Un connubio che si sottrae alle ambasce della vita e prelude al raggiungimento dell’immortalità:

“Tu sei bello e giovane; dovresti seguirmi adesso nel mare e scamperesti ai dolori, alla vecchiaia; verresti nella mia dimora, sotto gli altissimi monti di acque immote e oscure, dove tutto è silenziosa quiete connaturata che chi la possiede non la avverte neppure. Io ti ho amato e, ricordalo, quando sarai stanco, quando non ne potrai proprio più, non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre lì, perché sono ovunque, e il tuo sogno di sonno sarà realizzato.”

La Sirena è simbolo dell’ondoso mare, dell’elemento liquido, principio primordiale della vita, ma per il protagonista inestinguibile forza dell’amore.

“Addio, Sasà. Non dimenticherai” Il cavallone si spezzò sullo scoglio, la Sirena si buttò nello zampillare iridato; non la vidi ricadere; sembrò che si disfacesse nella spuma.”

 Punta della Scala dei Turchi

Svelato il suo sogno all’interlocutore (conoscersi è morire), il protagonista, in viaggio, durante la notte cade (?) in mare dalla nave e il suo corpo non verrà mai ritrovato.


(i brani del racconto sono tratti da I racconti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Universale Economica Feltrinelli; l’immagine dello scrittore è il quadro del pittore Vincenzo Sciamè, che opera a Roma, originario di Sambuca di Sicilia, Agrigento, link sul mio blog Pittore Sciamè, sito del pittore http://www.vincenzosciame.it)

(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

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