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PAROLE E BARZELLETTE

 

Le parole antiche

 

Empedocle di AgrigentoUn giorno Empedocle, esasperato dalle mie continue interruzioni, mi disse:”O Gorgia, da te dovrei pretendere metà compenso per insegnarti a parlare e un’altra metà per insegnarti a tacere!”.

Giudizio severo, che non m’impedì di enfatizzare la relatività del pensiero umano e, grazie al fatto che la parola poteva tutto, divenni ricchissimo con le mie perorazioni nei tribunali e con i proventi della scuola di retorica che impiantai ad Atene….

Voglio confessare che a lui va ascritto il merito di avere suscitato  il mio pensiero, a lui devo la mia teoria:
 

la parola è un gran dominatore che, con piccolissimo

corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere

 …Empedocle si serviva della recitazione dei poemi omerici, accompagnandosi con una lira in maniera suadente, per infondere dolcezza e commozione negli ascoltatori. Ed egli, così austero e misterioso d’aspetto, in quei momenti quasi si trasformava in volto, assumendo un’aria di rapimento apollineo, che lasciava a bocca aperta.

La voce armoniosa, i gesti gentili, la musicalità dei versi d’Omero, l’ineffabilità dei suoni dorici, tutto creava un’atmosfera irripetibile, che ti faceva sentire sospeso tra cielo e terra. In una di quelle occasioni, il maestro aveva intonato da poco la sua recitazione, quando nel giardino piombò Anchito, il padre di Pausania, inseguito da un uomo che lo voleva pugnalare.

Egli accentuò il tono della sua voce, cavando dalla lira suoni così maestosi, da calmare immediatamente l’energumeno, che ruppe in pianto dirotto come un fanciullo…

…Nella mia perorazione in favore di Elena dimostravo che la parola riesce a calmare la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia, ad aumentare la pietà, concludendo:

Con le parole ho liberato la donna dalla sua cattiva fama… 

Pensavo in effetti che la parola non era l’oggetto del discorso, e perciò risulta non conoscibile e non esprimibile. E per ciò solo, non essendo la parola un oggetto reale per l’ascoltatore, può sostenere qualsiasi discorso e suscitare egualmente emozioni nelle persone, anche per dimostrazioni che apparentemente poggiano su presupposti indimostrabili….” (Da Una contrada chiamata Consolida di Ubaldo Riccobono, brani tratti dall’ Elogio della parola e la musicoterapia).

Agrigento, La via SacraLa parola poteva tutto.  Empedocle se ne servì anche per convincere i cittadini di Akragas a non far erigere nella sommità della città un sepolcro al padre di Acrone, suo allievo e medico agrigentino,  giocando sui nomi greci Acron (Acrone), acros, sommo e akra, sommità. Per i greci la zona Sacra era intangibile. Dal gioco di parole derivò : diffidate di Acrone (sommo), il quale vuol costruire un sepolcro sommo, sulla sommità di Akragas. Egli era per i valori dell’austerità e contro le smanie di grandezza, che gli fecero anche dire – quando non potè più impedire il consumismo dilagante: gli agrigentini mangiano come se dovessero morire l’indomani, e costruiscono come se non dovessero mai morire.

A quei tempi, le parole, dagli aedi e dai rapsodi, erano utilizzate, non solo per raccontare le storie degli eroi, i miti, e a cantare i versi immortali di Omero e di altri poeti, ma anche ad intrattenere e a divertire con mille facezie. Gli aedi erano i cabarettisti di ora ed erano graditissimi per ingentilire e rendere gradevoli le mense.

SimposioAsinello

 


Pirandello, la seduzione delle parole

Pirandello al lavoroIn Pirandello le parole sono seduzione: invece di unire, però, esse finiscono per dividere e creano incomunicabilità:

Egli l’attendeva, seduto, con le braccia aperte; la strinse, forte, forte a sé, gridando la sua felicità e che per lei soltanto voleva riacquistar la vista, per veder la sua cara, la sua bella, la sua dolce sposa….
– Parlami! parlami! Non lasciare parlare me solo!
– Ti stanchi?
– No…. Chiedimi di nuovo: “Ti stanchi?” con questa tua voce. Lasciamela baciare, qui, su le tue labbra, questa tua voce…


…inginocchiata innanzi a lui, con lui curvo su di lei, abbracciato, cominciò a parlargli del suo amore, quasi all’orecchio, con quella sua voce più che mai dolce e maliosa. Ma quand’egli ebbro, la strinse e minacciò di non lasciarla più, in quel momento, ella si sciolse, si rizzò, fiera, come d’una vittoria di fronte a sé stessa. Ecco: avrebbe potuto, anche ora, legarlo a sé indissolubilmente. Ma no! Perché ella lo amava. Tutto quel giorno, fino a tarda notte, lo inebriò della sua voce, sicura, perché egli era ancora nel buio, là, suo; nel buio, in cui già fiammeggiava la speranza, bella come l’immagine ch’egli s’era finto di lei…

…Raccolse le sue robe, e il giorno prima che egli lasciasse la casa di salute, se ne partì ignorata, per rimanere almeno nella memoria di lui una voce, ch’egli forse, uscito ora dal suo buio, avrebbe cercata su molte labbra, invano.” (Dalla novella Una voce, di Luigi Pirandello)

 
Pirandello, Uno, nessuno, centomila




Era manifesto che il senso che io davo alle mie parole era un senso per me; quello che poi esse assumevano per lei, quali parole di Gengè, era tutt’altro. Certe parole che, dette da me o da un altro, non le avrebbero dato dolore, dette da Gengè, la facevano piangere, perché in bocca di Gengè assumevano chi sa quale altro valore; e la facevano piangere, sissignori.” (Dal romanzo, Uno, nessuno, centomila).

 



Borges era parola e fu qualcuno
 

BJorge Luis Borges

Nei due versi finali della poesia “Scorrere o essere” di Jorge Luis Borges c’è l’amletico dubbio esistenziale – per noi retorico – del poeta, dei poeti, degli scrittori, di tutti gli uomini che si confrontano, nel bene e nel male, con la parola:

 

Forse dall’altro lato della morte

                                                         saprò se fui parola o fui qualcuno

Chiuso nella sua cecità, Borges era l’immaginario che andava oltre l’immaginazione, o l’immaginazione che andava oltre l’immaginario: creava inquisizioni, costruiva finzioni, miti, leggende. Per lui la parola era tutto, perché era essenzialmente parola, il suo spirito. La sua parola era magia.

"In parole ricche"
di Giovanni Nanfa


Giovanni NanfaLa parola è essenziale per gli attori e gli scrittori della risata, come nel caso del palermitano Giovanni Nanfa, interprete e finissimo cultore dei suoi testi. Nanfa, non è soltanto un uomo di teatro-cabaret, è anche un professore di lettere e, come viene detto bene all’interno della copertina del suo libro “In parole ricche” (Edizioni Pielle, 2006, € 12,50), non s’identifica in nessuna delle due professioni: in teatro ha sempre avuto la netta sensazione di essere un insegnante e a scuola un cabarettista. Bella espressione, per dire che a scuola si può educare facendo cabaret e facendo ridere, e sulla scena si può educare, facendo cabaret. Per fare ridere non occorre soltanto essere mimi, essere bravi nella gestualità e nel tono di voce, suadenti e coinvolgenti, è necessario anche un repertorio di parole (il guardaroba dell’eloquenza, avrebbe detto Pirandello), la cui concatenazione logica ed allusiva riesce a creare il giusto mix, l’atmosfera ideale. E Giovanni Nanfa, sia sulla scena che nel libro, riesce ad essere il professore delle parole intelligenti che fanno ridere, ma non si consumano; il loro effetto è istantaneo, ma resta permanente.

 

Prendiamo, qua e là, dal paragrafo “Parole parole parole” del suo libro:

La “parola chiave”  apre un senso e ne chiude altri. La parola chiave non apre niente. Infatti per le serrature non basta la parola, ma ci vuole la chiave.

 
Volarono parole grosse. Sicuramente volarono basse. Grosse e basse, non erano certo belle parole.

Se è la prima parola quella che vale, a che serve aggiungerne altre?

 La parola è come il peto:quando scappa non può tornare indietro. La differenza sta nel fatto che il peto può rimanere anonimo (se si è più di due).

La stessa parola, in contesti diversi, può avere effetti diversi sull’uditorio, ma anche pronunciata da persone diverse. Facciamo degli esempi. La stessa parola pronunciata da:

 
Prodi                      fa piangere

Berlusconi             fa ridere

D’Alema                 fa dubitare

Papa                       fa riflettere

Umberto Eco         fa eco

Calderoli                fa preoccupazione

Di Pietro                 fa tenerezza

Bruno Vespa         fa senso

Monica Bellucci     fa eccitare

Moggi                     viene intercettata

Totti                        non si capisce

Buttiglione             non si sente

Rutelli                    lascia indifferenti

Fiorani                   frega

Bossi                     lega

Bertinotti               divide

Luxuria                  è ambigua

Avv. Taormina      è una prova

Luca Giurato         è pronunciata in modo sbagliato

Totò Riina             non viene pronunciata

B. Provenzano      viene trascritta in un pizzino

 Giovanni Nanfa 2

1, Padre e figlio sotto la doccia

– Papà, secondo te, ho il pisello arrossato?

– Non te lo saprei dire con sicurezza perché, oltre il mio, non ho termini di paragone.

  E’ meglio che chiedi alla mamma che ne sa di più.

– Ma perché, fa l’urologa?

– No. La sua è una passione.

 
2, Marito e moglie in cucina

– Quando sei sotto la doccia con nostro figlio perché non pensi a lavarti, invece di fare battutacce sul mio conto? Sempre a rinfacciarmi che non sei stato il primo. Ma io l’ho spiegato a nostro figlio il motivo della tua  battuta volgare.

– Hai anche precisato che sono stato il trentasettesimo???

 

Pecore in un vigneto













Due pecore s’incontrano

– Hai l’aria affaticata

– Prima di addormentarmi ho dovuto contare 671 pastori.

 
A Berlusconi

– Cosa può dirci della politica economica del centrosinistra?

– Col governo Prodi per gli italiani c’è stata una ripresa

– Ma questo è uno scoop! Lei ammette che col governo di centrosinistra per noi italiani c’è stata una ripresa?

– Certo. Col mio governo l’avete PRESA, col governo Prodi l’avete RI-PRESA.

 

Giovanni Nanfa 3Il marito ha ucciso la moglie.

Il giudice: ma perché con un ferro da stiro?

Il marito: Cominciava a prendere una brutta piega.

 

Totti, in vacanza a Parigi, visita l’Hotel des Invalides.

La guida: Qui riposano le ceneri di Napoleone.

Totti: non sapevo che era morto in un incendio.

 
Il ginecologo, dopo che ha visitato una prostituta:

– Ma lei, durante il ciclo, ha grosse perdite?

– Sì! Da 5 a 6 mila euro.

 

Una minima:

L’importante non è partecipare (L.Moggi?)


Ficarra e Picone

Il libro è esilarante e ci fa apprezzare un diverso uso della parola, per far ridere e il riso fa buon sangue, così come affermano nella prefazione Ficarra e Picone, allievi di Gianni Nanfa; anche se premettono:”Diciamolo subito: questa prefazione è di parte perché è assolutamente a favore dell’autore e del libro. D’altronde lo dice la parola stessa PREFAZIONE, che è composta dal suffisso PRE e dalla parola FAZIONE. Quindi, nel farla, siamo stati evidentemente faziosi, di parte. Le barzellette però non sono costituite da parole vuote, dietro di esse si celano messaggi, più o meno reconditi, che passano agli ascoltatori, o ai lettori (come nel caso del libro di Nanfa), i quali nel lazzo leggero possono cogliere anche gli aspetti della vita.

(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

 

 

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