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TEMPO LIBERO, LIBERTA’
SEGREGAZIONE


“La natura è una sfera infinita, il cui centro sta dappertutto e la cui circonferenza in nessun luogo”         
Blaise Pascal

“La libertà, come la poesia, non ha aggettivi: è la libertà”
Enzo Biagi

 

Da casa mia

Qualsiasi scrittore si domanda spesso quale sia, nella scrittura, la linea di demarcazione tra l’occupazione del tempo libero e il lavoro vero e proprio. Lo stesso avviene, si ritiene, per l’hobby della fotografia e per tutte le altre attività, arti o tecniche, che nate con il carattere di divertimento, impegnano i loro cultori con serietà e con dispendio di energie. Si può prendere ad esempio la passione contagiosa del blogger, che sta prendendo sempre più piede e viene svolta con un certo scrupolo dai suoi praticanti.  

Chi si muove in ambiti creativi, nel bene o nel male, persegue sempre un suo percorso di bellezza, che soddisfa non solo un suo intento finalistico, ma consente di condividerlo con altri. Questa riflessione mi è venuta spontanea per il neo-nato hobby della fotografia. Prima di mettere mano al blog, la mia macchina fotografica se ne stava in un cantuccio e veniva azionata per scattare durante le feste comandate. Ora invece, non solo mi piace predisporre da me il materiale fotografico da postare, ma cerco di selezionare e di realizzare, nel mio piccolo, il meglio. E tutto ciò perché per me, e per tutti coloro che agiscono in proprio, lo scopo fondamentale è di condividere il lavoro con gli altri. E’ la grande libertà di movimento che tutti abbiamo, che ci stimola a far fruire, a noi stessi e agli altri, quello che vediamo, contempliamo, pensiamo. E in questo “gioco” seducente ci accorgiamo che la fruizione della natura è la più grande libertà di cui siamo stati dotati. Ad un certo punto scopriamo perfino che le cose, le quali ci apparivano normali, quasi scontate, diventano improvvisamente belle, regalano emozioni e sensazioni, più uniche che rare, e invitano a cercare sempre di più.

Mi sono meravigliato, quindi, allorchè, iniziando a scattare delle foto a quella che credevo una visuale limitata di piccolo, infinitesimale pezzo di mondo, lo stesso panorama di sempre del mio piccolo microcosmo, ho scoperto bellezze cui ero ormai disabituato. I tramonti di quest’autunno mi hanno fatto ammirare  il gioco delle ombre, delle luci, delle nubi, in un continuo svariare di colori.

 Da casa mia

Da casa mia Da casa mia Cielo al tramontoCintrasti di luceDa casa miaTramonto di fuoco

Così ho scoperto  – lo sapevo, ma non l’avevo memorizzato come fatto saliente – che da un quartiere interno della città, il mio, si riesce a vedere il mare, lontano sì, ma non tanto da non destare stupore, soprattutto nel momento in cui navi di passaggio solcano in lontananza il mare aperto, oppure vapori di minor tonnellaggio arrivano per andare a gettare l’ancora nel rifugio di Porto Empedocle.

 Mare al tramonto con nave

FETTA DI MARECielo, mare, terra

E, di scoperta in scoperta, ho osservato particolari prima impensati, sui quali lo sguardo si fermava, forse, con troppa superficialità. Mi mancava forse il tempo, dimenticando però che bisogna godere del tempo libero, anche di una piccola parentesi, da dedicare alle cose che ci sono vicine. Si va molto spesso in viaggio  in luoghi lontanissimi del globo e si dimenticano quelli che sono sempre alla nostra portata, presenti e silenti, che però sono in grado di parlarci con mille linguaggi. Bisogna, invece, guardare alle cose comuni, ai paesaggi di sempre, agli aspetti della nostra vita quotidiana, “con altri occhi” (un titolo molto bello di una novella di Luigi Pirandello), conferendo affettività alle cose, alla vita, ai rapporti, nelle piccole sfaccettature. Da ciò ci può derivare un arricchimento interiore.

Cielo e terraTramonto autunnale

Così, nel sole del tardo pomeriggio che muore, il piccolo paesino di Montaperto, appollaiato su una collina che guarda in tutte le direzioni, diventa allo zoom così vicino da toccarsi quasi con mano, mentre si trova a chilometri di distanza.

 Montaperto

Tra le ombre della sera che incombono, il pennacchio di fumo d’un opificio ci dà un segnale di modernità, in una valle dove scorre uno dei due fiumi sacri di Akragas, l’Ypsas, che qualche chilometro più avanti, prima di sfociare, si congiunge all’Akragas, da cui prese il nome la città greca.

 Opificio

Ad ovest il comune di Raffadali s’abbarbica su una rocca – rocca di Alì significa il suo nome che deriva dall’arabo –, sembrando quasi irreale al crepuscolo, mentre di mattina ben altra è la sensazione.                

 Al crepuscolo

Panorama e RaffadaliNon è raro vedere poi, al risveglio, nel momento in cui apro il balcone, lo spettacolo affascinante dell’arcobaleno, che si arcua nel cielo da punta a punta, e il sole che va inondando il paesaggio.

 arcobaleno dei sogni casa mia 027

Da casa mia

Più in là, non molto lontana, una masseria, a volte alacre d’uomini e mezzi, a volte misteriosa, come una vecchia antica bicocca.

Masseria Dalla masseria, spesso si sentono i rumori dei mezzi, l’abbaiare dei cani, i richiami degli agricoltori, che si dilatano nell’aria sempre più attutiti, quasi a non turbare la tranquillità dell’uliveto sotto casa mia.

 Ulivi

Pianta importante è l’ulivo, simbolo di forza, di fede, di pace; pianta mitologica, sacra, che si accoppia nel paesaggio ad un’altra pianta caratteristica della Sicilia: il fico d’India. Anche il fico d’ India, per gli effetti purificatori del frutto e delle pale vergini, viene considerato una pianta sacra. Il fico d’India, un tempo, era considerato il pane dei poveri, giacchè cresceva quasi spontaneo, e i frutti potevano essere raccolti liberamente dai passanti. Addirittura, molto tempo addietro, nel periodo di miglior produzione del frutto (ottobre), veniva abbassato il prezzo del pane.

 OLIVI E FICHIDINDIA

Il valore simbolico della pace si rinnovella nella Valle dei Templi, largamente coltivata ad ulivo, nell’accoppiata tra l’albero e il Tempio della Concordia.

 Tempio della Concordia

Ed è proprio sotto il Tempio della Concordia che si conclude, ogni anno a febbraio, il Festival Internazionale del Folklore, con la danza dei gruppi provenienti da tutte le parti del mondo.

Non bisogna essere frettolosi, dunque, è necessario impossessarsi del nostro tempo, anche di una piccola parte di esso, per “guardare” la natura con occhi veri, gli occhi della libertà, perché la natura, oltre ad essere libertà, ci educa alla libertà, è il bello senza utilitarismi, alla portata di tutti. Tuttavia, è anche necessario che la libertà possa essere resa concreta, perché senza libertà non ci può essere libera fruizione del bello. Quanti uomini – e per quanto tempo – alzano lo sguardo al cielo, indugiano su una panchina a guardare il mare, ad osservare un tramonto, a perdersi estatici nella lontananza di stelle e pianeti?

La fretta, la superficialità, la povertà e la problematicità di questa nostra società liquida, che scorre inarrestabile e impalpabile, spesso tolgono la voglia di vivere; e l’uomo rimane imprigionato e, a volte, disperato e impotente a poter cercare un suo percorso.

Ci sono uomini, ai quali è negata da altri uomini, una gioia di vivere purchessia, anche quella di guardare semplicemente la luce del giorno, di sottrarsi alla paura della notte, alla claustrofobia. A Guantanamo, ci sono uomini segregati, detenuti – dire prigionieri equivarrebbe a riconoscere i diritti della Convenzione di Ginevra – che vivono nell’ambascia, nella paura di uscire alla luce del giorno, se mai riusciranno ad uscire.

GUANTANAMO

Potranno un giorno guardare la luce liberamente senza ricavarne angoscia, se sarà loro data la libertà? E che effetto farà loro una giornata di sole, un prato smagliante di verde, o il cielo azzurro che si specchia sul mare? La segregazione ha effetti devastanti, non solo sul fisico, ma soprattutto a livello psicologico. Le colpe degli uomini possono essere grandi, ma ciò non autorizza altri uomini a negare a chiunque la condizione di uomini. E quante sono nel mondo le persone che subiscono trattamenti analoghi, con la privazione dei diritti elementari? La tortura psicologica è peggiore di quella fisica. Quella fisica, diceva Sartre, fa sentire che ancora si è vivi. Quella psicologica, morale, assomiglia alla morte, perché annulla la personalità. Quanti in Birmania, oggi, subiscono tali trattamenti?  

Il tempo libero
senza libertà

Aung San Sui KyiPuò esistere tempo libero senza libertà? Si tratta di una contraddizione in termini. Eppure c’è un caso eclatante, quello del Premio Nobel per la pace, la birmana Aung San Suu Kyi, che ha fatto scalpore in tutto il mondo. La politica birmana, liberamente eletta molti anni fa per governare il paese del Sud Est asiatico, è da gran tempo agli arresti domiciliari, isolata dal consorzio civile, ghettizzata dalla giunta militare del suo paese, che l’ha deposta all’indomani delle sue elezioni. Come passa una donna, in questo stato di segregazione, il suo “tempo libero”? Aung San Suu Kyi è una provetta pianista, oltre che donna di temperamento morale e civile e di grande spessore culturale. La musica per lei è tutto, l’ha nell’anima, è la sua libertà, la libertà del suo popolo.  Libertà è musica e la musica è libertà, sono espressioni connaturate. Ma ora il pianoforte di Aung San Suu Kyi s’è rotto e questa passione “da tempo libero” le è negata. La tortura dei suoi giorni sarà più lenta, anche se la fede religiosa nel buddismo e la forza di Gandhi l’assistono.
Le star inglesi (tra cui l’attrice Maureen Lipman, la cantante Annie Lennox, e la produttrice cinematografica Norman Heyman), che hanno fatto per lei molto chiasso nel mondo, vogliono donarle un pianoforte, perché colmi questa nuova segregazione.

Il pianista

Maureen LipmanMaureen Lipman, che ha interpretato Il pianista di Roman Polanski,Annie Lennox vorrebbe portarglielo di persona, un pianoforte come solidarietà del mondo alla battaglia senza fine per la libertà, mentre i potenti, latitanti, tacciono, soprattutto i cinesi, che hanno grandi interessi economici  tutelati dalla giunta militare. Quanti come lei, monaci e non, subiscono tale trattamento in Birmania? E in quanti paesi del mondo ciò avviene? 

 


         

La filosofia come  antidoto

Abelardo ed EloisaL’amore tra Abelardo ed Eloisa non rappresenta soltanto l’amore dei sensi, la passione struggente e travolgente tra un uomo e una donna; è il trionfo della logica dell’amore e nell’amore, come percorso completo di conoscenza e di bellezza (corpo e anima). Molto si è enfatizzato, forse a fini speculativi, sul rapporto amoroso di Pietro Abelardo, filosofo e teologo di notevole spessore, di quaranta anni, con la più giovane Eloisa, che ne aveva appena diciassette. Fu la libertà piena e consapevole, anche da parte della giovane, la quale era attratta dalla sete di conoscenza e vedeva nel maestro (sceltole dallo zio, il canonico Fulberto) un preciso punto di riferimento. La famiglia di Eloisa  in un primo tempo parve accontentarsi del matrimonio segreto tra i due amanti, ma poi reagì in modo spropositato, facendo evirare il filosofo. Non è escluso che la nascita del figlio Astrolabio abbia avuto, nella storia, la sua parte. Abelardo comunque si assunse tutte le responsabilità della seduzione, mentre Eloisa nella fitta corrispondenza lo giustificò e lo riabilitò. Entrambi, dopo l’evirazione di Abelardo, abbracciarono la religione. Abelardo fondò il piccolo Paracleto, di cui Eloisa fu la badessa. I due amanti si separano per molti anni, ma il loro amore non venne mai meno. Sulla vicenda   – anzi ciò è probabile –  ebbe un ruolo decisivo anche la reazione del mondo filosofico-teologico parigino, a seguito dell’introduzione della logica abelardiana, che veniva ad innovare invertendo il credo ut intelligam con intelligo ut credam. Era il passaggio socratico, in teologia, del “so di non sapere”. La scoperta della verità con il nostro intelletto può portarci alla verità, pensava Abelardo, attentando per i reazionari alla fede. Era una libertà mentale, con la logica riconosciuta branca autonoma, accanto alla grammatica e alla retorica, che poteva stabilire la verità o la falsità del discorso. Anche in etica, Abelardo assunse una posizione assai coraggiosa, affermando che l’atto morale non è dato soltanto dalla norma esteriore, ma anche dal giudizio della coscienza: atto retto è quello inteso e voluto come tale. Il suo pensiero, quindi, ebbe refluenze sul rapporto amoroso, in quanto scatenò a tutto campo la reazione di altri teologi e filosofi, che cercarono di isolarlo e lo fecero accusare d’eresia per due volte. La storia dell’amore di Abelardo ed Eloisa – che vive nell’Historia calamitatum mearum, storia delle mie disgrazie, raccontata del filosofo, uno dei rari esempi di opera autobiografica del medioevo –  causò a quei tempi, nei denigratori, un’autentica caccia alle streghe e un illiberale episodio d’intolleranza nei confronti del pensiero e dell’amore.  

Amare a distanza

Mio figlio adottivoCosa si prova nell’adozione a distanza di un bambino? Non è facile dare corpo ai sentimenti e alle emozioni che ne scaturiscono. Sicuramente, alla base, c’è una donazione, un atto di libertà e di responsabilità, nell’essere padre e nel farsi chiamare padre, anche se adottivo. E’ un rapporto che non si esaurisce nel semplice invio del contributo per il mantenimento. Anche a distanza, va tenuto sempre presente, come se si sviluppasse nel quotidiano. Nel mio caso, il bambino d’Africa, che ho adottato, non ha più un padre, morto in guerra per la libertà del proprio paese. E pertanto, per me, la scelta ha un doppio valore, per aver dato l’opportunità a un bambino di poter contare su un padre, che lo pensa e lo aiuta, e di avere la libertà di chiamarmi e d’intendermi come tale, anche se lontano. Chissà, forse un giorno, questi rapporti tutti spirituali, che vivono a distanza, potranno trovare una loro piccola formalità, insignificante forse sotto il profilo sostanziale, ma bella sotto quello morale. Gratificante sarebbe per l’adottante e l’adottato, in futuro, poter trovare in un documento “figlio adottivo di…”. Noi comunque, in famiglia, Jean Marie – questo è il suo nome – lo consideriamo uno di noi ed è come se fosse sempre presente con noi, nella mutua contentezza di rappresentare due razze unite.

(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

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