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A NINO AGNELLO
Telamone, Museo archeologico AgrigentoIL “TELAMONE D’ORO” 2007
PER LA LETTERATURA

Domani nella sala del Museo Archeologico di Agrigento, Nino Agnello, scrittore, poeta e saggista agrigentino riceverà il premio “Telamone d’oro” 2007 per la letteratura, premio del CEPASA assegnato annualmente a personalità di prestigio, che si sono distinte in varie branche della cultura e del sociale. Quello assegnato ad Agnello, è un premio all’impegno, alla qualità e alla produzione, spesi nel campo della letteratura, ma anche come docente di Liceo: quarant’anni di milizia nel campo della cultura. E proprio in questi giorni, il secondo volume della Bastogi, Letteratura Italiana – Poesia e narrativa dal Secondo Novecento ad oggi, con l’inserimento critico del suo profilo di artista, ne viene a sancire il merito.




Nino Agnello, poeta, scrittore, saggista


Ci piace proprio partire, per segnalare il suo percorso artistico e il suo viaggio letterario, ricco di spunti, di idee, di umanità, riportando alcuni versi di “A Malaga” da Chitarra fedele, dove la poesia del viaggio coniuga il legame forte con la sua terra:

 Qui il verde sorride carnoso,

le palme sono belle signore a passeggio,

il mare cintura d’eleganza.

M’illudo di essere a Genova a Pompei a Taormina

respiro l’alito di casa nostra.

Il mondo comincia sempre da casa nostra

e qui finisce.

 Nel volume della Bastogi è detto:

 Nella poesia, Nino Agnello, partendo dal significato della vita quotidiana e del tempo, dall’amore inteso nelle sue varie accezioni, dalla bellezza della natura, sia della Sicilia, che d’altre terre da lui abitate e visitate, compie un movimento  a partire dalla propria storia individuale e collettiva, cogliendone il senso umano e quello sacro, fino alla ricerca estrema di verità nella Trascendenza. Nel poeta vive, infatti, l’anima sicula  che affianca l’anima europea, più razionale e realistica che, tuttavia, non riuscirebbe a vivere senza la vicinanza della magia della solarità e del fascino misterioso proveniente dall’isolitudine che a sprazzi caratterizza la sua opera.

Vasta è la sua produzione e interessanti le tematiche:

Raccolte di poesia: Dialoghi della mia solitudine, 1960; Vento caldo, 1969; Cerchi concentrici, 1980; La danza dei delfini, 1987; Tutte parole, 1984; La spiaggia, 1985; All’ombra del basilico, 1987; Ancilla Domini, 1988; Le colombe di Galla Placidia, 1990; Palermo volti e cuore, 1993; Sogni al tombolo, 1995; Chitarra fedele, 1997; Accadimenti, 1998; Convivalia, 1998; Parole di granito, 2000; Le forme del divenire, 2001; Amore ad Amsterdam, 2006.

Raccolte di racconti: Un paese come tanti, 1977; L’età felice, 1984; Eldorado, 1991; Il muro di Berlino, 1991; La casa con gli archi, 1997; Il romanzo di Empedocle, 2002; Una vita per Omero, 2005; Le due stampelle, 2006; Dialoghi con padre Pio, 2007.

Nino Agnello, saggio critico


Critica letteraria: La narrativa di Cesare Pavese, 1982; Agrigento in versi, 1985; Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1994; Empedocle, frammenti, 1998; La poesia di Carlo Betocchi, 2000; Nerudae Quasimodo, 2002; Pino d’Agrigento, Uno scrittore siciliano del Novecento, 2004; Pino d’Agrigento, Novelle agrigentine, 2006; Nostalgia del padre, 2007. Notevole il recupero da parte di Agnello dell’opera omnia di Pino di Agrigento, del quale ad Agrigento si conosceva soltanto il nome della scalinata a lui dedicata. E’ stato un’opera meritoria che ha portato alla luce uno scrittore, apprezzato da Pirandello, cui venne dedicato e spedito un racconto.

 

Nostalgia del padre

La nostalgia del padreL’ultima tematica di Agnello, La nostalgia del padre, ci sembra molto peculiare e il sottotitolo “paradigmi di paternità nella cultura occidentale ci sembra un invito a nozze per aprire un dibattito. Nino Agnello, infatti s’interroga e interroga, alla luce di un accattivante itinerario di 14 autori di spessore: Luca, Omero, Orazio, Dante, Carducci, Leopardi, Kafka, Svevo, Neruda e Quasimodo, Alvaro, Bonaviri, Cristini, Arnone. Tanti altri emergono tra le righe, talmente è ricca la messe delle citazioni.

Nino Agnello lo fa con molto rispetto, ma con acume, e lancia un sasso, che va raccolto: questa cultura occidentale sta uccidendo il padre?

In una società liquida, globalizzata, contrassegnata da un esasperante consumismo di società opulenta e  da notevoli sacche di povertà, vecchie e nuove;  in una società perennemente sotto assedio, ipercompetitiva a tutti i livelli, qual è il ruolo della paternità? Alla luce di questi quesiti e anche di quelli interiori e più personali, Agnello vaglia tante ipotesi, passando in rassegna i rapporti tra padri e figli dei tanti paradigmi che scaturiscono dai vari autori. Agnello, dopo aver approfondito gli argomenti rivelatori d’autori notissimi, prende in esame nel finale il racconto di uno scrittore meno noto, Vincenzo Arnone di Favara, che però sin dal titolo L’ombra del padre evidenzia e manifesta la profondità e l’importanza del problema.

Agnello, nella sua analisi conclude il libro emblematicamente:

 L’ombra è la nostalgia di un assente, la seguace e la rivelatrice di un vuoto affettivo, la coscienza che non con la differenza ma solo con la continuità e la assimilazione si può rimediare ad una mancanza, ad una interruzione di questo genere: il figlio vince la nostalgia del padre riconoscendosi suo continuatore, prolungando il vecchio nel nuovo, il passato nel presente, e congiungendoli col filo dell’amore e della riconoscenza. Così ci persistono nella mente i due versetti dell’ignoto poeta:

 

“Padre, se tu non fossi mio padre

io t’inventerei.”

  

Il rapporto paterno in Pirandello:
Stefano e Luigi, Luigi e Stefano.

Pirandello e il padre Stefano

Genitori, e i fratelli.

Si enfatizza molto sul rapporto traumatico tra Luigi Pirandello e il padre Stefano. I termini del problema però andrebbero rovesciati. Quand’era fanciullo, Pirandello temeva sempre che il padre, fatto oggetto di due tentati omicidi e di molte minacce,  potesse non tornare un giorno dalla miniera che gestiva: era, la sua, un’angoscia esistenziale, che lo portava alla “fuga”. Quanto al preteso argomento di volerlo indirizzare a tutti i costi alla professione di commerciante di zolfo, essa è contraddetta dai fatti: il padre lo lasciò studiare a Palermo, lo mandò a Roma e poi a Bonn. Lo mantenne agli studi, costosissimi; gli sovvenzionò varie opere, tra le quali la prima raccolta di poesia Mal giocondo.


Da commerciante, avveduto e orgoglioso, tenne moltissimo che il figlio diventasse professore in quel diStefano Pirandello padre Bonn e non gli fece mai mancare il supporto e l’assistenza. Certo, ce ne furono tensioni tra padre e figlio ed anche tante; ma da questo,  a farne un padre castratore, ce ne corre. Dalle lettere di Luigi alla famiglia emerge poi anche un rapporto umoristico con il padre e con gli altri familiari.


Per quel che concerne il rapporto con il figlio Stefano, Luigi non venne meno al suo dovere di padre: si battè per il figlio, di cui stimava il talento; lo fece entrare in un giornale per svolgervi la professione di giornalista; lo nominò suo segretario e lo fece mettere in contatto con gli esponenti della cultura. Stefano, purtroppo, era chiuso, schiacciato naturalmente dalla grandezza del padre, che non dava scampo alla sua bravura artistica.


Pirandello, quattro generazioni Stefano jr. scrisse con lo pseudonimo di Stefano Landi. Vinse il premio Viareggio con il romanzo Il muro di casa e concepì numerose commedie, tra le quali un titolo illuminante Un padre ci vuole. La sua opera è prevalentemente intrisa di tragicità in una visione contrastata tra generazioni e rapporti familiari. Tematiche segnaletiche, ma non tali da potersi affermare che Luigi Pirandello possa avere sbarrato la strada al figlio. Lo stesso può dirsi relativamente all’altro figlio, il pittore Fausto, che assurse a una buona fama nazionale e internazionale per meriti suoi propri e che il padre introdusse nell’ambito dell’entourage dei fratelli De Chirico. Certo, Pirandello fu prodigo di consigli ai figli, supplendo anche in parte all’affetto di una madre che loro mancava, e forse in questo involontariamente peccò per eccesso. Nei momenti topici la famiglia fu solidale assai. Genitori, fratelli e sorelle si schierarono dalla parte di Luigi, riguardo all’amore infelice con la cugina Linuccia e al rapporto  in frantumi con la moglie Antonietta. Nel 1913, Luigi Pirandello, il cui rapporto con la moglie era in pieno naufragio, volle essere a Porto Empedocle, per festeggiare i  le nozze d’oro dei genitori.

La famiglia Pirandello 

Lo stato, padre invadente

Il padre di Pirandello, garibaldino La crisi dei modelli parentali è quanto mai evidente nell’evo contemporaneo e risale a quel Novecento, di cui Pirandello fu un geniale interprete ne Il fu Mattia Pascal, dove colse la precarietà dell’esistenza umana, sballottata dagli eventi e disviata, sempre in bilico tra essere e non essere, o l’essere o il dover essere.
Nel campo degli studi psico-sociologici e psicoanalitici è stata evidenziata ad ogni piè sospinto l’attuale crisi della figura paterna, nochè la figura dominante della madre arcaica, suscitatrice d’angoscia. Il consumismo ossessivo della nostra epoca ci ha riportato alla fase dell’oralità, determinando il rapporto di dipendenza-soggezione dell’infante. La struttura moderna della produzione, l’emancipazione della donna e il suo sempre maggiore inserimento nel mondo del lavoro hanno accentuato la divaricazione tra le generazioni.

Il ruolo dello Stato, questo soggetto politico che dovrebbe essere l’autorità che rassicura, facendo da pendant tra la famiglia e l’organizzazione del mondo esterno, è finito per assumere una funzione d’invadenza quasi totale nella vita dei consociati, mediando tutti i rapporti, anche i più intimi, e creando precarietà. Lo Stato è diventato un centro onnisciente, un leviatano che espropria, spersonalizza e atterrisce. Lo Stato è il grande fratello, che tutto vede, tutto controlla, tutto dirige. Ma finisce per diventare un soggetto trascendente, che trascende perfino coloro che lo dirigono. In questo mostruoso meccanismo che tutto controlla, ma che schiaccia tutti perché è senza controllo, tutto diventa possibile e appaiono perfino giustificate le scelte più irrazionali. La tecnica e la scienza, sempre più miracolose e miracolanti, sono sfruttate a fini di mercato e finiscono per uccidere il pensiero e la creatività filosofica. E’ questo iato profondo, questo circolo vizioso, che l’uomo si trova oggi davanti, chiamato a farne i conti nel prossimo futuro. E’ a tutti chiaro, però, che la sua soluzione deriva dal ruolo che dovrà assumere la paternità. Per un cambiamento radicale occorrerà ritrovare la via della ragione, della razionalità, dell’assicurazione, che ci dovrà arrivare dall’esterno, riscoprendo un’autentica umanità. Altrimenti, continueremo a salire sulla Zattera della Medusa del Todo Modo sciasciano o ad essere sballottati come il fu Mattia Pascal di Pirandello. 

(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

 

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