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8 MARZO

 L’URLO DI LIBERTA’ DELLE DONNE Sebastiano Liistro, L

L’ESEMPIO DI SAN GIOVANNI DI DIO

San Giovanni di Dio Ricorrono oggi due celebrazioni: la Festa delle donne e l’anniversario della morte di San Giovanni di Dio, il Santo portoghese, famoso in tutto il mondo, celebrato nel calendario della Chiesa. Due eventi di natura diversa, il primo diventato festa di massa (ma da ricordare adeguatamente e diversamente per non inquinarne il valore), il secondo meno popolare, eppure di largo impatto, se si pensa alla Regola dei Fatebenefratelli, fondata dal santo portoghese, e alla istituzione di Ospedali e di altre strutture di solidarietà esistenti in tutto il mondo. La solidarietà nei confronti delle donne e delle loro lotte, per l’effettiva acquisizione della parità nella odierna società, impongono riflessioni e ripensamenti profondi nell’organizzazione sociale, votata più che mai alla conservazione entropica deIle istituzioni e delle strutture manageriali, a tutti i livelli.
Viviamo nell’era dell’incertezza e della complessità, fomentata dalla paura di un potere, che sempre più si arrocca, che si riproduce ineluttabilmente, malgrado l’apparenza del cambiamento, dove l’inserimento e la libertà piena della donna sembrano lungi dall’essere realizzati. La donna è ancora oggetto di discriminazione, di sfruttamento, di strumentalizzazione e la caccia alle streghe è ancora immanente, pervicace, assai più pericolosa, perché strisciante. E’ una società che ha ancora paura della forza dirompente che la donna rappresenta per una società che vuole mantenere “il governo delle operazioni” e la logica disumana del mercantilismo più dispotico. Ci sono ancora margini di costruzione di libertà effettive, di senso, di comunicazione, di comunità, di tolleranza?

Siamo in pieno conflitto per l’avvento di una nuova era, in cui possa prevalere la bellezza dell’ “anima mundi”, come espressione naturale da assecondare e quale realizzazione di umanità. Il cambiamento non è mai quello preconizzato dal potere, di alternanza delle persone alla guida dell’organizzazione, ma deve costituire un nuovo modo epocale di essere, un ripensamento di mentalità nel dare nuovi assetti all’organizzazione, nel cogliere e soddisfare i bisogni autentici dell’uomo: insomma un nuovo rinascimento o un nuovo illuminismo. La donna, in tal senso, forse è la prima che potrà dare un contributo essenziale e determinante.

 

ISPIRAZIONI FEMMINILI:
LE DONNE E PIRANDELLO

Pirandello L’opera di Pirandello esalta assai spesso il ruolo e la condizione della donna. C’è già in Pirandello, allo stato nascente della sua arte, un’ispirazione profonda ad informarsi al basilare rapporto uomo-donna, nascita-morte, essere-divenire, che si sottende e si stende secondo un canovaccio ben collaudato. Basti pensare ai romanzi L’esclusa e a Suo marito. In effetti, sembra proprio che le concezioni pirandelliane sembrano scaturire da un’anima femminile, come se lo scrittore avesse trovato linfa e spessore in un vissuto ben assimilato. Nei personaggi femminili pirandelliani emergono caratteri, espressioni, modi di essere delle donne che lo hanno circondato. In primo luogo, la madre Caterina Ricci Gramitto con le sue storie, i suoi racconti, la sua fantasia, la pervicacia, il suo orgoglio patriottico e quasi viscerale, inculcò e suscitò in lui la voglia di esprimersi artisticamente. Leggendo l’epistolario pirandelliano (da Palermo, da Roma, da Bonn), si evidenzia il rapporto costante dello scrittore con la famiglia, che viene  informata quasi con metodo sulle sue aspirazioni, sul suo itinerario, mediante invio di composizioni, tracciando idee di opere e fornendo interessanti indicazioni del suo ricco laboratorio artistico.
Tale partecipazione spinse lo scrittore a concepire, quasi gli fossero stati caldeggiati,  carmi dedicati alle sorelle, in occasione del loro matrimonio. Rosolina, primogenita, era un preciso punto di riferimento e, addirittura, avrebbe voluto seguire il fratello a Roma, per potere sviluppare le sue doti di pittrice e inserirsi nel mondo culturale della capitale del Regno, impeditane però dal padre. La sorella più piccola, Annetta, era quella alla quale lo scrittore inviava dettagliati resoconti di opere e di scrittori. Annetta partecipava a riunioni e salotti letterari femminili di Girgenti, dove relazionava sugli scrittori e poeti europei. Per certi versi, l’interesse di Annetta costituì per Pirandello uno stimolo non indifferente per costruire il personaggio femminile di Silvia Roncella. Vero è che nel personaggio di Silvia viene rappresentata Grazia Deledda, ma il sorgere del suo magistero artistico è da rinvenire nelle aspirazioni di una donna che si accosta al mondo letterario per caso, dall’esterno e ne rimane presa, così come avvenne per Annetta, anche se il suo sogno non si realizzò mai.

Jenny Schultz Lander

L’amore di Jenny Schultz Lander, conosciuta a Bonn in un ballo di Carnevale, fu di grande stimolo allo scrittore. Durante il periodo della sua formazione tedesca, decisiva per la sua vocazione letteraria, Pirandello era ancora legato come promesso sposo alla cugina Rosalia, chiamata Linuccia, per distinguerla dalla sorella Rosolina, chiamata in famiglia Lina. Diversamente dalla cugina, Jenny era una donna magnanima, che non ebbe eccessive pretese sul cuore di Pirandello; lo lasciò libero di scegliere, perché capì che il genio non si può imbrigliare. Questo rapporto intenso e così spirituale diede allo scrittore linfa ulteriore ad approfondire le sue tematiche, soprattutto a contatto con la grande filosofia tedesca, in un ambiente cosmopolita e in una città a misura d’uomo.

Antonietta Portulano, moglie di PirandelloLa moglie Antonietta Portulano credeva nella grandezza letteraria di Luigi Pirandello. Nei primi tempi si sacrificò moltissimo, permettendo allo scrittore di isolarsi nel suo laboratorio e di dedicarsi ai rapporti esterni nei salotti letterari, dai quali lei si sentiva irrimediabilmente tagliata fuori. Ma il peso della cura di tre figli e la malattia di nervi, che sarebbe poi esplosa in maniera conclamata, la portarono successivamente a recriminazioni, che incancrenirono il rapporto di coppia, cui diede il colpo di grazia il tracollo della miniera, nella quale il padre dello scrittore aveva investito tutta la dote della nuora.

Pirandello e la figlia lietta
L’amore per la sfortunata figlia Lietta, che tentò il suicidio a seguito di pesanti accuse della madre e che successivamente pagò il prezzo della lontananza e il peso di un matrimonio infelice, fecero tratteggiare a Pirandello personaggi femminili delicati, venati da inquietudine interiore di fondo. Così scriveva Pirandello alla figlia, a Buenos Ayres:

 
“La casa mi par vuota come la vita mia. Bisogna che tu ritorni, che tu ritorni presto Lillinetta mia piccola bella; se no, Papà tuo morrà d’angoscia.”

 

Marta AbbaL’incontro tra Pirandello e Marta Abba avvenne nel febbraio del 1925 al Teatro Odescalchi, teatro dell’Arte, per il quale l’attrice firmò il contratto, instaurando un rapporto fecondo, tale da farla divenire la migliore interprete della drammaturgia pirandelliana.

“E’ giovanissima e di meravigliosa bellezza. Capelli fulvi, ricciuti, pettinati alla greca. La bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita di solito le desse una sdegnosa amarezza…”

Molte commedie furono scritte dal drammaturgo appositamente per lei. Molto si è parlato del rapporto d’amore tra Pirandello e Abba. Sono fiorite molte fantasie, illazioni, forse leggende. Certamente c’era un rapporto molto intenso e l’arte ne era un legame profondo. Il sodalizio Pirandello-Abba fu irripetibile e il più fecondo per il teatro italiano, anzi mondiale, del novecento.

Marta Abba al Tempio della Concordia 

LE FIGLIE DELLA CARITA’

Le figlie della Carità Una novella di Pirandello, intitolata “Ignare”, esalta il sacrificio delle Figlie della Carità, la congregazione di suore che vennero a Girgenti da Napoli, nel 1867, proprio nell’anno in cui nacque lo scrittore. Il padre di Pirandello, Stefano, s’era ammalato di colera ed era stato curato e salvato dal male presso l’Ospedale di Agrigento, dove operavano le suore, chiamate “Cornette”, per via del copricapo caratteristico che portavano.

“Sotto le ampie cornette oscillanti erano vestite tutte e tre d’abiti nuovi, ma troppo larghi per il loro corpo già esile e ora più che mai assottigliato dalle sofferenze” (Ignare, Luigi Pirandello, novella).

Nel racconto, si narra la vicenda di tre suore, stuprate durante l’insurrezione di Candia (Creta), contro i turchi nel 1867,  evento che tanto scalpore destò allora nel mondo e armò aiuti militari.
L’episodio narrato da Pirandello è probabile che gli sia stato riferito dai genitori o dagli zii ed è documentato dall’appello del 10 febbraio del 1867 (sul giornale “Il rompicollo”) da parte dei “Discepoli di Dante” di Girgenti, ai concittadini ad inviare aiuti e contributi per sostenere la lotta contro i Turchi. Pirandello si dimostra un grande maestro nel narrare le violenze all’innocenza delle tre suore e la loro vicenda umana e psicologica nel dover scoprire che partoriranno il frutto di tale violenza.

Maria Ventura, L

“All’orrore delle ferite aperte dal ferro nelle loro carni rispondeva l’orrore più grande di un’altra ferita insanabile, per cui più del corpo la loro anima aveva sanguinato.”

“Prima di partire, avevano veduti i vecchi abiti, coi quali erano arrivate, ferite e morenti, da Candia. Stinti, strappati, macchiati di sangue, avevano suscitato in loro quello sgomento e quel ribrezzo che si prova per gli oggetti appartenuti a qualcuno tragicamente morto”

Una delle tre suore muore di parto e un’altra decide di tenere il figlio della consorella e di allevarlo insieme con il proprio. E’ una novella modernissima, antesignana della realtà attuale, più o meno recente, che fa riflettere per l’alto tasso di drammaticità: solo la penna di Pirandello poteva riuscirci.
Le Figlie della Carità – risulta  dai documenti – si distinsero per la loro abnegazione, a Girgenti e in tutta la Sicilia, durante l’imperversare del colera, sicuramente importato da una nave proveniente dall’Oriente. La presenza della Casa Provinciale di Agrigento è attestata in documenti autentici e, addirittura, in una nota si parla pure di un Ospedale di San Giovanni di Dio, fondato nel 1869. Un’intitolazione che fu attuata stranamente soltanto cento anni dopo.

 Nota archivio Figlie della Carità


SAN GIOVANNI DIO
DA MERCENARIO A SOLDATO DI CRISTO

 

San Giovanni di Dio“Ch’io fossi e chi fossero i miei genitori nessuno lo sapeva e quei pochi, che conoscevano il mio nome, mi chiamarono  Giovanni di Dio.” (Ubaldo Riccobono, Una contrada chiamata Consolida, romanzo)

Il portoghese Juan Ciudad (1495-1550), prima di dedicarsi ad opere di solidarietà e di procedere alla fondazione dell’ospedale di Granada, fu avventuriero e viaggiatore senza fissa dimora. A otto anni scappò di casa per seguire dei nomadi; poi fu al servizio nella guardia di Fuenterrabia, agli ordini di un certo Francisco Majoral, che lo trattò come un figlio. Divenne soldato di ventura e girò l’Europa: combattè contro i francesi e, in Austria, contro i turchi. Rientrato in Spagna a La Coruña, “dopo anni di ottundimento del cuore e della mente”, sentì forte nostalgia della casa paterna, facendo ritorno al paese natio. Ma i genitori erano già morti entrambi, per il dolore della sua fuga. Quindi riprese a viaggiare, facendo vari mestieri, prima di stabilirsi a Granada, dove impiantò una libreria. Fu folgorato dalle prediche di Giovanni d’Avila, vendè tutto e se ne andò a mendicare per le strade di Granada. Avendolo preso per pazzo e visionario. le autorità lo rinchiusero in manicomio. Ebbe a scoprire, così, cosa significasse un ospedale per dementi e, uscitone fuori, decise di fondarne uno con criteri di gestione e di organizzazione moderni. I finanziamenti iniziali furono le questue che egli e i suoi confratelli chiedevano ai passanti con voce cortese, con queste parole:”Fate bene fratelli, a voi stessi per amor di Dio.”

In seguito, lasciato il primo ospedale, ne fondò un altro molto più grande, che fu distrutto  da un grandissimo incendio. A rischio della vita, riuscì a salvare, con i suoi confratelli, tutti i degenti. Ricostruitolo, fondò l’Ordine mendicante dei Fatebenefratelli, che oggi conta nei cinque continenti circa 400 opere assistenziali. Caratteristiche dell’Ordine non monastico, oltre alla povertà, alla castità e all’obbedienza, sono l’ospitalità, l’accoglienza, l’umanizzazione dell’assistenza. Valori questi ultimi da sempre espressi e difesi, soprattutto dalla donna.
Non a caso San Giovanni di Dio aveva affermato:

 In quel manicomio, che assomigliava alla Geenna, ebbi nodo di scoprire che cosa volesse dire un ospedale di allora, specialmente quello in cui si curavano i dementi. Non vi era rispetto per l’uomo, le condizioni igieniche erano inverosimili, i malati erano considerati dei reclusi, persone abiette, da tenere in catene… Individuai i veri mali, che consistevano soprattutto nell’assenza di cura dello spirito, che doveva essere la premessa della cura del corpo.” (Una contrada chiamata Consolida, Ubaldo Riccobono, romanzo).

 Logo dellNon si conosce l’origine esatta del nome dato all’Ospedale di Agrigento, ma il nesso tra l’arrivo delle Figlie della Carità, provenienti originiaramente dalla Francia, e San Giovanni di Dio appare evidente. Questo vincolo di solidarietà assistenziale e umana è stato espresso nel Logo creato, in occasione dell’apertura recente del nuovo ospedale, da Vincenzo Peritore, un valente grafico, con la rappresentazione emblematica del fiore-pianta, la Consolida, che dà nome alla contrada, dove sorge la nuova struttura ospedaliera. In questo connubio si salda l’intreccio forte della pianta-fiore salutare con la sigla SGD (San Giovanni di Dio).
La solidarietà è un caposaldo del decalogo dei Fatebenefratelli, e nell’Ospedale di Agrigento tale concetto si è integrato con l’obiettivo di assistenza delle suore infermiere delle Figlie della Carità, che vi operano da oltre 140 anni ed hanno espresso, come valore simbolico, Suor Caterina Capitani, già Madre Superiora dell’Ospedale, miracolata da papa Giovanni Paolo II e testimone nel suo processo di canonizzazione. Suor Caterina si è spesa a costo della sua salute e si continua a spendere tuttora in un centro di assistenza per i malati di AIDS a Capodimonte.

Suor Caterina Capitani


RICORDO DI UNA CUGINA

Maria Troýa RiccobonoLa concretezza e la fantasia della donna  sono motori fondamentali per la vita di individui e gruppi, sono fonti di stimolazione e di consolazione, sono origine di speranze ed energie, sono stimolo per innovare e sostegno per continuare, a patto che non vengano soffocate, depistate, represse, strumentalizzate. A tutti i livelli la donna sta cercando di crearsi spazi ed opportunità, con grande fatica, ma con pervicacia. Bisogna valorizzarne e assecondarne lo sforzo, perché è soltanto con la donna che può essere operato il salto di qualità. Sarà forse un percorso lungo, perché le forze della reazione sono sempre in agguato, pronte a mascherarsi in mille modi. In questo giorno dedicato alla donna, desidero ricordare il piccolo contributo di una mia cugina, Maria Troýa Riccobono, venuta a mancare nel mese di febbraio. Una donna, la cui bellezza interiore traluceva nei suoi occhi chiari, una donna ricca di vitalità, pronta all’incoraggiamento dei suoi simili, che ha saputo stringere i denti nell’aiuto alla madre e ai fratelli e alla gente, soprattutto, quand’era ancora ragazza, nel periodo duro della seconda guerra mondiale. Non era una letterata, né aveva fatto studi superiori, ma era di pensieri trasparenti e cercava di donare le sue parole con umiltà, come tante donne fanno in silenzio, per comunicare e accogliere, comprendersi e comprendere. Aveva talora sottili accenni umoristici, e una fede incrollabile nei valori umani e femminili.


Chista è la fidi

Granni fidi è:
(Una grande fede è)

profumatu ciuri
(profumato fiore) 

ca si chiama primu amuri
(che si chiama primo amore) 

donu priziusu ca cuncedi lu Signuri
(dono prezioso che concede il Signore) 

pianta miravigghiusa e dilicata
(pianta meravigliosa e delicata)

 nun cridiri ca si trova a ogni angulu di strata.
(non credere di trovarla ad ogni angolo di strada).

 Sta’ pianta nun la teniri sulu pri tia, ‘nta lu to cori,
(Questa pianta non tenerla solo per te, nel tuo cuore,)

 falla atticchiri nu’ cori di li to frati,
(falla attecchire nel cuore del tuo fratello)

 unni ti trovi trovi.
(laddove ti trovi)

 Di principiu sta’ pianticedda pò siccari
(All’inizio la fragile pianta può appassire)

 isa l’occhi a lu celu e mettiti a priari.
(alza gli occhi al Cielo e mettiti a pregare)

 Si la travolgi lu ventu a tramuntana e s’annaculia
(Se un vento freddo  la travolge e oscilla,)

 abbivirala con acqua pura di surgenti,
(innaffiala con acqua pura di sorgente)

 chidda ca lu  Signuri detti puru a tia
  (quella che il Signore ha dato pure a te)

 acqua miraculusa ca fa crisciri a dismisura
(acqua miracolosa che fa crescere a dismisura)

 e quannu menu t’aspetti duna ciuritura.
(e, quando meno te l’aspetti, fiorisce.)

 Si la chiantasti in tirrenu aridu comu disertu
(Se l’hai interrata in terreno arido come deserto)

 e un filu d’erba nun si viri
(e non si vede filo d’erba)

 nun ti scuraggiari, curala, cu’ tempu pigghia forza  e crisci
(non ti scoraggiare, curala, con il tempo prenderà forza e crescerà.)

{Chista è la fidi.
(Questa è la fede.)

 
A me niputi

 Hàiu ‘na niputi tantu ‘ntelligenti e spiciusa
(Ho una nipote intelligente e speciale)

 bedda di facci e di cori amurusa
(di bella faccia e di cuore amorosa,)

 duci comu ’na picciridda
(dolce come una bambina)

 ma scattiusa comu ‘n’ancidda.
(ma riottosa come un’anguilla.)

 Fa’ milli cosi beddi e ama l’arti;
(Fa mille cose belle e ama l’arte;)

 nun è ‘mprissioni mia, è rialtà di fatti.
(non è impressione mia, è realtà di fatto.)

 Travagghia forti, fa la dintista,
(Lavora molto, fa la dentista:)

 conza li denti e puru qualchi testa.
(aggiusta i denti, ma pure qualche testa.)

 Fa turnari beddu lu surrisu
(Fa tornare bello il sorriso)

 pricchì, viditi, la dintatura hà lu so pisu:
(perché, vedete, la dentatura ha il suo peso:)

 a ‘na vecchia assai sdintata
(una vecchia sdentata)

 chidda la fa diventari ‘ggrazziata
(la fa diventare aggraziata.)

 Biniditti li ginituri ca ficiru sta’ figghia,
(Benedetti i genitori che hanno fatto questa figlia,)

 unni si metti metti, è ‘na miravigghia
(dove la metti metti è una meraviglia:)

 hà sfaccettaturi di la petra diamantina
(ha sfaccettature di pietra diamantina,)

 nun pri nnenti si chiama Caterina.
(non per niente si chiama Caterina.)

 
Il matrimonio

 Il matrimonio è come un bel vestito,
bello di colore e ben cucito;
può essere un po’ largo o un po’ stretto,
ma se ben portato, sarà perfetto

 Se lo teniamo lindo, non macchiato,
diran tutti: che matrimonio riuscito!
Ma non sanno che la polvere si tien lontano
tenendo costantemente la spazzola in mano.

 Se poi di proposito ci vien strappato
da noi vien tosto ricucito:
quando il lavoro ad arte vien fatto
con pazienza e con amor ritorna intatto

 Poi, se il tempo l’ha proprio logorato
come rimedio estremo va tutto rivoltato;
farà ancora la sua bella figura
e nessuno noterà i segni dell’usura

 Ma se è di stoffa buona e ben curato
per sempre ti darà buon risultato
chi cambia invece ad ogni batter di ciglio,
chiaramente fa: uno lascio e uno piglio.

 Tu, uomo, che non convinto mi ascolti
sappi che la vita ha i suoi risvolti
non scambiare il tuo vestito con uno pregiato
tieniti il tuo conosciuto, vecchio e amato
che con ogni tempo ti ha servito  e ti ha scaldato.

Non fantasticare, non cambiare look:
conserva il tuo, se puoi, è sempre chic.

Maria Troýa Riccobono


IL PAESE DELLE DONNE

 Il paese delle donne

Il paese delle donne è un libro assai singolare e autobiografico, scritto dalla cinese Yang Erche Namu con l’aiuto dell’antropologa parigina Christine Mathieu, che narra la vita dei Moso, una società matriarcale dell’estrema Cina, ai confini del mondo, nel cuore dell’Himalaya. Si tratta di una società che ha affidato da sempre le sorti del popolo alle donne, che lo reggono con criteri di comunione non codificata, ma basata sul carisma della discendenza femminile della famiglia. Un mondo diverso da quello patriarcale, senza le caratteristiche di esasperazione di “potere”. In questo mondo, ai margini del mondo, s’innesta il desiderio della scrittrice, che sogna di diventare cantante, riuscendovi e trasferendosi a Pechino. Dal 1990 a San Francisco, Namu ha fatto la cantante e la fotomodella e vive, con il marito diplomatico, tra San Francisco, Ginevra e Pechino.
Namu non rinnega le sue radici ed è orgogliosa di ritrovare nel rapporto con la madre quell’antica saggezza del popolo, ancora non contaminata dalla società del terzo millennio.

“I Moso dicono che il futuro è dietro di noi e che il passato ci sta di fronte. Con questo intendono dire che, poiché il passato è ciò che conosciamo, si trova sotto i nostri occhi, mentre il futuro che non può essere percepito si trova invece dietro le nostre spalle.”

(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

 

 

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