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GIORNI DI PASQUA

Giuseppe Forte, Resurrezione  

Comu rè già triunfanti

scarzarau li Patri Santi

O gran Virgini Maria

mirrallegru assai cu tia

(Rosario siciliano, manoscritto inizio XX secolo)

Il significato della Pasqua non ha soltanto una valenza religiosa, ma anche un valore etico indiscutibile, come rinascita dell’uomo, passaggio da uno stato d’incoscienza ad una condizione di vita consapevole e vera, così come dimostrò Lev Nikolaevič Tolstoj nel suo ultimo grande romanzo, Resurrezione.

Leone Tolstoj

Tolstoj si rese conto che non era facile realizzare tali principi e, vedendo le contraddizioni sociali, scrisse: "L’attuale struttura della società alimenta l’egoismo della gente, pronta a vendere la propria libertà e il proprio onore per un piccolo vantaggio economico". Parole di un’attualità impressionante.

 

LA CORDA PAZZA

 Leonardo Sciascia

Alla ricerca degli autentici valori delle festività, e in particolare di quelli relativi alla Pasqua, va Leonardo Sciascia in Feste religiose in Sicilia, ne La corda pazza, una raccolta di saggi che vanno dal 1963 al 1970 (anno di pubblicazione), che prese il nome dal saggio intitolato appunto La Corda pazza.

 

 “Ma una festa religiosa – che cosa è una festa religiosa  in Sicilia?

Sarebbe facile  rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa… E’, innanzi tutto, una esplosione esistenziale; l’esplosione dell’es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’es. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super-io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città. In questo senso, oggi, ha valore di festa il periodo che immediatamente precede la consultazione elettorale, e la giornata elettorale stessa (ma venata di quella malinconia che si insinua nel disfarsi e spegnersi di una festa): che è il momento in cui il partito politico effettualmente esiste; così come un tempo, nelle feste patronali e liturgiche, veniva a configurarsi, anche attraverso una eccezionale esplicazione di poteri (la liberazione di condannati, la licenza di potere insultare o colpire persone di più alto ceto)”

 

“Ma è davvero il dramma del figlio di Dio fatto uomo che rivive, nei paesi siciliani, il Venerdì Santo?

 Giuseppe Forte, Crocifissione

Sutta un lignu trascinatu

Gesù a morti era purtatu

e vui matri Addulurata

lu ‘ncuntrastiru pi la strata

Vi cunsiddiru Gran Signura

‘ntra ddi spasimi e dulura

(coroncina un onore dell’Addolorata

Chiesa S.Oliva – Cefalù)

 
O non è invece il dramma dell’uomo, semplicemente uomo, tradito del suo vicino, assassinato dalla legge? O, in definitiva, non è nemmeno questo, ed è soltanto il dramma di una madre, il dramma dell’Addolorata?”
(Leonardo Sciascia, Feste religiose in Sicilia, da La corda pazza)

 L

Davanti lu ritrattu li puttò:

Chianciemu tutti me’ figghiu muriu

chiamatimi a Giuvanni, cca lu vogghiu

quantu m’ajuta a chianciri me’ figghiu

(Rosario siciliano, manoscritto inizio XX secolo)

 

Non siamo tanto lontani dalla concezione di Tolstoj: il processo d’identificazione della festa religiosa con la vicenda prettamente umana appare evidente.
Per Sciascia il vero dramma è quello dell’Addolorata.  Una volta catturato, Cristo è nella morte, il morto è morto. Ma la madre è viva, dolente, immagine e simbolo di tutte le madri.

“Il vero dramma è suo: terreno, carnale. Non il dramma, dunque, del divino; ma quello del male di vivere, dell’oscuro viscerale sgomento di fronte alla morte, del chiuso e del perenne lutto dei viventi” ?” (Leonardo Sciascia, Feste religiose in Sicilia, da La corda pazza)

E di fronte a questo dramma che si ripete l’uomo si sente scoperto, nudo, refrattario ad ogni giustificazione, impotente: mai la contemplazione della morte fu più terrena e il siciliano si sentì più solo. Ne La corda pazza (scrittori e cose della Sicilia) Leonardo Sciascia quindi indugia nel ritrarre la sicilitudine, quel modo di essere che si traduce anche in una sorta di alienazione, di follia, sul piano della psicologia e anche del costume. E proprio nel primo breve brano critico del libro, Sicilia e sicilitudine, Sciascia traccia quasi il programma dell’opera, scritta in un lungo arco di tempo, ma con un unico filo conduttore. Nel preambolo, non a caso, ricorda il discorso che Don Fabrizio, nel Gattopardo, fa al piemontese Chevalley:

“i siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla”

Sciascia è la ragione che vuole capire, la ragione che vuole spiegare quel processo mentale che è insito nell’uomo: la pazzia. Non si tratta della mentalità del mentecatto, ma della posizione dialettica che postula l’essere e il non essere. La luce presuppone l’ombra, e il giorno la notte. Ma i passaggi di stato, pur rientrando nell’ordine naturale di tutte le cose, per il siciliano assumono una dimensione tutta particolare, in una terra sempre dominata, ieri e oggi anche da un potere che trascende il popolo.
Ne La corda pazza si salda il pensiero di tre grandi autori. Sciascia segue fondamentalmente un canovaccio pirandelliano, nel solco della pazzia del Berretto a sonagli (il tema della follia nella “tipicità” della vita siciliana, delle sue regole) e dell’Enrico IV (in cui il tema trascorre dal caso clinico all’esistenza stessa). E in questo suo itinerario incontra Giuseppe Tomasi di Lampedusa, coevo a lui.

Luigi Pirandello Giuseppe Tomasi di Lampedusa, diseg. di Vincenzo Sciamè

Sciascia ragiona sempre lucidamente,  a volte con un filo d’ironia, ma sviscera scrittori e cose della Sicilia con aderenza alla verità, senza lasciarsi coinvolgere dall’emotività e dal sentimento, mostrando i lati oscuri, traendoli dall’ombra, perché ciascuno li possa interpretare e giudicare, per ricostuire la Ragione.

La Beata Corbera Così, in relazione anche alle festività pasquali, riporta alla luce, quasi con spirito giornalistico, come si evidenzia nel titolo “Dal monastero di Palma”, la storia di Suor Maria Crocifissa della Concezione, dell’Ordine di San Benedetto, al secolo Isabella Tomasi, entrata a quattordici anni nel monastero di Palma di Montechiaro (a una ventina di chilometri da Agrigento), prendendone i voti a 17 anni.

Sciascia cita una pagina del volume delle sue lettere spirituali, pubblicato a Venezia nel 1711, che secondo lui “sui monasteri dice più di quello che potevano immaginare o intravedere Diderot e Manzoni”.

 

“Qui si svegliò il Leone ferocissimo del mio cuore, e per miracolo di Dio si compunse alquanto proponendo lasciar la sua ferocia con divenire Agnello, cambiando il suo ruggito in muto silenzio, portando il mio cuore ove Iddio lo vuole, che se egli mi meni al macello paziente vi andrò, sicut agnus ad occisionem”

“Così in santo fervore si diede principio alla nostra quaresima… trovammo in un devotissimo luogo nostro Signore in età di anni trenta, vestito come appunto andava per il mondo, stando sotto un albero mestissimo…”

La cella di Suor Crocifissa (Beata Corbera)La lettera del marzo 1675 è diretta al fratello Giuseppe Maria, chierico regolare dell’Ordine dei Teatini, poi elevato santo da Giovanni Paolo II.
Il padre, che fu poi detto il duca santo, aveva fatto edificare il monastero per lei, e vi entrarono poi altre tre sorelle e la madre.

Vincenzo SciamèPalma di MontechiaroTomasi al monastero di Palma Montechiaro

Dice Sciascia:

 

“Per due generazioni, in quella loro remota terra di Palma, i Tomasi sono stati segnati da una vocazione mistica i cui effetti – sui loro corpi, sulle loro anime – ci riempiono di spavento e di orrore più che le pagine di Sade e di Masoch. E, insieme a un sentimento di rispetto, di venerazione, un senso di orrore misto a pietà dovevano provare quei loro poveri vassalli di Palma… E tuttavia, dal loro cupo e torbido misticismo si leva un’ansiosa umiltà, una dedizione alla miseria e al dolore degli altri, una volontà d’alleviare e di servire. Il duca si scopriva il capo quando parlava con qualsiasi persona, “ancorchè menoma servente o fameglio della sua corte”. Non gradiva gli atti d’ossequio e, per dimostrarlo, una volta si mise in ginocchio di fronte a un vassallo che gli si era inginocchiato”

Lettera del diavolo La famiglia era generosissima e faceva della carità una prerogativa. Il fervore mistico di servire fu spiccato in Suor Maria Crocifissa, la quale dormiva sui sarmenti, si flagellava a sangue nella sua cella, incidendosi a sangue le carni coi nomi di Cristo e di Maria, aveva delle estasi. La visione del diavolo che la bastonava e voleva tentarla era ricorrente. Nel Monastero di Palma, dove la venerabile suora, è custodita “La lettera del diavolo”, in caratteri incomprensibili, alle cui tentazioni lei annouò di suo pugno soltanto “ohimè”. Ma quella di Palma pare proprio che sia una copia, perché l’originale si trova nell’archivio della Cattedrale, come attesta un viaggiatore francese di fine ‘800, Gastone Vuiller, il quale dice che gli fu  mostrata nella sagrestia della Cattedrale. Nel suo libro sulla Sicilia, dedicato a Giuseppe Pitrè che gliela rivelò, Vuiller  ricorda un’antica usanza di Girgenti, tramandatasi fino a non molto tempo fa:

 

“La domenica di Pasqua, mentre si celebrano gli uffizi divini, il diavolo è cacciato fuori delle case con esorcismi. I ragazzi armati d’un tralcio secco di vite, con sette nodi, battono sulle porte, sui mobili, su tutti gli utensili domestici e si picchiano anche fra di loro gridando: nesci fora, tentazioni, e trsissi Nostru Signuri”

Suor Maria Crocifissa fu dichiarata Venerabile da Pio VI, e immortalata da Giuseppe Tomasi di Lampedusa con il nome di Beata Corbera nel Gattopardo. Sciascia cerca di chiarire questo cambiamento di nome da parte dello scrittore, anche con una certa similitudine ironica. Ma ci sembra che nel Gattopardo tutti i personaggi appartenenti alla sua famiglia, Tomasi li tenga ben mimetizzati, a cominciare dal Principe Fabrizio, che s’identifica nell’avo Giulio IV Lampedusa, astronomo e protagonista – come Don Fabrizio – del gran rifiuto a senatore del regno. Tomasi di Lampedusa non volle fare un romanzo di storia né un panegirico della propria famiglia. Se avesse ceduto a simile tentazione, l’opera ne avrebbe risentito alquanto e non sarebbe stata il capolavoro che è..

Giulio IV Lampedusa

PASQUA DI GEA

Taccuino di Bonn Ne La corda Pazza, in Note Pirandelliane, Leonardo Sciascia ricorda i motivi per i quali Pirandello lasciò l’Università di Roma per approdare a quella di Bonn. Nel tradurre il Miles gloriosus di Plauto, il professore di Pirandello, Onorato Occioni, rettore dell’Università, commise un errore. Luigi si diede di gomito con un prete vicino il quale ebbe l’ardire di sorridere, investito subito di vituperi dall’accademico. Pirandello si alzò in piedi e diede la spiegazione dei fatti. Lo scrittore, deferito, fu costretto a lasciare Roma e, su consiglio del professore Ernesto Monaci, che lo aveva a cuore, andò a Bonn, dove la cattedra di filologia romanza era tenuta da Foerster, amico di Monaci.

Abitazione di Pirandello a Bonn
Luigi giunse a Bonn da Roma il 10 ottobre 1889 e conseguì la laurea il 21 marzo 1891, ottenendo “summos in philosophia honores, jura et privilegia”, dissertando sul dialetto agrigentino con la tesi Laute und Lautentwichelund der Mundart von Girgenti. Gli studi a Bonn furono decisivi per Luigi Pirandello.

Università di Bonn

Diploma di laurea di PirandelloLibretto iscrizione Università
Pirandello studente a Bonn

Nella città assimilò la grande filosofia tedesca e la letteratura, in special modo Goethe, di cui tradusse l’Elegie romane (pubblicate a Roma nel 1896). A Bonn Pirandello continuò a coltivare la poesia e molti componimenti li riportava sulle lettere che inviava ai familiari. Una raccolta, composta nel periodo 1889-1890, con il nome Pasqua di Gea, pubblicata a Milano nel 1891, è dedicata a Jenny Schultz-Lander, la giovane tedesca amata nel periodo del suo soggiorno nella città tedesca.

Jenny Schultz Lander JENNY SCHULZ-LANDER, Meine liebe, süsse Freundin

Ma la Else cantata nella raccolta è una giovane amica tedesca, Anny Johanna Rissmann, morta ad appena diciotto anni di polmonite il 10 dicembre del 1889. Pirandello frequentò le due sorelle Rissmann, Mary e Anny, e la loro famiglia, una delle più ricche e rispettabili famiglie di Bonn. Le giovani erano due ragazze piene di vita, “due diavolette tutte fuoco, che mi mettono a soqquadro la mia aristocratica stanza”. La morte di Anny, come un fulmine a ciel sereno, colpì molto Pirandello, tanto da concepire un poema in suo onore. L’ispirazione e il tono della silloge sono la caducità della vita, l’invito a godere la primavera e la stagione più bella della gioventù, che si apre ai primi amori. La Pasqua è vista come periodo di transizione, come passaggio e come primavera (Gea, la terra feconda) che sempre però ritorna per continuare a vivere.

La Pasqua alma di Gea,

di Gea, unica Dea,

agli uomini risorta,

la Primavera io canto

E’ evidente la similitudine della bellezza della giovane amata con la bellezza della natura a primavera.

Chi ti vedrà passare

dirà: «Che bimba bella!

che bimba bella! pare

dei fiori la sorella…»

Una natura sacra nel suo splendore:

O glorïosa pace

de la terra, nel sole;

pace di primavera,

sacro silenzio pieno

di palpitanti foglie

Else, come Gea, è amore e sente l’amore, mentre l’innamorato capta il suo cuore:

sente la terra amore;

il palpito immortale

io sento del suo cuore.

Ma la vita umana è caduca:

La vita ha i suoi dolori,

ma nel tempo è l’oblio.

Nutrir lungo desio,

mortali, non conviene;

corta è la vita, e solo,

sol per un fil si tiene.

E proprio per questo bisogna ricordare il bello, come la genuinità del primo amore:

Ricordi quelle sere

d’aprile, e i dolci accordi

al lume de la luna,

i balli e il primo amore?

…………………

Ricordi il lieto giorno,

in cui la tua figliuola,

bella come una rosa,

venuta grande e sposa,

il genero rapí?

Il poeta invita quindi al carpe diem, prima che sopravvengano giorni tristi.

Prima che il tempo volga,

o giovini, si colga

il fior, che vivo odora.

Prima che muta e spoglia

a dormir sonni tristi

la terra si ritorni

Ma la sorte non può spezzare del tutto il legame con la primavera:

Su te, morta, e tra loro,

gli augelletti canori

s’accoglieran le sere

a riposar le penne,

e del lor mesto coro

empiran la quïete;

e di te canteranno

a le vigili stelle,

a le piante sorelle,

cui fosti sempre cara.

E tu gli augelli i fiori

cosí, penso, sarete

in una a noi non chiara

comunïon perenne.

Non gemiti, non pianti:

bella è cosí la morte.

Chi va piú a lungo avanti

esposto è sempre ai danni

d’una maligna sorte.

O tu, morta a vent’anni,

morta di primavera,

odi tu i dolci canti

degli augelli, ogni sera?

 

La morte dell’innamorata coincide con la morte della primavera:

 

I fiori

qui muojon tutti or mai;

son morti i mesi gaj,

scende fredda la sera,

ed anche tu mi muori,

estro di primavera.

 

Pirandello, a rimarcare l’eternità dell’arte e della vita, aggiunse in appendice questa chiusa. E il gran Segreto Pirandello lo conobbe, proprio nello stesso giorno e per la stessa malattia di Anny Rissmann, l’Else del poema.

 

«Eterno eterno eterno!»

susurran l’aure in torno,

quasi oppressanti. «Eterno!»

ripete il vasto Reno

fluendo senza posa.

«Eterno eterno eterno!»

chiede ogni viva cosa.

Io vo, sconvolto il seno

da un rompere improvviso

d’affetti novi, pieno

d’accese idee la mente;

non lieto, e pur ridente

di strani sogni il viso.

Dove? io non so, ma avanti –

verso la morte, forse;

forse in braccio a l’amore;

saprò forse tra poco

il gran Segreto.

 

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