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LIBRI & POLITICA 

MANI SPORCHE
di Marco Travaglio

Libro di Marco Travaglio

“Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anziché di chi le fa. La colpa non è dello specchio, ma di chi ci sta davanti.”  Enzo Biagi, giornalista (1920-2007) (Esergo di Mani Sporche)

Marco Travaglio Sarebbe piaciuto a Pirandello, Marco Travaglio, per quel suo umorismo, con il quale connota le apparizioni in pubblico; per come racconta le vicende degli ultimi anni della vita politica italiana e degli scandali dal 2001 in poi, che hanno marchiato a fuoco questo nostro travagliato inizio del terzo millennio e lo continuano a caratterizzare. Marco Travaglio ha un suo stile: con il sorriso sulle labbra e una voce dolce e non declamatoria affonda il bisturi e non lo dà neanche a vedere. E nella terra  di Pirandello ha presentato, con tono adeguato alla sua fama, “MANI SPORCHE”, l’ultima fatica realizzata in collaborazione con i colleghi Gianni Barbacetto e Peter Gomez, ponderoso libro-pamphlet-inchiesta sul caso politico italiano. 
Promoter della serata è stata la libreria Capalunga, diretta da Amedeo Bruccoleri (vedi foto sotto), che può vantare al suo attivo una lunga teoria di azzeccati eventi culturali, che hanno lo scopo di avvicinare ai libri e alla cultura molti proseliti, e in modo particolare i giovani. Per la speciale occasione è stato sfruttato il palcoscenico del Teatro della Posta Vecchia (vedi link sulla homepage), gremito in ogni ordine di posti.

Marco TravaglioNell’illustrare il suo libro, Travaglio è passato con suadente disinvoltura dall’indulto di Berlusconi agli scandali di Calciopoli e Vallettopoli, per poi esaminare il caso Previti, i crac Parmalat e Cirio e il resto dei fatti clamorosi, nonché le grandi vicende giudiziarie (tra cui il caso Mastella), non risparmiando nessuno e affrescando i singoli episodi con nutrite gags e taglienti calembours. Ne è uscita “una visione al vetriolo della politica”, quella che del resto sta inquietando tuttora la gente, chiamata al voto nelle giornate del 13 e 14 aprile.
L’uditorio è rimasto preso dalla lucida e sottile ironia, dalla singolare capacità di Travaglio di sviscerare i fatti, noti e meno noti, e soprattutto dalla possibilità di sentire un’altra campana, che non sia quella dei diretti interessati o dei responsabili degli scandali. Sono stati messi sotto i riflettori furbi, furbastri e “furbettini” del sistema, in un libro di 914 pagine filate, dense di fatti e di personaggi, di indagini e di documenti, esaminati e passati al vaglio. C’è materiale sufficiente per toccare con mano, rilevare, interpretare e rendersi personalmente conto.

 

“C’è qualcuno che ride”
di Luigi Pirandello

Luigi Pirandello, con i fratelliDa che mondo è mondo, la satira politica non ha mai risparmiato niente e nessuno. La satira giornalistica talora è graffiante, talaltra ammiccante, è professionale e quasi scientifica,  anche se si consuma nella contingenza del momento. Ma assai spesso non si va a fondo, i fatti e le responsabilità restano nel limbo e i fatti vengono utilizzati ad usum delphini. La satira letteraria o saggistica, viceversa, viene sviluppata secondo canoni e modi del tutto diversi, perché il racconto, il romanzo, il pamphlet polemico o il singolo saggio, nella visione degli autori sono generi destinati a vivere e a perpetuarsi.
La satira principalmente vuol colpire e persuadere l’uditorio, che viene stimolato a recepire attraverso il taglio espressivo fondato sull’ironia polemica, mediante l’invettiva, l’aggressione violenta, i doppi sensi ecc. La satira umoristica, invece, si attua con una velata, sottintesa gradazione, che va da un temperato grottesco sarcasmo a un sorriso appena accennato, che si ammanta d’inquieta e pensosa amarezza. Un esempio di questo genere ce lo fornisce Luigi Pirandello nella novella “C’è qualcuno che ride”.  La novella fu pubblicata per la prima volta dal Corriere della  Sera il 7 novembre del 1934 e poi fece parte della raccolta “Una giornata” pubblicata postuma da Mondadori nel 1937.
Per darne la spiegazione, però, bisogna fare un piccolo passo indietro e risalire al 1924, data in cui lo scrittore diede a sorpresa la sua adesione al partito fascista con un telegramma diretto a  Mussolini in persona. Fu un’adesione eclatante imposta? Non lo sapremo mai. Certo Pirandello con la sua arte non poteva ritenersi funzionale al fascismo, anzi lo contraddiceva alquanto (così come d’altronde continuò ad avvenire con la poetica successiva). Potè trattarsi anche di un’illusoria e ingenua convinzione formatasi in Pirandello, alla stregua del filosofo Fichte, sul fatto che un uomo forte potesse cambiare l’individuo e la sua etica. Comunque, a riprova che non si fosse trattato di una sostanziale adesione ideologica sta il fatto che Mussolini e il fascismo non furono tanto teneri con Pirandello e neanche prodighi con il Teatro dell’arte da lui creato, il quale fu invece sempre vessato da tasse e imposizioni disparate, alle quali lo scrittore dovette sobbarcarsi con grandi sacrifici. Il duce tentò persino di opporsi al conferimento del Premio Nobel a Pirandello, mostrando sfacciatamente  di preferirgli D’Annunzio, ma dovette ingoiare il rospo. E’ ben noto inoltre che Mussolini il 24 marzo del 1934, data in cui si rappresentava all’Opera di Roma “La favola del figlio cambiato”, avesse lasciato lo spettacolo, dopo il primo atto, uscendosene visibilmente contrariato. Alla fine, la commedia fu contestata da una artata claque di fascisti e il duce ne “approfittò” per vietarne le repliche, perché il fascismo, “petestuosamente”, intravide nel re da burla della Favola (il rex stultorum delle feste carnascialesche di Bachtin) la controfigura di Hitler o di Vittorio Emanuele III. Però, la prima assoluta dell’opera, avvenuta  senza alcun problema nel gennaio del ’34 proprio in Germania, a Braunscheweug, lascia opinare che si sia trattato di un autentico boicottaggio inscenato contro Pirandello, già premio Nobel “in pectore” e “reo” di non voler piegare il suo “intelletto” al regime. Una testimonianza di Indro Montanelli getta chiara luce sul rapporto di Pirandello con il fascismo. Il 17 marzo del 2001, nella sua “Stanza” del Corriere della Sera, ricordando di aver conosciuto Pirandello, presentatogli da Massimo Bontempelli pochi mesi prima che lo scrittore morisse, Montanelli riportò un giudizio lapidario del premio Nobel sul fascismo, con una perentoria risposta a un suo quesito su come mai il fascismo fosse riuscito a sopravvivere così a lungo:

Semplicissimo, ragazzo mio: questo regime è un tubo vuoto, che ognuno può riempire di ciò che più gli aggrada. I vecchi conservatoti ci vedono il ripristino dello Stato, i nazionalisti il culto della patria, i liberali l’ordine, i socialisti la corporazione, gli intellettuali la feluca e lo spadino dell’accademico, o alla  peggio il sussidio del Minculpop… Un simile regime, chi può aver interesse a buttarlo giù?”

Il testamento dello scrittore, che stabiliva che fosse portato all’ultima dimora senza accompagnamento di familiari e amici, in una cassa e in un carro dei poveri, impedì al regime di celebrare onoranze funebri solenni. Mussolini si vendicò mandando in esilio a Venezia Massimo Bontempelli che osò commemorare Pirandello ufficialmente nell’Accademia d’Italia, della quale il Premio Nobel faceva parte.
Luigi PirandelloNella raccolta poetica “Fuori di chiave” si ricava una sorta di premonizione pirandelliana, quasi inquietante, dell’acquisizione di una “tessera” sciagurata, che arieggia come preveggenza quella del 1924 del partito fascista:


Affondai la man tremante

in quel cavo enorme, oscuro,

e la sorte mia pescai;

poscia entrai… Ne ho visto tante,

che oramai più non mi curo

di saper qual male mai

rechi la  mia tessera.

 Un rapporto, invero, non idilliaco con un regime avaro e restio. La caratura intellettuale, le tematiche e l’ideologia di Pirandello non potevano essere imbrigliate in un qualsivoglia movimento e nella prassi nuocevano al fascismo, che avrebbe desiderato una cultura gregaria e sottomessa. Pirandello, quando seppe in anticipo di essere stato scrutinato favorevolmente per il premio Nobel, appena due giorni prima di riceverne la comunicazione, consumò la sua vendetta personale, pubblicando la novella satirica contro il regime “C’è qualcuno che ride”: racconto di sottile e sfumata parodia della dittatura, della sua censura, del conformismo, del lavaggio del cervello, della prevaricazione.

"Serpeggia una voce in mezzo alla riunione:

          C’è qualcuno che ride.

Qua , là, dove la voce arriva, è come se si drizzi una vipera, o un grillo springhi, o sprazzi uno specchio a ferir gli occhi a tradimento.

          Chi osa ridere?"

"La verità è che tutti questi invitati non sanno la ragione dell’invito. E’ sonato in città come l’appello a un’adunata."

A nessuno è lecito ridere, senza il consenso superiore, in un convegno ufficiale.

"Suscita un fierissimo sdegno, e proprio perché tutti sono in quest’animo; sdegno come per un’offesa personale, che si possa avere il coraggio di ridere apertamente… Se uno si mette a ridere e gli altri seguono l’esempio, se tutto quest’incubo frana d’improvviso in una risata generale, addio ogni cosa!"

E allora bisogna trovare il responsabile che potrebbe fomentare gli altri, metterlo con le spalle al muro.

"Ma c’è veramente questo qualcuno che seguita a ridere, nonostante la voce che serpeggia da un pezzo in mezzo alla riunione? Chi è? Dov’è?  Bisogna dargli la caccia, afferrarlo per il petto, sbatterlo al muro, e, tutti coi pugni protesi, domandargli perché ride e di chi ride."

Si sparge la voce: i responsabili sono tre, un padre e due figli. I “maggiorenti” si riuniscono in una sala appartata e decidono di intervenire, mettendosi a capo di tutta la folla che stringe i tre “trasgressori” che siedono in un divano.

"Appena sono davanti al divano, una enorme sardonica risata di tutta la folla degli invitati scoppia fracassante e rimbomba orribile più volte nella sala."

E’ la risata del conformismo, suscitata dai “tre maggiorenti” che si oppone alla risata “libera” dei “tre trasgressori”.
Il sentimento del contrario e le maschere pirandelliane sono evidenti. E come si evince dal bel quadro del maestro Vincenzo Sciamè, che ha saputo artisticamente rappresentare la maschera del sorriso e, nel suo stesso rovescio, quella del pianto, il dramma suscitato nella gente comune dalla apologia del fascismo (mangia e taci, obbedire e credere) con esasperante ed esasperata pazzia di tirannia autocratica è il tema focale della esemplare descrizione pirandelliana. Non una esilarante risata, quindi, ma il grottesco, come tragedia preannunciata della seconda guerra mondiale e dello schieramento sciagurato a  fianco del nazismo.

Maschera nudaMaschera che piangePirandello si stava preparando a consumare in silenzio un’altra vendetta, riproponendo La favola del figlio cambiato nel corpo dei Giganti della Montagna, ma il suo disegno fu spezzato dalla morte e il mito rimase incompiuto. Anche se egli, morente, tracciò lucidamente al figlio il finale, non sappiamo cosa avrebbe riservato contro il fascismo e il nazismo. Certo un messaggio contro l’uccisione dell’arte da parte della cultura del tempo è persino evidente nei primi due atti de “I giganti”.

 

GIOVANNI ORCEL (1887 – 1920)
VITA E MORTE PER MAFIA
DI UN SINDACALISTA SICILIANO

Giovanni Orcel
"Panormus Conca Aura suos devorat, alios nutrit"

(Palermo Conca d’oro divora i suoi figli, nutre gli stranieri)
Iscrizione sul monumento al genio di Palermo

 

"U Signuri, quannu voli futtiri a unu u fa nasciri ‘m Palermu"
(Il Signore quando vuole fare male a qualcuno, lo fa nascere a Palermo)
Voce del popolo

Libreria Capalunga di Agrigento
Giovanni Abbagnato è un giornalista  de La Repubblica, attivamente impegnato nell’azione sociale, nel sindacato e nel movimento antimafia; ha curato in collaborazione diverse pubblicazioni sulla mafia (La mafia al Cantiere Navale, 1997; Solidarietà ad personam, 2005; Nonviolenza e mafia, 2005; Lettere al caro estortore, 2006). Con la ricostruzione del caso di Giovanni Orcel, assassinato dalla mafia nel 1920, Abbagnato “restituisce alla storia” la figura di un sindacalista dimenticato, un socialista protagonista delle lotte operaie nei Cantieri di Palermo, pervicace assertore del legame tra città e campagna, assieme a Nicolò Alongi, altro dirigente sindacale ucciso nel 1920 da mano mafiosa. Il teatro della vicenda è la Palermo dei Cantieri Navali, forte di un notevole movimento operaio metalmeccanico, che per la sua forza fece definire la città, la Torino del Sud. Ma in quel torno di tempo le forze borghesi, padronali e mafiose, avevano interesse a spezzare un sindacato che dava fastidio a causa delle pervicaci rivendicazioni salariali, sociali e civili da parte dei lavoratori, nonchè per la presa di coscienza del movimento che avrebbe potuto portare a un riassetto determinante del potere politico. Con l’opera “Giovanni Orcel”, Giovanni Abbagnato restituisce inoltre giustizia alla figura di un sindacalista di spicco e d’un uomo di sinistra di notevole spessore politico, dopo inquietanti e colpevoli decenni di silenzio.  Nella presentazione del libro presso la libreria Capalunga di Agrigento, Giovanni Abbagnato e Umberto Santino, fondatore quest’ultimo del Centro siciliano “Giuseppe Impastato” di Palermo, hanno tracciato, oltre la vicenda di Orcel, la lotta contro la mafia e il malaffare, l’impegno civile e la volontà di riscatto dell’isola, che oggi vengono condotti nell’ “altra” Palermo con molto coraggio, dai lavoratori, dai giovani e dalle forze dell’ordine, e da tutte le altre forze sane della regione.    

 

Autobiografia politica
di Francesco Renda

Autobiografia politica

“Con parenti ed amici ho parlato spesso di quel mio passato che ben sintetizza lo spirito che si visse in Sicilia negli anni in cui la riscossa contadina sgretolava il millenario latifondo e il relativo potere baronale. Nello scrivere la mia biografia politica ho cercato il senso della mia vita: nato e cresciuto nel mondo contadino, sono poi divenuto testimone partecipe e dirigente della sua riscossa”

Francesco Renda, professore emerito di Storia Moderna presso l’Università di Palermo, in questo suo libro autobiografico e politico, si storicizza e storicizza la sua attività, raccontando con una visione, per così dire esterna,  il suo magistero di dirigente politico (PCI) e sindacale, filtrato attraverso  gli avvenimenti che hanno caratterizzato i fatti politici più importanti dell’isola, dal dopoguerra ad oggi. Il vissuto personale di Renda diventa storia e la storia dell’isola diventa vissuto personale, in un’osmosi singolare, interessante e coinvolgente, perché Renda, quale storico conclamato, non è immune da critiche e da sottolineature polemiche, sempre condotte da un’angolatura obiettiva. Non mancano i preziosi e corposi riferimenti ai precedenti,  dal Risorgimento alla seconda guerra mondiale, con una lucida, approfondita e graffiante analisi critica delle cause e delle concause degli avvenimenti politici, economici e sociali più salienti dell’Isola.
Non mancano inoltre i rimandi alla letteratura, in particolare a quella del Gattopardo, ritenuta dall’autore opera fondamentale per capire il trapasso di potere nel periodo risorgimentale, che impregnò anche  I vecchi  e i giovani di Pirandello e avrebbero avuto refluenze sul fenomeno dei Fasci siciliani dei lavoratori e della repressione crispina. 
Un richiamo importante appare quello relativo a Leonardo Sciascia, in rapporto affettuoso con Renda, che favorì l’incontro del Maestro di Regalpetra con Occhetto , il quale chiese allo scrittore la sua collaborazione alla rivista Quaderni Siciliani. La collaborazione si annunciò proficua, ma s’interruppe presto, perché lo scrittore era assai incisivo e suscitò la replica di Gerardo Chiaramonte, cui seguì una controreplica di Sciascia, con il risultato dell’instaurarsi di una sorta di guerra fredda tra PCI e Sciascia. Sciascia, invece, fece ingresso in Parlamento, ad opera dei radicali, mentre era entrato nel consiglio comunale di Palermo come indipendente di sinistra del PCI. Una spiacevole querelle con Enrico Berlinguer, culminata con una denuncia di diffamazione di quest’ultimo, tagliò definitivamente i ponti tra il PCI e lo scrittore.
Autobiografia politica
Ma non mancano, nel libro, altre interessanti tematiche di spessore nazionale ed internazionale, come hanno sottolineato in sede di presentazione dell’opera, il Viceministro alle Infrastrutture Angelo Capodicasa e il filosofo Maurizio Iacono, Preside della Facoltà di filosofia dell’Università di Pisa: in sintesi le ragioni storiche della teoria del centralismo democratico del PCI e del suo superamento, la visione del socialismo reale e del socialismo dal volto umano, le problematiche dell’autonomia siciliana in rapporto alla politica complessiva del Paese. Francesco Renda si conferma, anche in quest’opera autobiografica, uno storico di razza, in grado di passare al setaccio, con pertinenza e competenza, due secoli di storia siciliana, invitando perciò alla lettura dei suoi due testi fondamentali “Storia della Sicilia dal 1860 al 1970” in tre volumi, nonché “Storia della Sicilia dalle origini ai nostri giorni”, del pari in tre volumi.  
 


LIBRI E CULTURA ITALIANA
AD EDIMBURGO E SAINT ANDREWS

Università di Saint AndrewUniversità di Saint Andrew

Libro presentato ad EdimburgoL’italianistica non è una fede né una filosofia, ma è un metodo, un approccio nello studio della letteratura italiana, che spesso dichiarato morto e sepolto, riparte con nuova linfa sulla scorta dell’analisi dei testi, più che fondarsi sulla storia letteraria. La scelta di campo non può essere rinviata sine die, la scuola e l’Università devono attrezzarsi. La storia letteraria è fin troppo lunga perché si possa continuare ad insegnarla tutta dalle origini ai nostri giorni, mentre c’è l’esigenza dello studio delle altre letterature, perché ci muoviamo in contesti globalizzati e in un sistema di vasi comunicanti che interferiscono. E allora siamo chiamati a  non ragionare più in termini lineari e cronologici: la letteratura postmoderna è un contenitore amplissimo, che ingloba culture e letterature passate e presenti, che s’intersecano e si richiamano. Per capirne il senso non si può procedere con le forme, le periodizzazioni, gli stili o le etichette. Bisogna partire dai testi, confrontarli e compararli con altri testi, senza distinzione tra ciò che è estetico e ciò che non lo è. Il postmoderno non ha canoni, perché ha tanti canoni, proprio come diceva Pirandello: uno, nessuno, centomila. Studiare, ad esempio, Pirandello non ha più senso, se le sue opere vengono collocate in un preciso momento, nel tempo e nello spazio, in un preciso contesto storico. Conoscerne invece il pensiero, riproiettandolo nel presente e valutandolo in un’ottica postmoderna, è questa la didattica più valida per renderlo attuale e vivo e farlo capire.
Sulla scorta di tali principi, viene sviluppata la progettualità della cultura letteraria italiana in Scozia, da parte delle Università di Edimburgo e di Saint Andrews, in collaborazione  con l’Istituto Italiano di Cultura  di Edimburgo.

Edimburgo, Istituto italiano di culturaNel mese di dicembre 2007 è stato presentato ad Edimburgo il libro “Vested Voices II – Creating with Tranvestitism: from Bertolucci to Boccaccio”, un testo d’alto spessore accademico a più mani, che abbraccia tanti grandi autori italiani, studiati e filtrati in chiave post-moderna, attraverso l’analisi dei testi e mediante approfondimenti sociologico-culturali. Saggi scritti, parte in italiano e parte in inglese, sulle tematiche della creazione e del travestimento letterario in autori di rilievo assoluto: Balestrini, Calvino, Pavese, Elsa Morante, Manzoni, Verga, Gadda, Tebaldeo, Petrarca, Boccaccio.
Remo CeseraniRemo Ceserani, professore emerito di letteratura comparatistica all’Università di Bologna, che tiene un suggestivo corso di letteratura italiana sul postmoderno, in relazione anche al postmoderno impostosi in letterature di altre nazioni capitalistiche, ha dissertato in inglese sul tema “Disguise and travesty in Ariosto” (Finzione e travestimento in Ariosto) e ha dato luogo a una bella tavola rotonda con tutti gli autori del libro presentato. Ne è nata una discussione davvero interessante, per la profondità dei temi affrontati. Educare alla modernità è il concetto base del discorso di Remo Ceserani; e secondo lui questo non può avvenire se non si leggono le opere e i testi, in chiave postmoderna, perché la nostra epoca è caratterizzata dall’essere l’epoca di tutti gli stili e quindi di nessuno stile.
Nell’opera non vanno osservate soltanto l’impronta formale, stilistica, estetica, ma ilLudovico Ariosto significato di quello che di sé e del mondo l’artista dice, a volte nascosto da finzioni e travestimenti. Una concezione convincente, quella di Remo Ceserani, dimostrata con l’analisi dei testi dell’Ariosto. Una disamina la sua approfondita dalla lettura e dalla spiegazione dei testi che dimostrano, ad esempio, come in Bradamante dell’Orlando Furioso vi sia l’Ariosto stesso al femminile.

 
“La donna, cominciando a disarmarsi,
s’avea lo scudo e dipoi l’elmo tratto;
quando una cuffia d’oro, in che celarsi
soleano i capei lunghi e star di piatto,
uscì con l’elmo; onde caderon sparsi
giù per le spalle, e la scopriro a un tratto
e la feron conoscer per donzella,
non men che fiera in arme, in viso bella.
Quale al cader de le cortine suole
parer fra mille lampade la scena,
d’archi e di più d’una superba mole,
d’oro e di statue e di pitture piena;
o come suol fuor de la nube il sole
scoprir la faccia limpida e serena:
così, l’elmo levandosi dal viso,
mostrò la donna aprisse il paradiso”

Cesare Pavese Possiamo anche menzionare, al riguardo, l’esempio più moderno di Cesare Pavese, come afferma in Vested Voices II, la prof. Rossella Riccobono, docente d’Italiano, di narrativa e cinema all’Università di Saint Andrew. Nel saggio “Vestirsi, svestirsi, travestirsi: arte e gioco della voce pavesiana” la docente affronta la  tematica ex professo:

"La bella estate (1940), Cesare Pavese si traveste. Fenomeno eclatante nella scrittura di un autore che apertamente si dichiara da sempre misogino. E non è nemmeno la prima volta, né l’ultima. Esiste infatti un intero filone di scrittura pavesiana al femminile."

"Tre donne sole (1949): e Pavese si ritraveste, ma questa è l’ultima volta, il che sembra essere già preannunciato dal suicidio più volte tentato e poi riuscito di una delle amiche, ancora una volta un’esclusa, l’adolescente Rosetta…"

Poi, ad ulteriore riprova, viene citata la poesia censurata e pubblicata per la prima volta da Italo Calvino nel 1962 Pensieri di Dina (23 e 24 marzo 1933), di cui citiamo i versi più rappresentativi:

"E’ un piacere distendersi nuda sull’erba già calda
e cercare con gli occhi socchiusi le grandi colline
che sormontano i pioppi e mi vedono nuda
e nessuno di là se ne accorge. Quel vecchio in mutande
e cappello, che andava a pescare, mi ha vista tuffarmi,
ma ha creduto che fossi un ragazzo e nemmeno ha parlato."

Copertina in rumeno de LIl tema dell’esclusione come travestimento arieggia anche in Luigi Pirandello nel personaggio di Marta Ajala del romanzo L’esclusa. Pirandello trovò il titolo giusto dell’opera, proprio nel momento in cui s’era sentito escluso dal mondo letterario, a causa delle enormi difficoltà di pubblicare il romanzo. Sembra evidente che il disgusto di Marta Ajala per il suo corpo, che echeggia anche nell’Erma bifronte (“questa forma qui”) implicitamente riconosce il travestimento. Marta con impeto maschile risponde all’accusa del collega Falcone che aveva affermato improvvidamente che la donna è per sua natura conservatrice:

"-Conservatrice? Per me, ferro e fuoco."

Ma anche in Suo marito, nel personaggio tormentato di Silvia Roncella, più che Grazia Deledda, s’intravede lo stesso autore che si esilia confinandosi nel mondo dell’arte, finendo per rendere verosimile l’adombramento un caso di travestimento.

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