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LA CINA E’ VICINA

Simbolo dei giochi olimpiciTibet freeLa fiaccola di Pechino



La fiaccola olimpica sta facendo il giro dei cinque continenti, ma le polemiche, le contestazioni e le prese di posizione sulle Olimpiadi  di Pechino non cessano; anzi aumentano dietro l’impulso delle notizie drammatiche che continuano a pervenire dal Tibet. Certamente la fiaccola viene svilita nel suo significato originario, mentre l’opportunità di boicottare i giochi di Pechino acquistano consistenza.

 

 EMPEDOCLE, OLIMPIONICO DELL’ANTICHITA’

 
Lo spirito pacifico dei giochi sportivi, visti come insopprimibile fratellanza tra i popoli,   risale alle origini delle città-stato della Grecia e trova antecedenti già nell’uomo delle caverne.

Grotte dellOlimpia Tutti i greci, con spirito unitario nazionale, si fermavano ogni quattro anni, cessavano anche le guerre, per onorare Giove nella città di Olimpia. La tradizione risale ad Ifito e Licurgo nell’880 a. C. e, considerata la importanza, dal 776 le Olimpiadi divennero la base della cronologia antica, sino al 4° secolo d.C. I giochi si aprivano con cerimonie religiose e con sacrifici,  e gli atleti partecipanti giuravano davanti a Giove di comportarsi con onore: il loro premio era una corona intrecciata coi rami di un sacro ulivo selvatico.

Giove Olimpico, statua di Fidia

Copia del Discobolo di Mirone

Seguivano, dopo le premiazioni, sontuosi banchetti, allietati da suoni e danze, nonché da declamazioni da parte di poeti.





L’antica Akragas (Agrigento) aveva forti tradizioni olimpioniche e partecipò sempre ai giochi, portando varie volte alla vittoria i suoi atleti.

Agrigento, Cratere a figure rosseNumismatica agrigentina

Numismatica agrigentina
Pindaro cantò nei suoi inni le gesta sportive dei protagonisti dei giochi, e, tra gli altri, celebrò  il tiranno di Akragas, Terone, vincitore ad Olimpia nella corsa dei cavalli.

 

“Agrigento

è la meta, e diremo alte

con cuore sincero parole giurate:

non partorì in un secolo questa città

uomo di pensieri premurosi,

di mano munifica verso gli amici

più di Terone”

 

“Ai Tindaridi ospitali e a Elena,

bella di riccioli, voglio

piacere,  onorando Agrigento famosa

ed ergendo per Terone ad inno

olimpionico il fiore di cavalli

dai piedi instancabili. Certo per questo la Musa

mi fu vicina, e trovavo un modo brillante,

un accordo nuovo di voce festosa e di ritmo

dorico. Ora da me le ghirlande

annodate alla chioma

reclamano un debito eretto dal dio:

che io fonda in giusta misura il vario

tono di cetra e clamore di flauti e una

trama di voci per il figlio di Enesidemo”

 Anche Simonide di Ceo (morto ad Agrigento) e il nipote Bacchilide celebrarono con inni ufficiali i vincitori di Olimpia, sia pure con accenti diversi di quelli di Pindaro.
Empedocle di AgrigentoEmpedocle non fu soltanto un grande filosofo della natura, medico, biologo, ingegnere, oratore e retore, ma partecipò anche e si distinse ai giochi di Olimpia , come afferma  Satiro nelle Vite: vinse con il celete, così come il nonno Empedocle il vecchio, prima di lui, e il padre Metone. Favorino  nelle Memorie ricorda che in quell’occasione, Empedocle avesse festeggiato offrendo un grande bue di miele e farina. Proprio relativamente a quell’Olimpiade, si tramanda che il rapsodo Cleomene abbia recitato di Empedocle  il poema, Le purificazioni, e pare che il pubblico ne sia  uscito commosso, tributandogli il massimo riconoscimento. Empedocle, inoltre, fu un grande democratico e, pur appartenendo ad una famiglia aristocratica, lottò a favore dei diseredati. Coerente negli atteggiamenti, quando gli fu offerta la corona reale, vi rinunciò, insediando un governo di mille persone. Ma ciò non riuscì a salvarlo dalla reazione dell’oligarchia di Akragas, che lo fece condannare all’esilio.
Le fonti – Diogene Laerzio in particolare- evidenziano dubbi intorno alla sua morte, avvenuta con la caduta, per suicidio  rituale o per imprudenza, in un cratere dell’Etna, oppure dovuta alla caduta dal suo cocchio, o in ultima analisi per vecchiaia nel Peloponneso, dove s’era ritirato in esilio.   

Filosofia greca 
CINA E OCCIDENTE

La muraglia cineseL’impenetrabilità del mondo cinese può essere rappresentata, fino a un momento dato  della storia, dalla grande muraglia cinese, la più imponente opera in muratura mai costruita dagli uomini, lunga 3.500 chilometri. Ad essa lavorò un terzo della popolazione del celeste Impero. Scopo ne fu la costituzione di un baluardo per impedire l’invasione dei barbari, anche se in verità a ciò valse poco.  Ma voleva costituire anche un confine netto con le popolazioni, diverse per mentalità  e tradizioni, che si trovavano ai confini: la Cina insomma ci teneva a rimanere separata dall’Occidente.

Marco PoloLo stesso Marco Polo, nel Milione, parla della  Cina (Katai) come un mondo fiabesco, lontano anni-luce da quello occidentale.

“Quando l’uomo si parte di questa provincia ch’i’ v’ò contato, l’uomo discende per una grande china, ch’è bene due giornate e mezzo pur a china. E in quelle 2 giornate (e mezzo) no àe cosa da contare, salvo che v’à una grande piazza, ove si fa certa fiera certi dí de l’anno. E quine vegnono molti mercatanti, che recano oro e ariento e altre mercatantie assai, ed è grandissima fiera”

 Vi è la possibilità di commerciare, ma il modo di vivere e le tradizioni rimangono impenetrabili, off limits.  Anche del Tibet Polo rivendica l’autonomia rispetto alla Cina.

“Tebet è una grandissima provincia, e ànno loro linguaggio; e sono idoli e confinano co li Mangi e co molte altre province. Egli sono molti grandi ladroni. E è sí grande, che v’à bene 8 reami grandi, e grandissima quantità di città e di castella. E v’à in molti luoghi fiumi e laghi e montagne ove si truova l’oro di paglieola in grande quantità. E in questa provincia s’espande lo coraglio, e èvi molto caro, però ch’egli lo pongono al collo di loro femine e de’ loro idoli, e ànnolo per grande gioia. E ‘n questa provincia à giambellotti assai e drappi d’oro e di seta; e quivi nasce molte spezie che mai non furo vedute in queste contrade. E ànno li piú savi incantatori e astrologi che siano in quello paese

Bertrand RussellQuesta diversa mentalità tra mondo occidentale e mondo orientale si è mantenuta per millenni, e viene evidenziata dal filosofo inglese Bertrand Russell, in The problem of China nochè in Sceptical Essays, ritenendo che più che nell’Occidente turbolento, in Cina si potesse trovare grande tolleranza e la pace contemplativa della mente. Siamo già negli anni venti del XX secolo. Tuttavia Russell conclude quasi profeticamente:

“Se tutto il mondo fosse come la Cina, tutto il mondo potrebbe essere felice, ma, finchè gli altri saranno guerreschi ed energici, i cinesi, ora che non sono più isolati, saranno costretti a copiare, entro certi limiti, i nostri vizi se vorranno conservare la loro indipendenza nazionale. Ma non c’illudiamo che questa imitazione sia un perfezionamento” 

La Cina aveva – e continua ad avere – alle spalle, rispetto all’Europa e all’Occidente intero, il taoismo, il buddismo, e soprattutto il confucianesimo, che tra di loro  non confliggevano e della vita davano una visione meno esasperata. I governatori cinesi preferivano le massime confuciane sul dominio di sé, sulla benevolenza e sulla cortesia, unite a una grande insistenza sul bene che può essere fatto da un governo saggio; mentre la morale occidentale era quella del successo materiale ottenuto per mezzo della lotta, sia per le nazioni quanto per gli individui. Tuttavia, come aveva previsto bene Russell, l’esigenza della Cina era quella di scrollarsi di dosso l’isolamento e di entrare nel novero delle grandi potenze.

 

DAL NAZIONALISMO AL COMUNISMO

 
La Cina era il grande malato dell’Estremo Oriente. Fin dai Trattati di Nanchino del 1842 (guerra  anglo cinese, dell’oppio), del Tientsin del 1861 (guerra anglo-francese-cinese),  di Shimoneseki del  1895 (guerra cino-giapponese), nonché dalla spedizione internazionale del 1900, che aveva sedato la rivolta dei Boxers, l’Occidente  aveva l’interesse a non curarne la condizione di bisogno e di minorità in cui si trovava, preferendo fare dell’antico impero un grande fruttuoso mercato.  
Estromesso il governo imperiale, il Kuo Min Tang, partito nazionalista creato da Sun Yat-sen (primo presidente della Repubblica cinese, 1912), nel quale s’era imposto il generale Chiang Kai-shek, cercò di spezzare questa dipendenza dall’occidente, collaborando inizialmente con il partito comunista, fondato nel 1921 a Shanghai. I comunisti, tra i quali Mao Tse-tung e Chou En-lai, ottennero per questo posti di responsabilità nel governo. Ma ciò non impedì che scoppiasse la guerra civile e Mao Tse-tung, che nel frattempo aveva assunto la leadership, portò i comunisti, dopo una lunga e durissima marcia attraverso tutta la Cina, nello Shanhsi settentrionale, dove aveva più facilità di resistenza. Ma la guerra cino-giapponese del 1937 consigliò le due fazioni a lottare il nemico comune. Alla fine del secondo conflitto mondiale, che vide il Giappone tra gli sconfitti e la Cina tra i vincitori grazie all’accordo di Chiang Kai-shek con la Russia, si riproposero le questioni tra i due partiti, rimaste sopite a causa della guerra. Questa volta, i comunisti erano più forti e, malgrado gli aiuti degli Stati Uniti al Kuo Min Tang, Mao ebbe il sopravvento, divenendo (1° ottobre 1949) il Presidente del Governo popolare della Repubblica  popolare cinese.. La Cina, sia pure in posizione di parità e d’indipendenza, si allineava alle posizioni dell’URSS e si poneva contro gli occidentali in Estremo Oriente. Nel 1950 le truppe cinesi entravano prepotentemente in Tibet, mentre il quindicenne Dalai Lama abbandonava Lhasa.

Il Dalai LamaDopo lunghe trattative il Tibet accettò la sovranità della Cina, con l’impegno della garanzia dell’autonomia e con truppe militari cinesi a presidio.

 

LA RIVOLUZIONE CULTURALE
E IL LIBRETTO ROSSO

Nato da famiglia contadina, Mao Tse-tung non poteva non perseguire gli interessi della sua classe contro la borghesia terriera. Il suo obiettivo fu quello di favorire il grande balzo della economia agraria, per favorire la commercializzazione dei prodotti agricoli con l’Unione Sovietica, in cambio di prodotti industriali e di tecnologia. In politica estera, la Cina di Mao avversava l’imperialismo occidentale e degli Stati Uniti. La politica economica fu giudicata fallimentare e Mao rischiò di essere scavalcato a sinistra da Liu.
Il libretto rosso di MaoPerò l’inossidabile Mao nel 1966 lanciò la rivoluzione culturale, scavalcando a sua volta la gerarchia comunista, con la costituzione delle famose Guardie Rosse: gruppi di giovani, che avevano anche poteri di giudicare. Tutto il patrimonio culturale, giudicato “borghese” dalle Guardie Rosse, compresi importanti monumenti e opere d’arte, fu distrutto e i dissidenti vennnero imprigionati. Il Libretto Rosso con le citazioni di Mao divenne il vangelo del nuovo maoismo e permise al presidente di governare fino alla fine dei suoi giorni.
La propaganda del comunismo cinese fece larghissima presa sugli studenti occidentali delle generazioni degli anni ’60 e ’70, per i quali le citazioni di Mao assumevano valore dirompente, al di là anche di una sorta di popolare ingenuità e dell’impraticabilità di taluni assunti filosofico-ideologici, peraltro non originali.
Parise a Pechino

Anche su numerosi intellettuali, il Libretto Rosso di Mao esercitò un certo fascino, come ad esempio su Renato Guttuso, che dipinse lo scrittore Goffredo Parise, inviato del Corriere della Sera in Cina, ritraendolo in visita alla fabbrica dei libretti rossi.



La cina è vicinaNel 1967, Marco Bellocchio ricavava da un suo soggetto unMarco Bellocchio film dal titolo suggestivo “La Cina è vicina”.  E’ la storia di un maestro di scuola, che, tentando la scalata politica, deve cimentarsi nella ibrida relazione con una donna, che si è data a lui per ripicca al fidanzato. Il fidanzato, factotum del maestro, per opportunismo intreccia un rapporto con la sorella di costui. Le due relazioni si concluderanno con due matrimoni e due annunci di nascite. Il fratello minore del maestro, protagonista da cui nasce la storia della contestazione giovanile, è un giovane studente ribelle e idealista. Studente in un collegio di preti, acceso sostenitore d’idee estremiste, va scrivendo a destra e a manca lo slogan “La Cina  è vicina” e sabota il comizio finale del fratello, sguinzagliando una muta di cani e di gatti.
La Cina è vicina


Le tematiche sono evidenti: la velleitaria contestazione giovanile, l’ipocrisia borghese, l’illusione di un riformismo che diventa trasformismo,  le stanchezze sordide dell’ambiente di provincia.

A distanza di anni, questo film ci spiega quale presa effimera ebbe sui giovani il maoismo: se ne sentirono coinvolti, ma ne rimasero alla lunga delusi. Furono quelli gli anni del Movimento studentesco, precedettero però la caduta delle ideologie, fenomeno che trovò spiazzati un po’ tutti.

 




LA CINA DI OGGI

All’indomani della morte di Mao (1976) il processo di modernizzazione della Cina non fu immediato. Le nuove idee venivano a scontrarsi con le gerarchie del partito e ogni fermento giovanile era stroncato sul nascere.

Pechino, piazza TiananmenE’ il caso del massacro di studenti di piazza Tiananmen del 1989 a Pechino, proprio nell’anno in cui il quattordicesimo Dalai  Lama, Tenzin Gyatso, fu  insignito del Premio Nobel per la pace. Il Dalai Lama riconobbe inoltre l’undicesima reincarnazione del Panchen Lama, una delle più alte personalità religiose tibetane, nel bambino Choekyi Nyima. Subito dopo il bambino, assieme ai genitori, fu prelevato dalle autorità cinesi, e da allora di lui non si sa più niente. In una Cina, che ancora rimane tabù per l’occidente, i diritti umani, la libertà di pensiero e di espressione sono ancora tutt’altro che riconosciuti. Degli stati al mondo, la Cina è quella con più esecuzioni capitali. La pena di morte, peraltro, è applicata anche per taluni reati fiscali o per delitti non violenti. Anche a livello internazionale la Cina esercita un controllo pesante nel Sud Est asiatico: in Birmania sostiene un governo dittatoriale, che ha represso nel sangue la ribellione pacifica dei monaci buddisti. In Tibet da oltre 50 anni il governo cinese si è macchiata di torti e di violenze inaudite nei confronti del popolo inerme.  Nel mese scorso, la rivolta dei monaci è stata stroncata con la forza, sfociando nel sangue. Sono all’ordine del giorno violenze e negazione dei più elementari diritti umani. E tutto ciò mentre la locomotiva cinese continua a marciare a vele spiegate in campo economico e avvicina la Cina ai modelli capitalistici e di mercato occidentali, avviandosi a diventare la prima potenza del mondo, riconosciuta e convalidata dagli interessi prettamente economici dei potenti della terra.
Dalai Lama e Daniel GolemanEcco perché le idee che vengono dal Tibet sono ideologicamente “pericolose” per il governo cinese. La dottrina professata dal Dalai Lama è quella di bilanciare il progresso scientifico  e materiale con il senso di responsabilità che deriva dalla crescita interiore. Il dialogo tra religione e scienza, secondo tale impostazione, può portare grande beneficio all’umanità. Uno degli obiettivi  centrali della pratica buddista, infatti,  è quello di ridurre  il potere delle emozioni distruttive sulla nostra esistenza. In un mondo come la Cina, ancora impregnato profondamente del senso della vita, sorge stridente il contrasto con un modello capitalistico sfrenato, non sentito e non destinato alla grande massa del popolo, ma di cui beneficiano cricche e lobby affaristico-borghesi, che si paludano sotto l’etichetta del socialismo.
E’ chiaro, quindi, che gli attuali giochi olimpici di Pechino rappresentano un grosso businnes economico-pubblicitario. Non a caso,
le maggiori agenzie di relazioni pubbliche americane e inglesi sono state contattate dal governo per poter gestire l’immagine internazionale della Cina. Ma non sarà un’operazione di cosmesi economica, pur di notevole consistenza, a poter rivalutare un’immagine deteriorata.
I giochi di Pechino non saranno ufficialmente boicottati, ma una possibilità di boicottaggio esiste per tutti. Basta non vedere le riprese televisive.

OSCURIAMO LE NOSTRE TV, OSCURIAMO I GIOCHI DI PECHINO.  

 

IL LIBRETTO ROSSO
DI LUIGI PIRANDELLO

Luigi PirandelloNon si sa per quale motivo le citazioni di Mao Tse-Tung furono edite come Il libretto rosso.
Ma è strana la coincidenza del titolo con quello di una novella pirandelliana, chiamata dallo scrittore Il libretto rosso.
Il libretto di Pirandello permette alle famiglie povere, prive di mezzi per vivere, di sognare, così come il libretto di Mao nutriva e faceva sognare la mente di generazioni di giovani – anche se poi si sarebbe rivelato un’autentica illusione.
La morte dei bambini diventa nella novella pirandelliana un espediente di vita, un modo di campare, perché le donne con il loro latte possono fare da balie ai trovatelli dell’ospizio, in cambio di un tot al mese.

“Ma quelli che muojono in fasce ajutano a crescere e a prendere stato quei tre o quattro, non si sa se più fortunati o sfortunati; chè ogni donna, subito dopo la morte d’uno di quei figliuoli, corre all’ospizio dei trovatelli e se ne prende uno, con la scorta d’un libretto rosso, che vale per parecchi anni trenta lire al mese”

Il libretto “provvidenziale” permette di sposare le ragazze da marito.

“Tutti i mercanti di tele e di altre stoffe sono a Nisia Maltesi… fanno a Nisia affaroni: fanno incetta di quei libretti rossi; danno per ciascun libretto duecento lire di roba: un corredo da sposa. Le ragazze a Nisia si maritano tutte così, coi libretti dei trovatelli, a cui le mamme in compenso dovrebbero dare il latte”

Marenga Rosa De Nicolao è la più famosa in municipio: da più di vent’anni nutre l’usura dei maltesi con quei libretti rossi, tanto che è ridotta male e non si sa se l’ultimo trovatello riuscirà a sostenerlo. Ma lei ne è convinta, perché dall’ultimo libretto uscirà il corredo per la figlia Tuzza. Non trovandosi Maltesi ben disposti a rischiare, bisogna contentarsi dell’offerta di centoquaranta lire di corredo, prendere o lasciare. Ma Tuzza accetta ad occhi chiusi, i soldi basteranno. E la madre e i due fidanzati, soddisfatti dell’accordo, escono a passeggiare al chiaro di luna. Ma al ritorno la sorpresa.

“Che disgrazia! che disgrazia!  La fune s’è strappata, chi sa come! S’è strappata, e il bimbo è caduto dalla culla, ed è morto! L’hanno trovato morto, per terra, freddo e duro! Che disgrazia! che disgrazia!”

Ma Rosa Marenga non s’arrende, ha ancora del latte, lei. E, l’indomani, mentre il bambino morto viene composto nella bara, lei va in municipio per ottenere un altro trovatello.

“Tra gli urli di meraviglia e altri lazzi e altri fischi della folla, sopravviene raggiante e trionfante Rosa Marenga con in braccio un altro trovatello.
– Eccolo! eccolo! – grida, mostrandolo da lontano alla figlia che sorride tra le lagrime, mentre il carro funebre s’avvia lentamente al cimitero”

Vita e morte, realtà cruda: mai in Pirandello furono rappresentate con tale incisiva e lucida freddezza, come due facce della stessa medaglia.

 

 

 

 

 

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