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LA PRIMA CANDELINA
DEGLI AMICI DI PIRANDELLO,
SCIASCIA, EMPEDOCLE

Luigi PirandelloLeonardo SciasciaEmpedocle di Agrigento Oggi il blog compie un anno e mi piace riproporre, per ricordare l’evento, tre brani del primo lungo post dedicato a “I vecchi e i giovani”, cui seguiva il racconto “In famiglia”, che potrete trovare nell’ultima pagina, ove riteniate di leggerlo.
E’ stato un anno ricco d’impegno e di ricerche, coronati da risultati insperati (32.000 contatti, oltre 13.000 letture di profilo, migliaia di commenti), che m’invitano a proseguire lungo questo percorso di comunicazione. Ringrazio di cuore gli amici, tutti i visitatori e quanti mi hanno incoraggiato, seguendomi e sostenendomi con costanza.

  L’IRA DEL PROFESSORE PIRANDELLO
PER LA PUBBLICAZIONE DE “I VECCHI E I GIOVANI”

Quattro generazioniStrano, ma vero: il mediatore culturale del rapporto tra Luigi Pirandello e l’editore Rocco Carabba di Lanciano, per la pubblicazione del celeberrimo saggio “L’umorismo” (1908), fu il Preside Francesco Milano, chiamato a reggere, dal 1920 fino al 1922, il Liceo-Ginnasio Empedocle di Agrigento – allora Girgenti. Il preside Milano, originario d’Amalfi, e il Premio Nobel, allora professore del Regio Istituto Superiore del Magistero Femminile di Roma, s’erano conosciuti nel luglio del 1907 a Lanciano, dove, a seguito di nomina ministeriale, Pirandello era andato a presiedere la Commissione agli esami di stato presso il locale Regio Liceo-Ginnasio. Il preside Milano, valente studioso e critico letterario, durante le pause della commissione, presentò a Pirandello l’editore abruzzese Rocco Carabba, il quale portò lo scrittore in visita alla sua attrezzata casa editrice, che aveva messo su con un investimento di quattrocento lire nel lontano 1877. Nel 1880 il Carabba ebbe a stampare la raccolta di versi, d’intonazione carducciana, Primo vere di Gabriele d’Annunzio, garantito dall’acquisto diretto di 500 copie da parte del padre del poeta di Pescara. Furono pure 500 gli esemplari del saggio “L’umorismo” di Luigi Pirandello, che il Carabba stampò l’anno successivo a quello d’incontro con l’autore, grazie all’intermediazione del preside Milano. L’opera fu poi utile a Pirandello per presentarla nello stesso anno al concorso per titoli per diventare professore di ruolo. L’editore abruzzese aveva proposto inoltre allo scrittore la pubblicazione di una raccolta di racconti per l’infanzia, al prezzo di cento lire a novella. Pirandello ne inviò, tramite il preside Milano, una decina e Carabba ne trattenne quattro inviando un vaglia di quattrocento lire. Successivamente Pirandello chiese in restituzione le novelle, perché ritenute poco adatte per i ragazzi, e s’impegnò a trasmettere un libro di lettura Le mie vacanze. L’editore accettò, ma il libro non venne neanche iniziato: lo scrittore non ne ebbe il tempo, la voglia e la dimestichezza. Propose invece una raccolta di poesie Fuori di chiave, che per una serie d’incomprensioni non inviò mai, mentre poi mandò tramite il preside Milano una serie di novelle, che l’editore rifiutò perché edite dai giornali. Si andò avanti per anni a suon di comunicazioni interlocutorie per posta e alla fine Pirandello propose la pubblicazione del romanzo I vecchi e i giovani e si fece rilasciare dal suo editore ufficiale Treves, disponibile alla stampa, il nulla osta per concederlo all’editore Carabba. Treves inviò l’autorizzazione, ma Carabba non accettò: il romanzo – disse – era stato già pubblicato in riviste e lui aveva sempre ribadito che le opere da pubblicare dovevano essere, secondo la linea della casa editrice, assolutamente inedite. S’accese una disputa tra autore ed editore e tutte le proposte di Pirandello furono metodicamente rifiutate. Si arrivò così al marzo del 1911, quando il professore Pirandello, fuori dei gangheri, scrisse una lettera offensiva al Carabba, accusandolo di essere un incosciente, di capire di letteratura quanto un “cerinaio”, di non essere in grado di apprezzare le sue opere, minacciando di buttargli in faccia le quattrocento lire d’anticipo. L’editore Carabba, ritenendosi leso, lo citò in giudizio e il pretore di Lanciano, nel luglio 1911, condannò Pirandello con le attenuanti a 41 lire di multa e alla rifusione dei danni. I vecchi e i giovani sarebbe poi uscito nel 1913 per i tipi dell’editore Treves di Milano.

 
Quella “pagliacciata” del taglio dei capelli

Nel 1907 Pirandello era già molto popolare tra la gente comune, fama sicuramente acquisita per la pubblicazione del romanzo Il fu Mattia Pascal (1904). Durante il suo soggiorno a Lanciano, egli si fermò nella barbieria di un certo Vincenzo Nereo, a pochi metri dalla casa dell’editore Carabba, per un servizio di barba e capelli. Alla fine, l’artigiano non volle essere pagato, soddisfatto soltanto per aver messo le mani sulla “testa del grande Pirandello”. Il drammaturgo, cui già forse l’eccesso di popolarità e la nomea d’essere qualcuno dava fastidio, con una delle sue canoniche uscite umoristiche, definì il gesto del barbiere “una pagliacciata”. Curiosa coincidenza, una figlia del barbiere ebbe a sposare poi il figlio dell’editore, Giuseppe Carabba, che contribuì all’ascesa della casa editrice in campo nazionale. In una lettera degli anni trenta, diretta a Marta Abba, Pirandello ebbe a citare l’editore Carabba senza alcuna acredine o rancore di sorta, riconoscendo i suoi meriti di editore.

 
Sciascia e “I vecchi e i giovani”

Nozze dLeonardo Sciascia dedica a Pirandello ex professo tre opere: Alfabeto pirandelliano, Pirandello e il pirandellismo, Pirandello e la Sicilia. Si tratta di saggi critici di un certo respiro, condotti con arguzia, intelligenza e stile, le cui tematiche però meriterebbero lunghi approfondimenti, non fosse altro che per i giudizi che risentono dell’usura del tempo. Volendo focalizzare en passant il pensiero di Sciascia sul romanzo I vecchi e i giovani, ci si accorge che esso non scaturisce da una netta definizione dell’opera come romanzo storico, anzi nel saggio Pirandello e la Sicilia, Sciascia ricorre all’astuzia dell’intelligenza, fornendo la seguente etichetta: senza senso della storia romanzo storico. Affermazione che costituisce un ossimoro (quasi sentimento del contrario), come per dire per estremo paradosso: “romanzo d’umorismo storico” o “di storia umoristica”. Sciascia non si sbilancia, insomma, sapendo che in fondo in fondo di romanzo umoristico si tratta, perché la realtà storica della stessa Girgenti, per quanto biografia possa essere stata, rivive nella coscienza dei personaggi, reinventata e trasformata come sentimento del contrario. E tutto ciò proprio perché Pirandello, per le stesse ragioni di Sciascia del resto, ripudia il concetto di storia come maestra di vita. La vita, per Pirandello, non ha niente da insegnarci, è flusso continuo, inarrestabile, “la vita o si vive o si scrive”: è illusione, fumo, nebbia, per dirla con Calderòn de la Barca. La storia della Sicilia è disinganno, significa illudere e illudersi di cambiare tutto per non cambiare niente, come dirà poi Tomasi di Lampedusa. Ed allora non rimane, secondo il drammaturgo, che prendere atto del “giuoco delle parti”, del demoniaccio beffardo che è in ciascuno,  aspettando che un giorno tutto ciò possa passare: affermazione conclusiva, filosofico-umoristica, del personaggio-chiave del romanzo, don Cosmo Laurentano.    

 A Bonn

Pirandello e il padre

Pirandello e lo zio Rocco

 

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