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NOMI, FIORI E LETTERATURA
(in occasione di un compleanno)

Viola del pensieroOggi è festa grande: la mia adorata nipotina compie due anni e il 3 maggio prossimo festeggerà anche l’onomastico. Mi si perdonerà, quindi, per questa occasione speciale, l’irriverenza di rendere pubblica la dedica a lei di un semplicissimo componimento senza pretese, a fronte della pubblicazione di poesie di grandi poeti che evocano il nome Viola.
 

A Viola 

Vinci la rosa:
il suo profumo attrae
e fa schermo all’insidia
delle spine;
non ha scopi reconditi
la tua vellutata fragranza:
nasce dalla schiettezza
della natura.

 Venisti a noi
in un giorno di Pasqua
schiudendoti alla vita,
omaggio di resurrezione,
mirabile visione
a dettarci l’esempio.

 Ora la tua presenza colorata
nel tepore dei giorni
del Natale
si fa messaggio durevole
d’amore.

Questo componimento fu dettato, nel Natale 2006, dalla liturgia del colore viola e da reminiscenze letterarie, relative al contrasto scritto da Bonvesin de la Riva (Milano 1240-1315), frate laico dell’Ordine degli Umiliati, “doctor in gramatica”, intitolato Disputa della rosa con la viola (quartine di alessandrini in 248 settenari doppi), di cui riporto uno stralcio finale.

VioleRosaRosa 2 El ha dao la venzudha a la vïora olente
perzò k’ella e plu utile, guardand[o] comunamente;
compensando tut[e] cosse, plu degna e plu placente,
e ke maior conforto significa a tuta zente.

El ha dao la perdudha a la rosa marina,
ké computand[o] tut[e] cosse ella non è sì fina.
La rosa per vergonza la soa testa agina,
e gramamente a casa sì torna sor la spina.

La vïoleta bella, la vïoleta pura
alegra e confortosa se ’n va co la venzudha.
Ki vol ess[e] cum’ vïora e trà vita segura,
sïa comun et humel et habia vita pura.

 In questa tenzone allegorico-didattica i due fiori rappresentano vizi e virtù: la rosa, superbia ed avarizia; la viola, umiltà e carità. Ma è lecito individuare in essa un significato socio-politico, con la  rosa a raffigurare la potente aristocrazia, laddove la viola invece si riferisce al ceto borghese, classe di cui faceva parte Bonvesin, uomo della riva come la viola (“ma tu sì nasci in le rive”).

Bonvesin de la RivaUn genere letterario, la tenzone, importato in Italia nel duecento dalla letteratura provenzale, come contentio tra due o più interlocutori (nella specie della rosa e della viola, chiaramente simbolica). Nella rosa può rinvenirsi anche la simbologia della superbia del leone, anticipazione dantesca di Fra Bonvesin, riscontrabile anche nel Libro delle tre scritture, tripartito in De scriptura nigra, De scriptura rubra, De scriptura aurea, dove appare evidentissima la successiva strutturazione dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso che ne avrebbe fatto Dante nella Divina Commedia.

 

Bonvesin de la Riva

Viola e il Non ti scordar di me
in Johann Wolfgang Goethe

J.Wolfgang GoetheGoethe diceva che “la poesia indica i segreti della natura e cerca di risolverli per mezzo dell’immagine”. La sua poetica si fondò sull’osservazione costante del regno naturale: dovunque andasse, indugiava a catalogare piante, fiori e minerali e fu all’ossessiva ricerca della pianta originaria, dalla quale poter derivare, diceva lui, come prototipo di tutte le piante possibili.  Anche Goethe si colloca nel solco della concezione di Bonvesin de la Riva, esaltando le qualità della viola, finendo per prediligerle però il leggendario Non ti scordar di me, simbolo per lui di fedeltà eterna dell’amore.  

La buona violetta io la stimo molto:
è tanto modesta e tanto
odorosa; ma io ho bisogno
di più, nel mio acerbo affanno.
A voi soltanto voglio confidarmi:
su questi picchi rocciosi e aridi
non troverò la mia bella.

Ma la donna più fedele della terra
incede presso il ruscello, in basso,
sospira e geme sommessa
fino al giorno del mio riscatto.
Quando coglie un fiore celeste
e ripete: non ti scordar di me!
lo sento anche di lontano.

Certo, si sente la forza di lontano,
se due si amano davvero;
nella notte del carcere sono rimasto
ancora vivo per questo.
E nche se mi spezza il cuore, basta che
io esclami: non ti scordar di me!
e rinasco alla vita.

goethe_roma 

Totò e la viola

TotòPer Totò, che fu anche finissimo poeta, è la viola simbolo eterno d’amore e di rimpianto, quantunque disperato possa essere l’intimo sentimento: mette salde radici nel cuore d’ogni innamorato ed evoca sempre il ricordo dell’amata, come canta in questa delicara composizione in dialetto napoletano.

Viola d’ammore

Pe nun me scurdà ‘e te aggio piantato
dint’a nu vase argiento,  na violetta
cu ‘e llacreme ‘e chist’uocchie l’aggio arracquata
e ll’aggio mise nomme:"Oh mia diletta!".

E songhe addeventato ‘o ciardiniere
‘e chesta pianta…simbolo d’ammore
"Oh dolce violetta del pensiero…
…he mise na radice int’a stu core!".

 

La viola di Pier Paolo Pasolini

Nelle Poesie a Casarsa, opera pasoliniana in dialetto friulano di giovanile formazione, predomina il contrasto tra la bellezza eterna, mitica, della natura in un arcaico mondo contadino, eden dove potersi rifugiare, e un narcisistico senso di morte dell’interna sofferenza esistenziale per l’innocenza perduta. L’ispirazione risente ancora dell’influsso di accenti decadenti e di modelli ermetici, temperati in parte dall’uso del dialetto materno, ma rimane integra come vagheggiata aspirazione, come ben si evidenzia nella composizione poetica Danza di Narciso, sull’ontano e la viola.
L’ontano è albero mitico, preconizzato da Omero nell’Odissea quale simbolo della resurrezione, e cresce sulle rive del Tagliamento in simbiosi con un sottobosco tra cui spicca la viola. A contatto dell’acqua, il debole olmo diventa durissimo, tale da essere bene utilizzato per le palafitte. In questa caparbia resistenza, che va oltre la vita naturale dell’albero e del sottobosco che lo circonda, s’incarna il senso narcisistico di colpa del poeta per la sua debolezza carnale.

  Pier Paolo Pasolini

Dansa di Narcís                                       Danza di Narciso

Jo i soj na viola e un aunàr,            Io sono una viola e un ontano,
il scur e il pàlit ta la ciar.                 lo scuro e il pallido nella carne.

 I olmi cu’l me vuli legri                   Spio col mio occhio allegro
l’aunàr dal me stomi amàr              l’ontano del mio petto amaro

e dai me ris ch’a lusin pegris         e dei miei ricci che splendono pigri

in tal soreli dal seàl.                       nel sole della riva.

 Jo i soj na viola e un aunàr,            Io sono una viola e un ontano,
il neri e il rosa ta la ciar.                 il nero e il rosa nella carne.

 E i vuardi la viola ch’a lus              E guardo la viola che splende
greva e dolisiosa tal clar                 greve e tenera nel chiaro

da la me siera di vilút                     della mia cera di velluto

sot da l’ombrena di un moràr.       sotto l’ombra di un gelso.

 Jo i soj na viola e un aunàr,            Io sono una viola e un ontano,
il sec e il mòrbit ta la ciar                il secco e il morbido nella carne.

 La viola a intorgolèa il so lun         La viola contorce il suo lume
tínar tai flancs durs da l’aunàr      sui fianchi duri dell’ontano,

e a si spièglin ta l’azúr fun             e si specchiano nell’azzurro fumo
da l’aga dal me còur avàr.             dell’acqua del mio cuore avaro.

 Jo i soj na viola e un aunàr,          Io sono una viola e un ontano,
il frèit e il clípit ta la ciar               il freddo e il tiepido nella carne.

  

“Viola” di Giovanni Papini

Giovanni Papini con Oriana Fallaci
Giovanni Papini, scrittore controverso e molto esecrato, artefice di scelte eclatanti – quella di osanna alla guerra, adesione entusiastica al fascismo – fu legatissimo alla figlia Viola, verso la quale nutriva un eccezionale quanto delicato trasporto. Quando si convertì alla religione cristiana le confessò di fidarsi soltanto di lei e la pregò di ricercare e di bruciare tutte le opere esistenti de Le memorie d’Iddio, la sua opera nichilista e anticristiana, che aveva scritto nel 1911 e che recava il perentorio invito ateo di cui ebbe a pentirsi per tutta la vita: “Uomini: diventate atei tutti, fatevi atei subito! Dio stesso, il vostro Dio Iddio vostro figlio, ve ne prega con tutta l’anima sua”.

A giustificazione personale, egli dichiarava spesso di non essere stato bambino e di non avere avuto fanciullezza, crescendo con un suo carattere scontroso – da homo homini lupus -, che lo portò ad essere in guerra con tutti. Nella poesia alla figlia c’è, però, una partecipazione sentita, un afflato unico alla gioia della fanciullezza di lei, frutto che egli non era riuscito ad assaporare, ma che provò per suo tramite.

 
Viola

Viola vestita di limpido giallo,
che festa, che amore a un tratto scoprirti
venire innanzi con grazia di ballo
di tra i ginepri e l’odore dei mirti!

La ricca estate si filtra e si dora
sopra il tuo piccolo volto rotondo;
ad ogni moto dell’iride mora
bevi nel riso la gioia del mondo.

Par che la terra rifatta stamani
più generosa, più fresca di ieri
voglia specchiarsi negli occhi silvani
tuoi, risplendenti di casti pensieri.

Al tuo venire volante s’allieta
questo mio cuore e con Dio si rimpacia,
l’arida bocca del padre poeta
torna a pregare allor quando ti bacia.


Il viola di Luzi

 
Il colore del fiore diventa, in Mario Luzi, inesauribile immedesimazione nel transito incerto dell’esistenza, rispetto al quale gli uomini sono stuolo in volo lento verso una indeterminata miniera senza fondo, al di là del tempo e dello spazio. La liturgia della vita diventa volo periglioso e la sorte dell’uomo, varia ed incerta, si può compendiare in un altro suo verso “apparire e sparire è una chimera”.

Mario Luzi  
Uccelli

 il vento è un’aspra voce che ammonisce
per noi stuolo che a volte trova pace
e asilo sopra questi rami secchi.
E la schiera ripiglia il triste volo,
migra nel cuore dei monti, viola
scavato nel viola inesauribile,
miniera senza fondo dello spazio.
Il volo è lento, penetra a fatica
nell’azzurro che s’apre oltre l’azzurro,
nel tempo ch’è di là dal tempo; alcuni
mandano grida acute che precipitano
e nessuna parete ripercuote.
Che ci somiglia è il moto delle cime
nell’ora – quasi non si può pensare
né dire – quando su steli invisibili
tutt’intorno una primavera strana
fiorisce in nuvole rade che il vento
pasce in un cielo o umido o bruciato
e la sorte della giornata è varia,
la grandine, la pioggia, la schiarita.

 

 

La natura in Alessio Di Giovanni

Alessio Di Giovanni
L’esperienza della natura di Alessio Di Giovanni (Cianciana, Agrigento,1872-1946) va di pari passo con la sua formazione dialettale della Valplatani, rivelando un’intimità di sentimento e un vagheggiamento dell’anima, in una terra di emarginazione e di rinuncia qual è quella agrigentina, dove il duro lavoro della miniera è un richiamo sempre dolente, quasi personalmente sentito.

Caruso di miniera Sciopero miniera anni
Eran zolfatai, la maggior parte, pallidi, scarni, con la voce roca, di poche parole, alcuni quasi tetri… Fiaccati dalla vita dura e penosa delle miniere, abbrutiti, sfiduciati, essi cercavano nel vino l’ebbrezza dell’oblio
(Di Giovanni, La mamma)

Un canto, non con l’occhio del figlio del padrone, ma con l’affetto di chi sente i lavoratori, della terra e della miniera, fratelli:

Disastro miniera Cozzo Disi 1913

…Lacrimi di ‘nfilici iu cantai,
carusi morti e sceni di tirruri…

I
l paesaggio rappresenta un contraltare, un riposo, un’immersione-emersione dell’anima, una pausa al duro e avaro lavoro nel latifondo e alla tragica minaccia, sempre incombente, della miniera.

“cersi, suvari, ilici, e cc’era l’erva àuta, cc’erani tanti viola e tanti panipurcini, e tutti ssi violi e ssi panipurcini  facianu ‘nd aduri accussì forti ca ‘mmarsamava tuttu lu voscu pi quant’era granni.
Poi, ogni tantu, quannu lu vinticeddu di la matinata ciusciava levi levi, tutti dd’arvuli scruscianu, e l’erva ciuciulava, e li violi e li panipurcini muvianu la testa”  
(“querce, sugheri, lecci, e c’era l’erba alta e, in mezzo all’erba alta, c’erano tante viole e tanti pani porcini, e tutte quelle viole e quei pani porcini mandavano un odore così forte che imbalsamava tutto il bosco, per quant’era grande. Poi ogni tanto, quando il venticello della mattinata soffiava lieve lieve, tutti quegli alberi scrosciavano, e l’erba ciuciulava, e le viole ed i pani porcini muovevano la testa”) (Di Giovanni, La racina di Sant’Antoni)

 Nel mese di maggio, mese di festa dei lavoratori, anche la natura sente il bisogno di celebrare e di dimenticare le ambasce della miniera:

“era ‘na gioja dda jurnata di maju, cu lu suli ca stralucia strati strati, cu lu finistruna aperti ni li casi, e cu la zagara ca spannia lu so ciavuri forti a tutti banni”
(“era uno splendore quella giornata di maggio, col sole che straluceva per le strade con i balconi aperti, nelle case, e con la zagara  che spandeva il suo odore forte in ogni banda”)

(Di Giovanni, La racina di Sant’Antoni)

Alessio di Giovanni fu anche commediografo di tutto rispetto, più conosciuto all’estero che in casa propria, e fu lodato da Verga in persona, con il quale cozzò però per il dialetto.

 
La rosa di Luigi Pirandello

 Il Caos, Luigi Pirandello

In Pirandello la natura è caos, sconvolgimento, mistero:

Luigi Pirandello “Tutto ciò che ci avviene: la nostra nascita, i nostri casi, il nostro destino: com’è? Non sappiamo mai come! Oltre la vita umana, costruita da noi, c’è il mondo, il mistero eterno del mondo” (Non si sa come, commedia)

La nascita precoce di un fiore, di una rosa rossa può significare l’inizio  del ritorno pieno alla vita, come nel caso della giovanissima signora Lucietta, prematuramente vedova con due figli, che ha cambiato esistenza, trovando lavoro di telegrafista in un paesino della provincia di Genova.

“La signora Lucietta restò dapprima a mirarla, stupita, tra lo smortume della tappezzeria grigiastra, di quella sudicia saletta. Poi, dalla gioja di quella rosa rossa ebbe un tuffo nel sangue. Vide vivo lì in quella rosa il suo desiderio ardente di godere una notte almeno. E liberatasi d’un tratto dalla perplessità che finora la aveva tenuta, dall’orrore dello spettro del marito, dal pensiero dei figli, corse, staccò dal gambo quella rosa e istintivamente, presentandosi davanti allo specchio su la mensola, se la accostò al capo. Sì, là! Con quella rosa rossa tra i capelli sarebbe andata alla festa, e i suoi vent’anni, e la sua gioja vestita di nero… – Via!” (La rosa, novella)

La rosa della libertà, Vincenzo SciamèLa donna sente il richiamo della vita e decide di andare alla festa, cui è stata invita dal “Circolo di compagnia” del paese: ed è subito ebbrezza, delirio, pazzia. Tutti vogliono ballare con lei: giovani e attempati, liberi e ammogliati. E’ richiesta, braccata, tra il disgusto delle mogli e delle zitelle. E a tarda sera, quando si scatena la bestiale sovreccitazione degli uomini presenti, le viene chiesto il giudizio di Paride, offrendo la rosa a uno degli uomini rimasti. Per sottrarsi agli uomini che l’assediano, la signora Lucietta offre la rosa al segretario comunale, che se n’era stato in disparte ad osservare per tutta la sera. Questi, la prima persona che aveva conosciuto sul treno arrivando in paese, era andato più volte a trovarla all’ufficio telegrafico, suscitandole un istintivo sentimento di vita in comune. Ma il significato  di dichiarazione d’amore bell’e buona coram populo, attribuito da tutti all’offerta della rosa, con la sua minaccia irrevocabile desta in lei perplessità se doverne accettare le conseguenze.

“- Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle una dichiarazione?…

– Non solo non posso crederlo io; ma stia sicura che non lo crederà mai nessuno, signora. Ecco a lei la rosa; io non posso, la butti via lei…

 – Ecco, sì… grazie… – disse, sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d’un momento aveva buttato via per sempre…”

Fiore d’amore e di passione, la rosa, come la fede. Ma per Pirandello è l’uomo ad accendere il lume di qua, nella vita, e lo vede anche di là; senza pensare che se si spegne qua, di là non c’è più lume.

 

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