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GIORNI DI MAGGIO

Leonardo Sciascia L’inverno lungo improvviso si estenua
nel maggio sciroccoso: una gelida
nitida favola che ti porta, al suo finire,
la morte – così come i papaveri
accendono ora una fiorita di sangue.
E le prime rose son presso le tue mani esangui,
le prime rose sbocciate in questa valle
di zolfo e d’ulivi, lungo i morti binari,
vicino ad acque gialle di fango
che i greci dissero d’oro. E noi d’oro
diciamo la tua vita, la nostra
che ci rimane – mentre le rondini
tramano coi loro voli la sera,
questa mia triste sera che è tua. 

(Leonardo Sciascia, In memoria,
da La Sicilia, il suo cuore)

 

DALLA PARTE DI SEDARA?
“IL GATTOPARDO” RIVISITATO

Gaspare AgnelloNasce nei giorni fatidici di maggio del 1860, il racconto de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che quest’anno compie cinquant’anni dalla sua prima edizione.
Gaspare AgnelloE con un inconsueto saggio critico, da non addetto ai lavori, l’agrigentino Gaspare Agnello ha voluto celebrare l’evento, ponendo a se stesso e agli interlocutori un grosso interrogativo su un’interpretazione che ritiene suggestiva. Un canovaccio esegetico, che rovescia quasi i termini del romanzo, definito da Francesco Renda, professore emerito di Storia Moderna dell’Università di Palermo, “felice racconto  del 1860 visto dalla parte aristocratica”,.
Per sua stessa ammissione, Gaspare Agnello dichiara di essere prestato alla materia della saggistica storico-letteraria, dal momento che cura soltanto da neofita uno spazio televisivo su una TV locale, intitolato “Un libro per amico” (di cui ha ricavato anche un libro di recensioni), con l’intento precipuo di presentare le pubblicazioni, che con la Sicilia, la sua storia e la sua cultura hanno a che fare: spirito di servizio di un appassionato per appassionati.

Gaspare Agnello, raccolta recensioniTuttavia, egli affronta la proteiforme e spinosa problematica  del capolavoro di Tomasi con certosina umiltà, non scissa però da un pizzico di provocatoria polemica. Egli sostiene che il principe Don Fabrizio appartiene ad un ceto aristocratico in evidente declino, non solo nel regno delle due Sicilie, ma in tutta Don Calogero Sedara Europa, un ceto colto ma parassitario; mentre il borghese di provincia, don Calogero Sedara, può rivendicare il ruolo di una classe che produce e, se anche illetterata e ancora rozza, sicuramente portatrice di valori di cambiamento sociale.
Agnello contesta il settarismo dei giudizi storici affibbiati da Don Fabrizio: a Marx, definito “ebreuccio tedesco”, a Garibaldi tacciato come “quell’avventuriero tutto capelli e barba”, e all’ odiato e denigrato Calogero Sedara.

Francesco Renda  con un giudizio storico nel suo ultimo libro Autobiografia politica afferma:

 

In realtà, la filosofia de Il Gattopardo  non sta nel “cambiare tutto per non cambiare nulla”, ma nell’evitare che il cambiamento danneggi l’aristocrazia… Uscito dalla sala reale, dal colloquio con il sovrano il principe Fabrizio trae la conclusione che la monarchia borbonica è alla vigilia del tramonto. E ragionando fra sé e sé riflette:”Se al posto del re Ferdinando succedesse il repubblicano Mazzini, io diventerei il signor Fabrizio Tomasi e non sarei più il principe di Lampedusa. Se al re Borbone succedesse invece il re Sabaudo Vittorio Emanuele II, io resterei il principe Tomasi di Lampedusa e a cambiare sarebbe solo il dialetto: invece del napoletano si parlerebbe il piemontese. Nella forma cambierebbe tutto, nella sostanza non cambierebbe nulla”.

Leonardo Sciascia, nel capitolo-saggio Il Gattopardo dell’opera Pirandello e la Sicilia,  esalta il ruolo angolare che nel libro riveste il personaggio Angelica, senza il quale Il Gattopardo non avrebbe avuto motivo di esistere, stabilendo un interessante parallelismo con la Duchessa di Leyra di Verga. Angelica è il bel volto della borghesia che diventa aristocrazia, o forse meglio l’aristocrazia che si trasforma in borghesia per incorporazione – operazione di potere, insomma. Tancredi – o tempora, o mores – sposa i soldi, “il capitale”, con il sacrificio dell’amore della cugina Concetta, complice il principe-padre e lo stesso Tancredi. Vi sono nel romanzo due episodi estremamente rivelatori. Il primo riguarda le meditazioni di Angelica:

 “… pur non amandolo, essa (Angelica) era, allora, innamorata di lui, il che è assai differente… In Tancredi essa vedeva la possibilità di avere un posto eminente nel mondo nobile della Sicilia, mondo che essa considerava pieno di meraviglie…”

 Il secondo episodio sancisce il connubio definitivo, quando a don Calogero Sedara, che ammira più che la grazia del soffitto il suo valore monetario, Don Fabrizio dice:

“Bello, don Calogero, bello. Ma ciò che supera tutto sono i nostri due ragazzi.”

 Considera, il Principe Fabrizio, che il Sedara forse era un infelice come gli altri, come lui, e tempera il suo livore con una frase consolatoria per entrambi. Alla fin dei conti, con autoironia considerava che non si poteva tornare indietro e che altri – e non lui – doveva e poteva contaminarsi con il nuovo che incalzava. Che poi i due giovani, diventati vecchi, fossero destinati ad essere inutilmente saggi, rientrava nell’ineluttabilità della vita, così come l’ineluttabilità della saggezza del principe era stata l’unica che l’aveva collocato in un’aura di superiorità, dove i vinti possono trovare utile riparo da ogni contaminazione contingente, accettando la loro sconfitta.
 Palma di Montechiaro (Ag)


MAGGIO 1860

Più che romanzo di storia, Il Gattopardo rappresenta un romanzo introspettivo su destini individuali, collocati su uno sfondo storico. Anzi può affermarsi che mai fatti storici siano stati vissuti in un romanzo con così totale distacco. Del resto è l’indifferenza della Storia nei confronti dell’isola che fa dire a Leonardo Sciascia, a chiosa del famoso colloquio di Don Fabrizio con il funzionario piemontese Chevalley:

“… la convinzione del principe Salina e del principe di Lampedusa che gli arabi abbiano trovato la Sicilia “così”, nelle stesse condizioni in cui la trova il sottoprefetto di Vittorio Emanuele II”

Garibaldi nel 1860Così dovette trovarla Garibaldi, quando sbarcò a Marsala l’11 Maggio. Un popolo sottomesso, ma non dimesso, eserciti avversari increduli. Garibaldi fu favorito dall’effetto sorpresa, dalla fortuna e dalla sua abilità tattica.
Non era un avventuriero, come dice Tomasi di Lampedusa ironicamente, era consapevole di quello che voleva e doveva fare. Molto si è discusso sui presunti tradimenti di ufficiali borbonici, che avrebbero facilitato il compito di Garibaldi. Una posizione razionale e documentata ce la fornisce Leonardo Sciascia nel suo saggio critico Garibaldi e il padre Buttà.
Padre Giuseppe Buttà, di Naso, religioso d’inflessibile legittimismo e di strenua fedeltà ai Borboni e alla loro causa, anche quando fu chiaro essere causa irrimediabilmente persa, scrisse tre libri, tra cui un Viaggio da Boccadifalco a Gaeta. Nel saggio critico dice Sciascia: 

 “scrive tempestosamente, con la rabbia di chi ha visto (o ha creduto di vedere) la propria parte sconfitta non dal numero e dal valore di quella avversa, ma dalla interna disgregazione, dall’inettitudine e dal tradimento dei capi. Della seduzione degli ideali unitari e patriottici, dell’aspirazione alla libertà, di tutte le illusioni che si accompagnarono alla volontà di fare l’Italia, della cultura che le suscitava, non sa e non vuole tenere conto: per lui non c’è aspirazione, ideale, illusione che siano più alte di quelle dell’onore, della fedeltà… Per più di quattrocento pagine il cappellano militare del battaglione Bosco ci racconta fatti in cui il valore e le vittorie di Garibaldi si riducono a una specie di gioco delle parti: tutto già pattuito, il prezzo già pagato o promesso. Garibaldi non è che un piccolo uomo incerto, spaurito e quasi svanito, senza alcun piano, senza alcuna strategia”

Battaglia di Calatafimi Leonardo Sciascia, dopo aver ricordato che a Calatafimi e a Milazzo, Garibaldi riesce a vincere proprio quando stava per perdere, ricorda “la diversione di Corleone”,  punto nodale e fatale di tutta la guerra, quando una colonna di quattromila borbonici s’era affannata ad inseguirne sessanta, lasciando la possibilità al grosso di Garibaldi e ai volontari di La Masa di entrare a Palermo, che fu conquistata  non senza colpo ferire.

 

Barricata di PalermoPalermo bombardata, 1860




I FATTI DI BRONTE

Il film Bronte “Il 16 maggio 1860 giunse a Bronte notizia della vittoria di Calatafimi. I liberali scesero in piazza con la bandiera tricolore… Forse in quella stessa giornata, il notaro Ignazio Cannata (notaro della Ducea), alla vista della bandiera tricolore disse:”Perché non levate questa pezza lorda?” (Leonardo Sciascia, I fatti di Bronte, da Pirandello e la Sicilia)

Queste parole accrebbero l’odio e fecero crescere il fermento. La cittadina di Bronte era stato oggetto di soprusi, si può dire da sempre. Nel 1491 il suo territorio con Bolla Pontificia era stato trasferito all’Ospedale Maggiore di Palermo e nel 1799 una donazione borbonica l’aveva dato a Nelson. La causa che ne era scaturita  non vedeva mai sbocchi. Il popolo, dopo il proclama di Garibaldi sullo smantellamento dei feudi e la spartizione delle terre, riteneva che la donazione fosse decaduta ipso iure, soprattutto perché era stato restituito agli abitanti di Bisacquino un ex feudo. Le elezioni svoltesi nella seconda quindicina del mese di giugno, e conclusesi con la vittoria della fazione ducale, suscitarono tra il popolo il malcontento contro i cappelli (i galantuomini).

“Fra il primo e il 2 agosto, il paese venne bloccato da picchetti di popolani: i galantuomini  erano in trappola dentro il paese. Il notaro Cannata uscì di casa armato di doppietta: e la sua temerarietà fu forse la goccia che fece traboccare il furore popolare”(Leonardo Sciascia, I fatti di Bronte, da Pirandello e la Sicilia)

L’avvocato Nicolò Lombardo, capo della fazione comunista, cercò di arringare invano la folla in preda all’odio, che dilagò in un crescendo terribile.

 Giovanni Verga

“Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza:”Viva la libertà!”
Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.
A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! – Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie.
– A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l’anima! – A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! – A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente!”
(Giovanni Verga, Libertà, novella)

Bronte, cronaca di un massacroLe pagine di Verga sono la più alta e tragica testimonianza degli avvenimenti. Il notaro Cannata venne ucciso e con lui altri dieci tra nobili, ufficiali e civili. Arrivato a Bronte il generale Nino Bixio, fa giustizia sommaria, ha fretta di chiudere la partita. Pagarono Nicolò Lombardo e i suoi compagni, incredibilmente denunciati come capi della reazione borbonica, proprio da coloro della fazione ducale, che sedevano tranquilli nel Consiglio Civico. E tutto ciò malgrado il governatore di Catania avesse scritto che i fatti di Bronte non erano l’effetto della reazione, ma l’effetto d’essersi negata al popolo la divisione delle terre del demanio comunale.


Florestano Vancini Il regista Florestano Vancini nel suo film sul massacro è sulla stessa linea del Verga, tuttavia fa risaltare il silenzio colpevole della storia su un episodio che fu visto – forse voluto vedere – come una reazione canagliesca, mentre furono moti giustificati da diritti negati da tempo immemorabile, che avrebbero meritato intanto un processo giusto e po, per i colpevoli, una amnistia o quanto meno pene più eque.
Finirono per pagare innocenti, senza prove e possibilità di difesa; e, ironia della sorte, il proclama di Bixio dopo l’esecuzione capitale faceva cenno sul fatto che il governo si stava occupando del reintegro dei demani comunali.

 Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti – Voi lo sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti – Io lascio questa Provincia – i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!… Però i Capi stiano al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso dispone – Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli. Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî – Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da sè, guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto. Randazzo 12 Agosto 1860.    IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO.

In Noterelle di uno dei mille, Giuseppe Cesare Abba parla di un Nino Bixio in lacrime. Ma, vista tanta durezza e decisione, Sciascia non lo crede possibile e non gli si può dare torto.

1° MAGGIO 1947
A PORTELLA DELLA GINESTRA
1^ STRAGE DI STATO

Karl Marx  Karl Marx era morto da 6 anni, quando i delegati della seconda internazionale socialista istituirono a Parigi nel 1889 la festa del 1° Maggio. Da allora la ricorrenza venne regolarmente osservata. In Italia fu sospesa durante il regime fascista, ma venne ripristinata alla fine del secondo conflitto mondiale. E proprio nell’immediato dopoguerra, nel 1947, il 1° Maggio in Sicilia venne funestato da una strage: a Portella della Ginestra, dove s’erano raccolte duemila persone per festeggiare la festa dei lavoratori. Dalla vicina collina partirono raffiche di mitra che colpirono a morte undici persone, di cui due minori, e ne ferirono altre 27, alcune delle quali morirono in seguito per la gravità delle ferite.

Renato GurrusoA sparare erano stati gli uomini del famigerato bandito di Montelepre (Palermo), Salvatore Giuliano.
Francesco Rosi, registaUna testimonianza di questa fosca pagina della storia politica siciliana e italiana è il film-inchiesta di Francesco Rosi, sul quale Leonardo Sciascia, sul saggio La vera “storia di Giuliano fornisce il seguente giudizio:

“a mio parere è il migliore, assolutamente, tra i tanti che in questi ultimi anni della Sicilia hanno declinato fatti, aspetti e problemi”

Sciascia rilevò una certa adeguatezza nel rapporto tra il film e la realtà siciliana, tuttavia denunciò quelle reazioni di un certo pubblico tra cui viveva la leggenda del bandito cavalleresco, nobile, pietoso, consentendo quasi a un mito. E tutto ciò malgrado era netto il giudizio di condanna del film – umana, civile, storica – sulla classe dirigente da cui il bandito, per scopi di conservazione padronale ed elettoralistici, era mosso.
Ignazio Buttitta (1899-1997), poetaNella Vera storia di Turiddu Giuliano del poeta Ignazio Buttitta (1899-1997, premio Viareggio 1972 con Io faccio il poeta), Sciascia invece ritiene che il bandito non è del tutto sottratto al mito, anche perché la poesia di Buttitta, poeta di piazza, poeta popolareggiante, non può non esserne, in un certo senso, condizionata.

A Purtedda Ginistra, si cci iti,
truvati ancora petri ‘nsanguinati.
E ddeci nomi di morti liggiti
ca ‘nta na grossa petra su stampati.
Tannu si dissi ca fu Giulianu
ca siminò ddi morti ‘nta ddu chianu

 Tuttavia il sentimento che Buttitta ha verso Giuliano è di pietà, non di ammirazione, pietà per il figlio di mamma:

 La matri d’un briganti matri resta

Salvatore Giuliano, film di RosiQuello che dice Sciascia, della “vera” storia di Giuliano, era il messaggio che allora passava e faceva presa sul popolo: si era creata negli strati popolari, del personaggio, un’immagine mitica, che nella realtà era tutt’altro che mitica ed era anzi da rimuovere. E ciò resisteva, malgrado determinati fatti fossero stati ammessi poi dallo stesso Giuliano e dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, che l’aveva ucciso nel 1950,  e che a sua volta, quattro anni dopo, fu avvelenato in carcere, dopo che aveva dichiarato di voler rivelare i mandanti della strage.
Quella festa, in effetti, cadeva appena dieci giorni dopo la incontrovertibile vittoria del Blocco del Popolo delle elezioni regionali siciliani del 1947 (Partito Comunista, Partito Socialista, Partito d’Azione, Indipendenti di sinistra)  con il 30% del voto dell’isola, e proprio in vista delle elezioni politiche nazionali.
Francesco Renda Una testimonianza in proposito ci proviene dallo storico, Francesco Renda, professore emerito di Storia Moderna all’Università di Palermo, il quale, quel giorno, avrebbe dovuto parlare alla festa di Portella della Ginestra, ma arrivò con qualche minuto di ritardo, mentre s’era scatenato l’inferno.

“Un attentato terroristico come quello di Portella della Ginestra non poteva essere opera del solo Giuliano  e della sua banda. Da Montelepre Giuliano non avrebbe potuto recarsi  a Portella senza il consenso e il concorso della mafia… Secondariamente l’attentato era di tale livello politico che Giuliano da solo non sarebbe stato in grado nemmeno di concepirlo, senza esservi spinto da personaggi in grado di garantirgli protezione e sostegno. La tesi di Scelba nell’attribuire a priori tutta la colpa a Giuliano escludeva il concorso della mafia e l’esistenza di mandanti” (Francesco Renda, Autobiografia politica)

La tesi di Renda è chiaramente orientata ad una evidente strage di Stato, sulla quale avevano avuto un ruolo non indifferente svariate componenti. Innanzitutto la dottrina Truman di mandare all’opposizione il Blocco del Popolo, programmata con De Gasperi, al quale il trambusto della strage tornò utile per aprire la crisi di governo. Non appariva confacente la strage di contadini in una sperduta campagna dietro i monti che circondavano Palermo. Ci doveva essere un obbiettivo più ravvicinato, quello di fermare le lotte contadine per la terra, disgregare il movimento contadino, colpire la sinistra comunista e socialista, creare tensione e terrore. Non a caso la Democrazia Cristiana, minoritaria in Sicilia, riuscì ad imporre un governo monocolore, che in seguito l’avrebbe fatta confermare come forza egemone, a maggioranza assoluta.
Non contraddice, anzi riafferma la tesi della strage di Stato la recente ipotesi di un tentativo di riaffermare un blocco nero ad opera di reduci fascisti, spalleggiati dei servizi neo-nazisti, reduci militanti della Decima Mas del principe Junio Valerio Borghese. Tuttavia la strana uccisione di Giuliano e poi quella di Pisciotta, quest’ultimo avvelenato in carcere, lasciano immaginare intrecci consolidati nel tempo e nello spazio e non certamente avulsi dal contesto politico siciliano, nazionale e internazionale di allora.

Portella della Ginestra, lapide

 

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