Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , ,

40° DELLA MORTE
RICORDO DI SALVATORE QUASIMODO
NELLA TERRA DI PIRANDELLO E SCIASCIA

Salvatore Quasimodo
<<Egli avvertì la poesia come parola assoluta, da cogliere nella “quantità che le è propria nella piega della voce che la pronuncia”, in una disposizione non di tono, ma di durata… (…) e un modo di evocazione “musicale” (non “sonora”)>>
         Luciano Anceschi

Questa musica “trascendentale”, Salvatore Quasimodo cominciò ad avvertirla subito nella primissima infanzia letteraria, nei luoghi soprattutto che furono di Pirandello e Sciascia, quando la famiglia – il padre era capostazione – si stabilì a Comitini, ad Aragona Caldare, ad Acquaviva Platani. Affiora sempre nei ricordi del poeta la mitica Valle solcata dal Platani, l’antico corso d’acqua greco, l’Alikòs, che nasce sotto le Madonie, attraversa tutta la provincia di Agrigento e sfocia, dopo numerosi meandri, a Capo Bianco, anticamente Eraclea Minoa.

 Eraclea Minoa

Che vuoi, pastore d’aria?

 Ed è ancora il richiamo dell’antico
corno dei pastori, aspro sui fossati
bianchi di scorze di serpenti. Forse
dà fiato dai pianori d’Acquaviva,
dove il Plàtani rotola conchiglie
sotto l’acqua fra i piedi dei fanciulli
di pelle uliva. O da che terra il soffio
di vento prigioniero, rompe e fa eco
nella luce che già crolla; che vuoi,
pastore d’aria? Forse chiami i morti.
Tu con me non odi, confusa al mare
dal riverbero, attenta al grido basso
dei pescatori che alzano le reti.

 (da  Nuove Poesie 1936/1942)

 Eraclea Minoa

Giustamente è stato affermato che Quasimodo è il poeta del situare, egli si esprime come  un impareggiabile disegnatore di siti, sintesi eccelsa della professione di geometra e di profondo conoscitore della classicità greca e latina: esprit de géométrique e esprit de finesse si concentrano nella sua poetica. E il sito di Agrigento è costante fonte d’evocazione, come musica ancestrale vissuta e ben assimilata.

 I Telamoni del Tempio di Zeus di AgrigentoStrada di Agrigentum

 

Là dura un vento che ricordo acceso

nelle criniere dei cavalli obliqui

in corsa lungo le pianure, vento

che macchia e rode l’arenaria e il cuore

dei telamoni lugubri, riversi

sopra l’erba. Anima antica, grigia

di rancori, torni a quel vento, annusi

il delicato muschio che riveste

i giganti sospinti giù dal cielo.

Come sola nello spazio che ti resta!

E più t’accori s’odi ancora il suono

che s’allontana verso il mare

dove Espero già striscia mattutino

il marranzano tristemente vibra

nella gola del carraio che risale

il colle nitido di luna, lento

tra il murmure d’ ulivi saraceni.

 (da  Nuove Poesie 1936/1942)

La parola di Quasimodo è sortilegio della memoria, mito personale, evocazione del mondo sommerso, irriducibile impegno morale.

 
Tempio di Zeus ad Agrigento
 

Agrigento, Telamone, Tempio di GioveLa ragazza seduta sull’erba alza
dalla nuca i capelli ruvidi e ride
della corsa e del pettine smarrito.
Il colore non dice o se strappato
dalla mano rovente che lontana
saluta dietro un mandorlo o finito
sul mosaico del cervo greco in riva
al fiume o in un fosso di spine viola.
E ride la follia dei sensi, ride
continua alla sua pelle di canicola
meridiana dell’isola
e l’ape lucida zufola e saetta
veleni e vischi d’abbracci infantili.

 In silenzio guardiamo questo segno
d’ironica menzogna: e per noi brucia
rovesciata la luna diurna e cade
al fuoco verticale. Che futuro
ci può leggere il pozzo
dorico, che memoria? Il secchio lento
risale dal fondo e porta erbe e volti
appena conosciuti.
Tu giri antica ruota di ribrezzo,
tu malinconia che prepari il giorno
attenta in ogni tempo, che rovina
fai d’angeliche immagini e miracoli,
che mare getti nella luce stretta
d’un occhio! Il telamone è qui, a due passi
dall’Ade (mormorio afoso, immobile),
disteso nel giardino di Zeus e sgretola
la sua pietra con pazienza di verme
dell’aria; è qui, giuntura su giuntura,
fra alberi eterni per un solo seme.

 (da  Il falso e vero verdeNuove Poesie 1949/1955)

1961 La rozza pietra, tomba di PirandelloIl 10 dicembre 1961, giorno del 25° anniversario della morte diPirandello giovane a Roma Luigi Pirandello, la cerimonia di traslazione delle ceneri, sotto il pino, fu sobria, anche se, tra le tante Autorità, ci furono tre personaggi che contavano più di tutti, a rendere l’evento di risonanza mondiale.
Impeccabile nella sua commozione, che riusciva appena a mascherare dietro scure lenti, era presente con i suoi ricordi Marta Abba, impareggiabile interprete del teatro pirandelliano. E, per il mondo della letteratura, erano venuti a rendere omaggio a Luigi, Salvatore Quasimodo e Leonardo Sciascia. Quasimodo lo fece da siciliano a siciliano, da artista ad artista, da premio Nobel a premio Nobel.

Riccobono2Tra i numerosi studenti liceali presenti del Liceo Empedocle di Agrigento, dove aveva studiato Pirandello, Quasimodo mormorò sommessamente a mo’ di commemorazione, un suo verso della poesia Tempio di Zeus ad Agrigento”:

 E’ QUI…FRA ALBERI ETERNI PER UN SOLO SEME

Salvatore QuasimodoFu un grande omaggio al grande Maestro agrigentino, da lui molto ammirato e studiato, con il quale sentiva in comune l’interesse per la musica e per la parola. E sulla falsariga del tre atti (in cinque quadri) La Favola del figlio cambiato di Pirandello, musicata da Gian Francesco Malipiero, Quasimodo scrisse un mito, L’amore di Galatea, libretto per un’opera lirica. A musicarla (1964) provvederà, non a caso, un agrigentino, il maestro Michele Lizzi (Agrigento,1915 – Messina  1972), che della cultura classica e del pensiero pirandelliano fu squisito interprete. Michele Lizzi, nella sua opera prima (su libretto del poeta agrigentino Gerlando Lentini), la Pantea, aveva già fatto conoscere e rivivere liricamente la mitica e miracolistica guarigione-resurrezione di una nobile di Akragas grazie ad Empedocle, mentre con la sua riduzione della Sagra del Signore della nave di Pirandello, da lui musicata, aveva dato un saggio lirico dell’opera pirandelliana, vibrante di emozioni e sensazioni.

Salvatore Quasimodo, Michele LizziL’accoppiata Quasimodo-Lizzi assicurò al mito di Aci e Galatea un grande successo, mentre l’opera lirica, La Sagra del Signore della nave, fece conoscere un aspetto inedito della vita di Pirandello, il quale aveva amato molto la musica, tanto da mandare da Bonn alla sorella Rosolina i fiori colti sulla tomba di Schumann.

La smania di Coop, ricordata da PirandelloFiori colti da Luigi PirandelloLa poetica dei grandi letterati è destinata, per forza di cose, a spaziare, perché l’arte per antonomasia è assoluto e non patisce limiti di spazio, di luogo e di tempo. I collegamenti, i rimandi e le influenze s’intersecano continuamente. Così è il caso della poesia  Davanti al simulacro d’Ilaria del Carretto, laddove il fascino misterioso ed ermetico del personaggio storico d’Ilaria si lega alla voce del poeta e alla sua solitudine, nel ricordo di un luogo o di un tempo remoti, in un itinerario totale che percorrerà per altri versi successivamente Leonardo Sciascia.

Jacopo della QuerciaDavanti al simulacro d’Ilaria del Carretto

 Sotto tenera luna già i tuoi colli,
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vivi e taciturni.

 (da  Nuove Poesie 1936/1942)

 
RacalmutoDal sarcofago mirabile di Jacopo della Quercia, monumento funebre di Ilaria del Carretto nella cattedrale di San Martino a Lucca (1404), simbolo mitico per Quasimodo, al sarcofago di un altro Del Carretto, Girolamo II (1622), presso la chiesa del Carmine di Racalmuto, avvio delle memorie sciasciane.

“Nella chiesa del Carmine c’è un massiccio sarcofago di granito, due pantere rincagnate che lo sostengono. Vi riposa “l’Ill.mo don Girolamo del Carretto, conte di questa terra di Regalpetra, che morì ucciso da un servo a casa sua, il 6 maggio 1622”

E’ l’incipit de Le parrocchie di Regalpetra di Leonardo Sciascia, opera che racconta secoli di prevaricazioni e nella quale l’episodio del Conte è l’inizio della storia che si ripete senza soluzione di continuità.

Racalmuto Castello Chiaramontano

Leonardo Sciascia“Il conte stava affacciato al balcone alto tra le due torri guardando le povere case ammucchiate ai piedi del castello, quando il servo Antonio Di Vita, facendoglisi da presso, l’assassinò con un colpo d’arma da fuoco. Era un sicario, un servo che si vendicava; o  il suo gesto scaturiva da una più segreta e appena sospettata vicenda? Donna Beatrice, vedova del conte, perdonò al servo Di Vita, e lo nascose, affermando con più che cristiano buonsenso che la morte del servo non ritorna in vita il padrone.”

“Ammazzato, da due sicari del barone di Sommartino, morì anche il padre di Girolamo, uomo anch’esso vendicativo ed avido.”

La storia, i luoghi, il contesto sono assai significativi nella poetica dei letterati, perché acquisiscono forza di mito, personale o collettivo che sia, in una universale visione e concezione, in cui la parola rappresenta tutto, travalicando in maniera totale il tempo e lo spazio. La creazione diventa, cioè, essa stessa vita.

Annunci