Tag

, , , , , ,

LO STRANO CASO DI
COSTANZA CHIARAMONTE

 (RACCONTO)

 Racalmuto Castello Chiaramontano
Costanza era una giovane bellissima, che da sempre aveva attirato l’attenzione di tutti i principi della Sicilia, ed essendo la primogenita, era destinata dal padre Manfredo Chiaramonte al governo della città, alla morte di lui.
    Fu un matrimonio d’amore quello che unì Costanza con Francesco I Ventimiglia di Geraci? o semplicemente un’unione d’interessi tra due delle famiglie più potenti dell’epoca?
    I due s’erano incontrati ad un ballo di gala apparentemente per caso, perché  le due famiglie, sotto sotto, avevano combinato tutto, con l’impegno solenne che, se i giovani non si fossero decisi, si sarebbero messi in campo interessi di dinastia.
    Fortunatamente tutto filò liscio: alla festa, malgrado la corte spietata di giovani nobili ancora più blasonati di Francesco, lei non vedeva che lui e, quando danzava tra le sue braccia, ansante e appassionata, chiudeva gli occhi e si lasciava trasportare in un mondo di fiaba. Egli, invece, sapeva mantenere il sangue freddo in ogni situazione. Risoluto e vendicativo, veniva chiamato “il conte di ghiaccio”, anche dagli amici più fidati. E tale, infatti, era il suo temperamento, che faceva leva anche su un atteggiamento ipocrita e falsamente accondiscendente.
    Mentiva spudoratamente nella maniera più naturale del mondo, sembrava cadere dalle nuvole quando gli rivelavano importanti segreti, uscendosene indifferentemente con una scrollata di spalle. Il disinteresse dissimulato gli faceva acquistare credito, cosicchè riusciva a conoscere pettegolezzi e dicerie, a ricevere confidenze e a mettere in giro, come verità, fandonie e menzogne nei confronti di chicchessia. Astutissimo e diplomatico al tempo stesso, si serviva di tutti e sfruttava abilmente tutte le situazioni. Era anche un uomo attraente e amatore inesauribile.
    Non passò un mese e gli sponsali furono celebrati in gran pompa nella chiesa di Santo Spirito. Gli sposi andarono a vivere in uno dei castelli dei Chiaramonte, ma non fu la vita che Costanza si aspettava. Sulle prime Francesco fu innamoratissimo, ma era lecito credergli considerati i precedenti?
    Ma passato il primo periodo di passione, ritornò a preoccuparsi unicamente dell’attività politica, la tradiva sfacciatamente e impudicamente, anche con prostitute d’alto bordo, disinteressandosi quasi del tutto di lei.
    Lei trascorreva i giorni come una reclusa e, in assenza del marito, trascinava la sua esistenza come un’anima in pena, aggirandosi per il castello come in un mausoleo
    Sempre più rare erano le occasioni per organizzare feste e ricevimenti e anche la presenza dei familiari, della madre, del padre e dei fratelli, era infrequente. Cominciò a prendere un gusto spasmodico a dare ordini, a volte strani o scriteriati, al servitorame e alle guardie di palazzo.
    Le sue dame di compagnia le aveva in uggia e le tiranneggiava con mille oppressioni. Per questo si alzava tardissimo, e occupava tutto il tempo a truccarsi e ad abbigliarsi come una regina, in maniera quasi maniacale, presentandosi a pranzo vestita di tutto punto, anche quando non vi era alcun ospite, e cioè nella stragrande maggioranza dei casi. Nel salone sterminato del castello, spesso, cenava tutta sola, Facendo accendere tutte le luci.

    Passarono gli anni e figli non ne arrivavano: Francesco, ormai certo della sua sterilità e mai rassegnato ai sogni dinastici, mugugnava e a volte s’indispettiva, protestava, rinfacciava. E lei rispondeva per le rime, diventava arrogante, lo accusava di mille manchevolezze e di vili abiezioni, lo disprezzava irridendolo in maniera sarcastica.
    A volte arrivò a tacciarlo perfino d’impotenza e fu l’addebito più grave, che le venne ribaltato da Francesco, che l’incolpava a sua volta, con parole di fuoco, di sterilità.
    Francesco, che con il matrimonio si era ripromesso di inaugurare la sua stagione politica e di entrare nelle grazie del re Federico, vedeva tramontare i suoi disegni per colpa di quella pazza, come lui ormai la chiamava pubblicamente.
          Gli screzi e i dissapori familiari venivano riferiti alle due famiglie, i cui rapporti si erano pure allentati. Il padre di Costanza, Manfredo Chiaramonte, uomo di guerra e di polso, piombò un giorno nel castello della figlia e volle conoscere tutta la verità.
    Distrutta dalle lacrime, esacerbata dalle angherie e dai torti subiti, lei rivelò al padre tutte le bassezze, i tradimenti, le azioni ignobili che Francesco era stato capace di cagionarle in tanti anni di matrimonio, narrando per filo e per segno gli episodi piccoli e grandi – e non erano pochi – della sua contrastata e tristissima vita coniugale.
    Manfredo I Chiaramonte non era l’ultimo arrivato sulla scena politica dei tempi. Uomo di cappa e di spada, acutissimo diplomatico, persona sagace ed autoritaria, sapeva essere accomodante quando lo voleva e pungente e astioso a tempo debito. Al racconto della figlia rimase contrariato per una serie di motivi. Innanzitutto, la famiglia Ventimiglia non era di lignaggio da poco e valeva quasi la famiglia dei Chiaramonte.
    Non poteva, quindi, rivolgersi al padre di Francesco, senza sentirsi mettere in campo repliche e opposizioni che potevano risultare spiacevoli e avrebbero potuto mettere a rumore l’ambiente di corte. Dare ragione fino in fondo alla figlia sarebbe stata, quindi, una mossa sbagliata e avrebbe potuto rinfocolare le ire e i contrasti tra i coniugi. Divisò quindi di rabbonire Costanza alla men peggio e di sentire gli intendimenti del genero.
    Manfredo aveva saputo delle mire politiche di Francesco, ma ciò non l’inquietava; anzi per lui tutto ciò si collocava nella naturale ambizione dell’uomo che dopo tutto finiva per far piacere, trattandosi del genero. Ma che tali scopi potessero passare sulla pelle della figlia, e quindi della casata, questo non era ammissibile e non poteva incontrare in alcun modo la sua approvazione.
    L’incontro tra suocero e genero avvenne in una parte recondita del vastissimo giardino del castello, lontano da occhi e da orecchi indiscreti.
    Alle rimostranze del suocero, sapientemente ammannite e snocciolate con acume ed ingegno, oltre che con sottile ironia, Francesco, sapendo di avere colpe non indifferenti e rendendosi conto che scherzare con la famiglia Chiaramonte non era una condotta raccomandabile, accampò pretesti e querele a sua volta, tirando in ballo le offese subite dalla moglie e un tradimento di lei con un servo e che l’onore non c’entrava in bel niente.
    Manfredo, sorpreso e irritato al tempo stesso, trasecolò. La figlia aveva taciuto quell’episodio, esponendolo quasi alla berlina, con un vantaggio per il genero che non poteva più essere colmato.
    La sua reazione, comunque, fu mascherata abilmente e camuffata con mille rimproveri e consigli che egli si permise di dare al genero, come se si fosse trattato di un figlio suo.
    Gli disse a chiare lettere che la condotta coniugale doveva essere adeguata al blasone delle due famiglie, che dovevano riprendere festini e ricevimenti, ai quali sarebbe stata invitata la migliore nobiltà dell’isola: insomma bisognava mutare registro, soprattutto per occhio di mondo. Che poi i dissapori dovessero essere custoditi nel chiuso delle mura domestiche, questo era un altro paio di maniche e lui stesso lo consigliava.
    Diede qualche contentino alle ragioni del genero, dispensò le raccomandazioni del caso, e licenziò Francesco, concludendo che discorso analogo avrebbe fatto alla figlia, per chiudere la partita.
     La famiglia Ventimiglia fu avvertita e il padre di Francesco gradì moltissimo la condotta di Manfredo I, manifestata a suo dire con grande diligenza e avvedutezza, e intervenne nei confronti del figlio affinchè il comportamento dei due coniugi non desse pubblico scandalo.
        Francesco e Costanza, in pubblico, ora sembravano filare d’amore e d’accordo ed erano anfitrioni impareggiabili alle feste e ai divertimenti che si solennizzavano ad ogni pie’ sospinto, nonostante il livore e il disprezzo covassero nei loro animi, risultando pura finzione il loro contegno di innamorati che tubavano come colombi. Tale è l’abisso dell’animo umano.
        Nel 1321 Manfredo I Chiaramonte morì gloriosamente in guerra, fu celebrato con esequie da re e lasciò la famiglia nel più cupo sconforto. Costanza, letteralmente impazzita, si chiuse nei suoi appartamenti e non ne volle uscire se non dopo in paio di mesi.
        Frattanto Francesco ne aveva approfittato per eclissarsi, non si sapeva per quale affare politico e in quale posto della Sicilia. La morte del suocero lo aveva reso più forte e poteva contare sull’aiuto del fratello del morto, Giovanni, il quale non avrebbe avuto più rivali per acquisire la primazia della famiglia.
    Nel castello l’aria era divenuta irrespirabile per tutti i suoi abitanti e il comportamento dispotico della signora riemerse, tale e quale quello d’in tempo. Per ripicca lei aveva ripreso ad amoreggiare con il servo, ma i suoi sfoghi non l’appagavano più, ne usciva ogni giorno umiliata e infelice al massimo grado. Nessuno veniva più al castello e in giro correva voce che la signora fosse ormai uscita fuori di senno.
        Passarono alcuni mesi e venne la decisione di Costanza di ritirarsi nel monastero di Santo Spirito, dove poteva essere accudita dal medico personale, nell’infermeria delle monache di clausura, che serviva da piccolo ospedale per la nobiltà agrigentina.

Il chiostro del monastero di S.Spirito    Costanza se ne stava chiusa nella sua stanza e non ne usciva quasi mai, non voleva dare a nessuno la soddisfazione del ripudio da parte del marito.
      Ma quell’evento le sconvolgeva la mente, gettandola in un’ambascia inenarrabile, che la prostrava oltre il limite dell’umana sopportazione, che la faceva disperare e gridare come un’ossessa.
        Vedeva il marito da tutte le parti, con quel sorriso sardonico sulle labbra, freddo ed impassibile di fronte alle sue sofferenze; e lei parlava ad alta voce con lui, come se fosse veramente presente nella sua cella e fosse in grado di risponderle. Inveiva, offendeva, si sgraffiava e, a volte, come una pazza furiosa, percuoteva con i pugni i muri, facendosi male e procurandosi delle ferite. In quei casi, niente o nessuno poteva acquietarne il furore.
    Talora, invece, giaceva nel giaciglio senza articolare parola, con lo sguardo assente, e sembrava voler penetrare il muro, verso un miraggio lontano e mai raggiungibile.
        Era allora che faceva più paura, perché subito dopo veniva squassata da crisi improvvise e con la bava alla bocca sembrava che di lì a poco dovesse rimanere soffocata.
    Chiamato anche di notte, Riggero d’Accardo si prodigava come poteva, impotente a domare quella malattia a lui sconosciuta, ribelle a tutti i rimedi della scienza. Per cui s’era limitato a curarne gli effetti, sedando le crisi d’angoscia, l’affanno e le difficoltà del respiro. Laddove era possibile con i farmaci a sua disposizione, riusciva a stordirla, frenandone le manifestazioni più gravi. Era soddisfatto quando la vedeva più serena nel suo giaciglio, anche se in uno stato di semideliquio.
    Quando le crisi cominciarono ad aumentare di ora in ora e, poco tempo dopo, di minuto in minuto, capì che non v’era più niente da fare e chiamò il vescovo che impartisse l’estrema unzione, come s’usava da tempo nella città.
    La notizia della morte di Costanza raggiunse il marito nel colmo di una festa, mentre in compagnia della nuova fidanzata, nel crocchio degli amici, discuteva del più e del meno, con aria faceta, ciarliero, disinvolto e spigliato come sempre.
    Non battendo ciglio, lo si vide continuare a chiacchierare, imperterrito, come se niente fosse. In cuor suo si persuase subito che ormai gli si schiudeva la porta della carriera politica d’alto rango, e che neanche la madre Chiesa avrebbe trovato più nulla a ridire, giacchè era vedovo e poteva convolare a nuove nozze.

 

Copertina mio romanzo




(dal romanzo “Una contrada chiamata Consolida”, di Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

Advertisements