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FESTE RELIGIOSE IN SICILIA

Tabella votiva miracolo

 GUERRA DI SANTI

Leonardo SciasciaNell’episodio Feste religiose in Sicilia dell’opera La corda pazza, Leonardo Sciascia fornisce la spiegazione su che cosa sia da intendere per festa religiosa in Sicilia.

“E’, innanzi tutto, una esplosione esistenziale; l’esplosione dell’ es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’es. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super-io (stiamo impiegando con approssimazione i termini della psicanalisi), per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città.”

Sciascia non solo riferisce su innumerevoli esempi di santi che ne hanno soppiantati altri, ma cita anche la novella di Giovanni Verga relativa alla zuffa cruenta tra i devoti di san Rocco e di san Pasquale.

“Tutto ciò per l’invidia di que’ del quartiere di san Pasquale, perché quell’anno i devoti di san Rocco avevano speso gli occhi della testa per far le cose in grande; era venuta la banda dalla città, si erano sparati più di duemila mortaretti, e c’era persino uno stendardo nuovo, tutto ricamato d’oro, che pesava più d’un quintale, dicevano, e in mezzo alla folla sembrava una spuma d’oro addirittura. Tutto ciò urtava maledettamente i nervi ai devoti di San Pasquale, sicchè uno di loro alla fine smarrì la pazienza, e si diede a urlare, pallido dalla bile:’Viva san Pasquale’. Allora s’erano messe le legnate. Certo andare a dire viva san Pasquale sul mostaccio di san Rocco in persona è una provocazione bella e buona; è come venirvi a sputare in casa, o come uno che si diverta a dar dei pizzicotti alla donna che avete sotto il braccio. In tal caso non c’è più cristi né diavoli, e si mette sotto i piedi quel po’ di rispetto che si ha anche per gli altri santi, che infine fra di loro son tutt’una cosa. Se si è in chiesa, vanno all’aria le panche; nelle processioni piovono pezzi di torcetti come pipistrelli, e a tavola volano le scodelle.”

Qualche anno fa, sulla falsariga della novella verghiana, scrissi un racconto sulla guerra dei santi Calogero e Gerlando di Agrigento, trama che si fondava su un canovaccio realmente accaduto. Calogero era un eremita popolare, Gerlando, primo vescovo della chiesa agrigentina, era nato a Besancon, nella Franca Contea, da famiglia nobile. Nero, con una barba canuta, ma bello e gentile, Calogero. Alto di statura, bellissimo nella persona, oratore facondo, prudente e abile nel consiglio e nell’azione, Gerlando, che insegnò nelle scuole capitolari.

Tabella votiva miracoloSan Gerlando

 

La ribellione
(racconto breve)

di Ubaldo Riccobono 

– Non se ne vanno ancora! – disse il Vicario, dando uno sguardo dalla finestra sulla via del Duomo.

Malgrado si fosse a mezzogiorno in punto e il sole spaccasse le pietre di lava, c’era un popolo, e dai balconi e dalle finestre si sporgevano molti curiosi. Taluni giovinastri alzavano forconi, falci, bastoni, pugni e gridavano frasi minacciose all’indirizzo del vescovado, fischiando stridulamente, accompagnati dal rullo continuo dei tamburi.

– San Calò, viva san Calò! – vociavano le donne sotto il sole, coperte da grandi fazzoletti a fiorami sulle teste; e gli uomini,  bruni e arsicci dalla canicola,  urlavano di rimando:

– Viva lu santu di li grazzii, divoti! –

Il vescovo, bianco come un cencio lavato, senza andare a vedere, come se appena lo sguardo di quella gente “in arme” potesse ferirlo, si limitò a dire con un filo di voce:

– E le guardie?… Cosa fanno, le guardie?

– E cosa possono fare? – rispose il Vicario – Si godono lo spettacolo!

Il Vescovo sembrava aver perso la baldanza, che lo aveva animato a diramare, il giorno innanzi, la sua prima pastorale, che aboliva i festeggiamenti in onore di san Calogero.

– Festa pagana è! – aveva sentenziato davanti alla consulta diocesana – Non possiamo lasciare il fèrcolo in balia dei portatori avvinazzati, né giustificare il lancio di pane dai balconi e tutte le scene di superstizione e di strane credenze: il santo che suda, la statua che corre tra la folla, come se San Calogero fosse vivo e vegeto. E poi l’assalto della gente che vuol salire per baciare il Santo… San Gerlando è l’unico, vero patrono ufficiale della città… Facciamo un’unica e sola festa grande, restituiamo il culto dei santi alla vera religione. –

Spiazzati, i suoi immediati collaboratori s’erano guardati in viso, senza articolar parola. Poi il Vicario aveva osservato:

– Giusto! Però, per il popolo san Calogero è il santo della povera gente, il santo miracoloso, il Taumaturgo.  Non c’è famiglia che non abbia un Calogero.Gli agrigentini credono, e nessuno può levarglielo dalla testa, che il santo sia nato proprio qui, nella grotta sulla quale è stata edificata la chiesa. San Calogero, tutti, nessuno escluso, lo sentono proprio, mentre san Gerlando, per quanto dottore della chiesa, è visto come il santo dei forestieri. –

Il vescovo, però, non ne aveva voluto sentire e aveva ordinato perentoriamente:

– Soltanto Pontificale in chiesa, la prima domenica di luglio – Niente luminarie, né giuochi d’artificio, offerte votive, processione. Il santo non si doveva muovere dall’altare.

La notizia, impetuosa e travolgente come il vento di tramontana, era corsa per tutti i quartieri. Così, già prima che la pastorale giungesse a destinazione, l’indomani, centinaia e centinaia di fedeli erano saliti alla cattedrale di San Gerlando, invadendo la via principale e la grande piazza del Seminario arcivescovile. Era una folla furente: uomini e donne, che chiedevano conto e ragione, che schiumavano rabbia da tutte le parti, con gli occhi accesi e frenetici, che la guardia municipale s’era guardata bene dal contrariare.

– State tranquilli – diceva il brigadiere, che intendeva smussare gli angoli – Tutto si risolverà… state calmi, niente colpi di testa. Sono anch’io uno dei vostri, che credete. Il vescovo è nuovo, non conosce ancora uomini e cose. Un conto è la religione in diocesi, un conto è quella di piazza. Loro lo sanno quanto amate san Calogero… –

Pur dando ascolto alla voce della saggezza, la gente non ne aveva voluto sentire di sgombrare il campo. Se guerra doveva essere, guerra sia, pensavano.Guerra dei nervi, si sperava, perché qualche esagitato disposto al peggio era presente. Il ragionamento, comunque, non faceva una grinza: tu mi togli san Calogero e io ti delegittimo san Gerlando.

– Abbasso san Gerlando! – qualcuno aveva gridato, con impazienza.

A quel grido, l’urlo della folla s’era levato unanime da tutte le bocche, alto e furioso come il mugghio possente d’una mandria di bufali.

– Abbasso san Gerlando! Abbasso san Gerlando! Viva san Calò! Viva san Calò…

Sbigottito, il Vescovo aveva rivolto uno sguardo pietoso al suo Vicario, quasi ad implorare una soluzione, che potesse trarlo d’impiccio.

– Voi capite – aveva detto, allargando le braccia – che non posso fare marcia indietro. La pastorale è già cosa notoria, ne va della mia credibilità.

Il Vicario, che nel frattempo aveva lungamente meditato, gli venne incontro.

– Non possiamo consentire che vi sia una guerra di santi – fece – Il popolo deve amare entrambi. Emaniamo una seconda pastorale, diciamo che vi erano giunte false informazioni sulla festa dello scorso anno, voci di miscredenti a mettere zizzania tra i due santi. Nessuno deve toccarli: entrambi proteggono la città e appartengono al popolo.

Così furono salvati capre e cavoli e san Gerlando riguadagnò credito, quantunque i benpensanti si meravigliassero, come soltanto in questo frangente il popolo si fosse ribellato e mai avesse alzato la cresta per i più gravi problemi sociali. Il culto di san Calogero tuttavia non ebbe mai eguali, come dimostrano i suoi miracoli accreditati dalle filastrocche popolari della gente in tutta la provincia.

 

San Calò di Agrigentu
i miraculi li fa a centu a centu

 San Calò di Naru
i miraculi li fa a migliaru

 San Calò di Favara
i miraculi li fa a cantara

 San Calò di Canicattì
i miraculi li fa a tri a tri

 San Calò d’a marina
i miraculi li fa a cufina

 San Calò d’Aragona
a ogni invocazioni miraculu dona

 San Calò di Cammarata
i miraculi li fa a tonnellata

 San Calò di Realmonti
i miraculi nun li conti

 San Calò di Sciacca
a fari miraculi nun si stacca

 San Calò di Santo Stefano di Quisquina
i miraculi li fa sira e matina

Tabella votiva miracoloTabella votiva miracoloTabelle votive 

PIRANDELLO E SAN CALOGERO

 Nel romanzo L’esclusa Luigi Pirandello descrive lungamente e magistralmente la festa di san Calogero, anche se i santi citati sono i martiri Cosimo e Damiano.

“Giunsero alla fine nella piazza davanti alla chiesuola, rigurgitante di popolo. Il baccano era enorme, incessante; la confusione, indescrivibile. S’erano improvvisate tutt’intorno baracche con grandi lenzuola palpitanti: vi si vendevano giocattoli e frutta secche e dolciumi, gridati a squarciagola… i gelataj coi loro carretti a mano parati di lampioncini variopinti e di bicchieri: – Lo scialacuore! lo scialacuore!…

Basilica di San Calogero, AgrigentoDeposto in mezzo alla navata centrale s’ergeva il fèrcolo enorme, massiccio, ferrato, per poter resistere alle scosse della disordinata bestiale processione…

La Commissione dei festajoli riceveva dai divoti l’adempimento delle promesse: tabelle votive, in cui era rappresentato rozzamente il miracolo ottenuto nei più disparati e strani accidenti, torce, paramenti d’altare, gambe, braccia, mammelle, piedi e mani…

Mano di pane, offerta votivaTabella votiva miracoloTabella votiva miracoloLe campane in alto sonavano a distesa su quel fermento, e le campane delle altre chiese rispondevano in distanza. A un tratto, tutta la folla si commosse, si sospinse premuta da mille forze contrarie, non badando agli urti, alle ammaccature, alla soffocazione, pur di vedere.

– Eccolo! Eccolo! Spunta!

Le donne singhiozzavano, molti imprecavano inferociti, divincolandosi rabbiosamente; tutti vociavano in preda al delirio. E le campane rintoccavano, come impazzite dagli urli della folla. Il fèrcolo irruppe a un tratto, violentemente, dal portone e s’arrestò di botto là, davanti alla chiesa.

– Largo! Largo! – si gridò da ogni parte, poco dopo. – La via al Santo! La via al Santo! La via al Santo!…

Cento teste sanguigne, scarmigliate, da energumeni, si cacciarono tra le stanghe della macchina, avanti e dietro. Era un groviglio di nerborute braccia, nude, paonazze, tra camìce strappate, facce grondanti, sudore a rivi, tra mugolii e aneliti angosciosi, spalle schiacciate sotto la stanga ferrata, mani nodose, ferocemente aggrappate al legno. E ciascuno di quei furibondi, sotto l’immane carico, invaso dalla pazzia di soffrire quanto più gli fosse possibile per amore del Santo, tirava a sè la bara, e così le forze si escludevano, e il Santo andava com’ebbro tra la folla che spingeva urlando selvaggiamente.

Agrigento, Festa di San CalogeroA ogni breve tappa, dopo una corsa, dai balconi, dalle finestre gremite, alcune femmine buttavano per divozione sul fèrcolo e su la folla, da canestri, da ceste, fette di pan nero, spugnoso.”

La festa di San Calogero (dal greco bel vecchio), dell’eremita nero, per alcuni venuto nel quarto secolo d.c. dalla Bitinia, per altri da Costantinopoli, è legata da sempre alla Sagra del grano, che cade nel fatidico mese di luglio e costituisce una sorta di ricorrenza panica, a celebrare e propiziare l’abbondanza.

Tabella votiva miracoloDa qui le offerte al Santo di sacchi di grano su mule parate, o di pane, anche in arti, per i miracoli ottenuti o semplicemente per atto di devozione, allo scopo d’ingraziarsi il Santo.

Mula bardata con sacchi di granoSono almeno otto giorni di festa (dalla prima alla seconda domenica di luglio) sentiti intensamente da tutta la popolazione, al limite del religioso e del godereccio. Tuttavia il culto del Santo rimane integro nell’animo agrigentino, come testimonia anche l’uso satirico che si faceva sul giornale popolare LA SCOPA.

Giornale agrigentino fino anni 70

 San Calogero

QUEL CHE VOLTAIRE S’E’ PERSO

 Leonardo SciasciaE di questo intreccio tra religiosità, credenza ed esplosione esistenziale, Leonardo Sciascia dà un saggio in un suo articolo intitolato Quel che Voltaire s’è perso, nel quale rievoca il miracolo della Maria Vergine del Monte.
Narra di un nobile Eugenio Gioeni da Castronovo, che andando a caccia in terre d’Africa, si rifugia in una grotta a causa d’un improvviso temporale, rinvenendo ivi la statua di una Madonna col Bambino. Il Gioeni la porta con sé, ma dopo essere sbarcato, è costretto a fare una sosta a Racalmuto per dissetarsi.

“Era un caldo meriggio del mese di maggio: a vedere quella statua coricata sul carro, vivida di colori, soavissima, la gente del paese accorse. Voci di stupore, invocazioni, preghiere: e ne giunse il brusio al Conte Ercole del Carretto, che stava a far la pennichella in una sala del castello. Ne domandò la ragione: e con scherani e paggi accorse anche lui. Folgorato dalla bellezza della statua, ne chiese il prezzo al Gioeni, che quasi se ne offese. Il conte offrì tanto oro quanto la statua pesava: e ancor più il Gioeni se ne sdegnò. Ordinò ai suoi di riaggiogare i buoi e di riprendere il cammino verso Castronovo: ma le ruote del carro, per quanti sforzi facessero i buoi pungolati a sangue e i famigli, non si mossero.. Credette il Gioeni i racalmutesi avessero artatamente immobilizzato il carro, diede di piglio alla spada, il del Carretto alla sua: ma mentre già le incrociavano la folla con tale impeto gridò al miracolo che le spade si abbassarono e i due signori, commossi, decisero con l’abbracciarsi. La Madonna aveva deciso di restare a Racalmuto, ospite di Santa Lucia – almeno provvisoriamente – e a dividere il patronato sul paese con santa Rosalia. Più tardi, le si riedificò una più vasta e ricca chiesa e, benchè come titolo ufficiale le restasse quello di compatrona, dimenticata fu santa Rosalia. E non solo le si dedicò, per tre giorni dell’ultima settimana di maggio, una rutilante, fragorosa, insonne festa.”

Ma la chiesa, che aveva faticato a costruire tale leggenda, la smontava poi ad opera di un ecclesiastico, padre Bonaventura Caruselli, autore di un libretto intitolato Maria Vergine del Monte in Racalmuto.
La quale leggenda per Sciascia era invero facilmente smontabile, considerata l’origine gaginiana della statua. La vicenda, avverte Sciascia, avrebbe interessato per la sua contraddittorietà Voltaire. Ma come per altri santi – conclude – che non ci sia la leggenda o miracolo, non nuoce per nulla alla festa: che c’è ancora. Voltaire avrebbe fatto un sorrisino sotto i baffi, per questo smacco al potere eclesiastico. E in effetti, la festa di santa Maria del Monte, festa omologa a quella di san Calogero, si svolge nello stesso periodo di luglio e celebra anche la Sagra del grano.

Racalmuto

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