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LA PROVINCIA DI AGRIGENTO
IL PIU’ IMPORTANTE CONTENITORE
CULTURALE, ARTISTICO, LETTERARIO
DEL MONDO

Leonardo Sciascia

Pirandello giovane a Roma Salvatore QuasimodoLuigi Pirandello, conferenza sulla poesia Luigi Pirandello, tesi di laureaAlessio Di Giovanni Luigi Pirandello


Luigi PirandelloLibretto iscrizione UniversitàDiploma di laurea di PirandelloPirandello studente a Bonn Leonardo Sciascia                 

Cratere di Eracle e Nesso (475-450 a.c.)



Agrigento Tempio della Concordia Agrigento, Tempio di ErcoleAgrigento, Tempio dei Dioscuri I Racconti di Giuseppe Tomasi





Empedocle di AgrigentoPirandello autoritratto 2 Tomasi di LampedusaBallo per le vie cittadineLeonardo Sciascia







E’ inconfutabile: non esiste al mondo una città uguale ad Agrigento, nella quale si è concentrato il più ricco patrimonio culturale, artistico, letterario della Terra. Patrimonio dell’Umanità per la mitica Valle dei Templi, Agrigento ha dato i natali al Premio Nobel, Luigi Pirandello e, prima di lui, al celeberrimo filosofo della Natura, Empedocle, grande poeta e tragediografo, medico e ingegnere, biologo e farmacista. Nella vicina Racalmuto è nato Leonardo Sciascia, lo scrittore della Ragione del Secolo Breve. La vocazione letteraria di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è legata indissolubilmente ai luoghi del Gattopardo e dei Racconti, e cioè a Palma di Montechiaro e a Santa Margherita Belice, paesi dell’agrigentino. Anche l’apprendistato poetico dell’altro Premio Nobel siciliano, Salvatore Quasimodo, ha preso le mosse dalla valle del Platani di Agrigento, dove trascorse la fanciullezza, che lo marchiò  a fuoco, ispirandone il canto: gli accenti classici, assimilati tramite il paesaggio agrigentino dell’interno e della costa, non furono mai abbandonati.  Ad Agrigento e ai suoi luoghi si ispirarono, nell’antichità, Pindaro, Simonide di Ceo, Bacchilide, che ivi soggiornarono lungamente. Gorgia da Lentini fu scolaro di retorica del grande Empedocle. La parlata di Girgenti – come dimostra Pirandello nella sua tesi di laurea discussa a Bonn – è il dialetto siciliano che più si avvicina alla lingua italiana. Assieme allo stesso Pirandello,  Alessio di Giovanni – nato nella vicina Cianciana – fu un autorevole cultore del dialetto, teorizzandone anche gli aspetti di vera lingua.  

 
LE RADICI DI EMPEDOCLE

Empedocle di AgrigentoDiogene Laerzio riferisce nelle Vite dei Filosofi che Empedocle (492-420?) nacque a Akragas da famiglia illustre. Il nonno Empedocle era stato allevatore di cavalli e aveva vinto nella LXXI Olimpiade col celete (carro con un solo cavallo). Si dice che anche Empedocle il filosofo e il padre Metone avessero primeggiato alle olimpiadi. Ma ciò è naturale, perché a scendere in campo agonisticamente erano giovani dipendenti delle famiglie aristocratiche, mentre ai nobili andavano i meriti.
Empedocle fu discepolo di Parmenide di Elea (qualcuno dice anche di Pitagora), ma dalla sua concezione monistica si discostò per la pluralità degli elementi, le quattro radici (acqua, terra, fuoco, aria) che contraddistinsero la sua filolosofia della natura. Due forze opposte vitali, Odio ed Amicizia, a seconda del loro prevalere, determinavano la combinazione o lo scioglimento degli elementi. Scrisse due opere filosofiche: Sulla natura e Purificazioni, di cui restano soltanto frammenti. Sulla natura Empedocle spiega la sua concezione filosofica al discepolo Pausania, mentre nelle Purificazioni, a guisa di Pitagora, traccia la palingenesi dell’anima che passa di stato in stato per ritornare all’eterno, trascorse tre volte diecimila stagioni.  
La tradizione l’accredita di un Proemio ad Apollo, di una Spedizione di Serse, di numerosissime tragedie: opere andate perdute (o forse, si dice,  distrutte dalla sorella).
I frammenti rimasti sono, tuttavia, un raro esempio d’altissima poesia d’impronta omerica.

Lucrezio nel Libro I del De rerum natura (Della natura delle cose, versi dal 705 al 829) enuncia la teoria pluralista empedoclea sulla nascita delle cose.

 

Et qui quattuor ex rebus posse omnia rentur
ex igni terra atque anima procrescere et imbri,
quorum Acragantinus cum primis Empedocles est (…)
carmina quin etiam divini pectoris eius
vociferantur et exponunt praeclara reperta,
ut vix humana videatur stirpe creatus.

 

E coloro che da quattro cose pensan che tutto
(da acqua terra e soffio e pioggia) possa accrescersi:
e di questi, tra i primi c’è Empedocle di Agrigento(…)
e davvero i canti del suo divino intelletto
declamano a gran voce, e spiegano luminose scoperte,
sì che appena egli sembri di stirpe umana creato.

Ammiratore convinto ed entusiasta della poesia di Empedocle, Lucrezio ne esalta l’immortalità del canto, approfondendone anche la concezione filosofica.
Della terra akragantina, Empedocle colse il senso del tragico, gli umori delle fazioni politiche, le lotte incessanti tra aristocratici e democratici. Si dice che abbia riassunto tutto ciò in Scritti politici. Grande viaggiatore, raggiunse l’Egitto (e forse la Mesopotamia e l’India), dove studiò medicina nei sacri recinti dei templi di Eliopoli. Ritornato in patria, fondò una scuola di medicina e una di retorica. Suoi discepoli furono Gorgia di Lentini, Corace e Tisia.
Grande democratico, dal popolo gli fu offerto il governo della polis. Vi rinunciò,  a vantaggio del reggimento democratico dei Mille, da lui insediato alla guida della città. A seguito della restaurazione di un governo aristocratico fu esiliato, ritirandosi nel Peloponneso. Dice la leggenda che sia morto, cadendo nel cratere dell’Etna, accidentalmente o per suicidio rituale. Famosa la definizione sui suoi concittadini:

“Gli agrigentini costruiscono come se non dovessero mai morire e mangiano come se dovessero morire l’indomani”

  
PINDARO E IL MITO

I Telamoni del Tempio di Zeus di AgrigentoPindaro (nt. 522 o 518 a Cinocefale, mt. ad Argo 443 o 442) fu ad Agrigento,  alla corte di Terone, divenendo il poeta della polis e il cantore del reggimento aristocratico-oligarchico e dei suoi valori: la ricchezza, le glorie, la prestanza fisica, le vittorie agonistiche. Cuore delle sue odi fu il mito, che aveva lo scopo di celebrare ciò che è grande, eroico, divino. La musica, che accompagnava tutte le sue odi, rendeva la sua poesia unica, sublime. C’è chi definisce Pindaro poeta arcaico, tradizionale, magniloquente e c’è chi l’ha ritenuto “poeta a chiave”, simbolista, impressionista. Certo sono famosi i suoi “voli pindarici” e taluni pensieri che mostrano approfondimenti anche filosofici. Ma la vera natura di Pindaro, secondo la critica, resta quella capacità di rappresentare e celebrare ciò che è epico, evocativo, sublime. E’ un poeta comunque che andrebbe ristudiato al di là del contesto storico in cui si muoveva.
Dei fasti agrigentini rappresentò ed esaltò il mondo aristocratico di una città-stato che, assieme a Siracusa, diventò grande e famosa e trionfò nella battaglia d’Imera, sconfiggendo i cartaginesi, tradizionali rivali nel dominio del Mediterraneo. Poeta vate, quindi, dell’aristocrazia, valore assoluto della società di allora. Egli paragonò Terone di Agrigento al divino Eracle:

 

Se l’acqua primeggia
e tra i beni l’oro è il più venerabile,
ora al confine estremo Terone approda,
e da meriti propri sbarca alle colonne di Eracle.
Oltre è precluso a saggi e non saggi.
Io non voglio provarci. Sia folle, prima!

Cantò anche la vittoria olimpica del figlio di Terone, Senocrate, vincitore alle olimpiadi con il carro.

 Numismatica agrigentina

Numismatica agrigentinaUdite: il campo di Afrodite
occhi vivaci o delle Grazie
noi ariamo, muovendo al tempio
ombelico della terra altitonante;
qui, agli Emmenidi felici, alla fluviale Agrigento
e a Senocrate per la vittoria pitica
è costruito, nella valle ricca d’oro
di Apollonia, un tesoro d’inni,
che mai la pioggia invernale
– esercito irruento e spietato –
nuvola risonante, né il vento con detriti
confusi, percuotendolo, mai sospingeranno
negli abissi del mare…

 

Come tutti i poeti del tempo non si volle esimere dal pronunciare aforismi, di cui ricordiamo una perla di saggezza:

 “L’unico vero giudice della verità è il tempo”

 

SIMONIDE DI CEO
LE NENIAE CEAE

Filosofia greca Più vecchio di Pindaro, Simonide di Ceo (556-467) fu nello stesso periodo alla corte di Terone ad Agrigento, di cui divenne il poeta “nazionale”, non senza contrasti con il suo rivale più giovane. Simonide s’impose per la sua fedeltà al regime teroniano, fino a morire nella città dei templi. La grandezza di Simonide fu indiscussa, tanto da primeggiare a ottant’anni in una gara poetica con un ditirambo, anche se gli fu sempre preferito il rivale Pindaro. I suoi epinici che celebravano i trionfi agonali furono all’altezza di  quelli di Pindaro, tuttavia se ne distinsero per un più terrestre senso religioso. Simonide è, tuttavia, più ricordato per il valore epigrammatico di un filone della sua poesia e per i canti funebri, in cui evidenziava il pathos del suo canto, che passò alla storia letteraria con il nome di lacrime simonidee, Neniae Ceae.

 

Volo di mosca 

Poi che uomo tu sei,
non dire ciò che avverrà domani

 e poi che hai visto un essere felice,
non dire quanto tempo durerà:

 volo di mosca,
che l’ali ha sottili,
non è altrettanto veloce
quanto il mutamento di fortuna.

 

BACCHILIDE
IL DESTINO DELL’UOMO

 Agrigento, Cratere a figure rosse

In Bacchilide (507?-431?) la grandezza del mito è frammisto alla caducità della vita e alla temporaneità dell’esistenza. La gloria, la felicità umana e lo stesso canto del poeta appaiono transeunti. Questi furono gli elementi distintivi rispetto alla ispirazione eternante delle composizioni di Pindaro, del quale il poeta di Ceo fu un grande rivale. Introdotto a corte da Simonide – zio per parte di madre -, Bacchilide fu, oltre che a Siracusa, ad Agrigento, nello stesso periodo di Simonide e di Pindaro. Bacchilide fu tacciato ingiustamente di mediocrità, forse dalla fazione che parteggiava a spada tratta per Pindaro. Tuttavia, è indubbia la sua capacità a cantare e a mitizzare l’impresa olimpica, pur cogliendone la componente emozionale del momento e rendendola più umana e terrestre. E di questa pensosità esistenziale citiamo:

 Per l’uomo meglio non essere nato,
non aver mai visto la luce del sole;
ma nessun profitto c’è nei lamenti;
dobbiamo dire piuttosto
ciò che è destinato a compirsi.
C’è nella casa del coraggioso Eneo
una figlia vergine, che ti assomigli?

Di lei sarei lieto di fare la mia splendida sposa.

 Simposio

GORGIA IL SOFISTA 

Cratere di Eracle e Nesso (475-450 a.c.)Singolare è la figura di Gorgia da Lentini (485-385), grande maestro dell’arte retorica. Come i siracusani Corace e Tisia, Gorgia fu alla scuola agrigentina di Empedocle. Empedocle, oltre ad essere un filosofo della natura, era un grande retore.
E’ famoso il rimprovero di Empedocle alla iattanza di Gorgia:

“Da te dovrei pretendere cinquanta per insegnarti a parlare, e cinquanta per insegnarti a tacere”

Pare anche che Gorgia fosse renitente ad accettare la filosofia della natura del suo maestro, dedicandosi al virtuosismo della parola, che tutto può dimostrare, come affermò nell’opera Elena:

“La parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare gioia, e ad aumentare pietà”

Se è vero che i sofisti seppero riportare il filosofare sul terreno dell’umano (umanizzazione della cultura) e della dialettica, essi basarono il loro linguaggio prevalentemente sul momento irrazionale del profitto e della forza come primario nell’ordine sociale, trascurandone le esigenze etico-storiche.

Asinello

LA PIU’ BELLA CITTA’ DEI MORTALI

 

Agrigento Tempio della Concordia Akragas fu definita da Pindaro “la più bella città dei mortali”. Non fu un giudizio settario, il suo, perché la polis akragantina con Terone era assurta a grande potenza del Mediterraneo e all’indomani della battaglia di Imera (480), che aveva visto le forze agrigentine-siracusane sconfiggere i Cartaginesi, era diventata città molto opulenta e crocevia dei traffici del mondo allora conosciuto. La bellezza del suo porto e dei suoi splendidi e numerosi santuari ne fecero un luogo leggendario e meta ambita di commercianti e poeti. Per celebrare la vittoria, Terone fece edificare il gigantesco Tempio di Giove Olimpico, che rimase tuttavia incompiuto. Passò anche alla storia la proverbiale concordia agrigentina e il culto dell’accoglienza nei confronti dei forestieri, come testimonia la figura dell’albergatore Gellia.

 Agrigento, Tempio di Ercole

Agrigento, Tempio dei Dioscuri Pirandello al tempio della ConcordiaTempio della Concordia, AgrigentoAgrigento, Tempio di Castore e PolluceIl chiostro del monastero di S.SpiritoCapo Rossello (Ag)

LUIGI PIRANDELLO
LA COMMEDIA DI VIVERE

Pirandello autoritratto 1Pirandello autoritratto 2  
Il giudizio di regionalismo o di folclorismo, affibbiato all’opera di Pirandello, da parte di alcuni critici, tra i quali Gramsci, appare datato, riduttivo e improntato ad un aspetto  assai circoscritto dell’arte del Premio Nobel. Non sussistono ormai dubbi sullo spessore europeo di Pirandello, che nel periodo della formazione a Bonn venne a contatto con la grande filosofia tedesca, che ne impregnò definitivamente il modo di essere. Tuttavia, è indubbio che Pirandello abbia attinto dalla realtà della sua terra tipi e casi, riuscendo con il suo umorismo a trasformarli in rappresentazioni poetiche universali. Secondo la citazione epigrammatica di Simonide di Ceo “la città è maestra dell’uomo”, Pirandello fa assurgere la sua terra ad universo, riprendendo le categorie primigenie ivi esistenti, del dramma e di quella tragicommedia che è il vivere del siciliano e in particolare dell’agrigentino.
La commedia è un genere letterario che Pirandello trova quasi per partenogenesi, e le sue novelle possono considerarsi un itinerario naturale verso il teatro, laddove doveva esplodere, irreversibilmente, tutta la sua arte. Non ci sarebbe stato il teatro pirandelliano, se non fosse esistito Pirandello novelliere. Si può dire che per Pirandello il teatro è la vita, e la vita il teatro; e “la vita o si vive o si scrive”, o forse si scrive, vivendola o si vive scrivendola.  

 Casa Natale di Pirandello oggi

LA PARLATA DI GIRGENTI

A Bonn

A  seguito del contrasto con il suo docente di latino, Onorato Occioni, Preside della facoltà di lettere dell’Ateneo romano, a Pirandello fu consigliato da parte di Ernesto Monaci di andare a Bonn per proseguire gli studi filologici. Fu raccomandato da Monaci a Wendelin Foerster, il quale era interessato ai dialetti siciliani e sardi.

“Presi nel marzo del 1891 la laurea di dottore di filologia romanza con grande soddisfazione dell’indimenticabile mio maestro romano Ernesto Monaci ed il seguente anno scolastico restai ancora a Bonn in qualità di Lector di lingua italiana nell’Università”

Luigi Pirandello, tesi di laureaLa tesi di Pirandello “Laute und Lautentwickelung der Mundart von Girgenti” (Suoni e sviluppi di suoni della parlata di Girgenti) venne accolta positivamente.
La parlata di Girgenti secondo Pirandello è la più pura e quella che più si avvicina alla lingua italiana, sulla cui origine aveva idee abbastanza chiare e non lungi dal vero.

“Dire che la lingua italiana l’abbia fatta Dante levando il parlar fiorentino a dignità di lingua o sposando, per dirla con l’Ascoli, il tipo fonetico, il tipo morfologico e lo stampo sintattico del linguaggio di Firenze al pensiero italiano, è così grande errore come sarebbe per esempio affermare che la lingua tedesca l’abbia fatta Lutero traducendo la Bibbia nella lingua della cancelleria di Sassonia. La verità è che così l’uno come l’altro non hanno fatto che proporre con le loro opere immortali un tipo, a cui letterariamente si son venuti adattando tutti gli altri parlari, recandovi ciascuno il proprio contributo”

 

Leonardo SciasciaLEONARDO SCIASCIA
RAGIONE E SAGGEZZA

Grazie a Leonardo Sciascia (1921-1989), Racalmuto viene identificato come il paese della Ragione. Sciascia trova proprio nella sua terra, soprattutto nel mondo contadino, un’antica saggezza che gli fornisce una potente chiave di lettura della realtà. La sua lente osserva secondo un proposito già tracciato:

“Le cose che scrivo partono sempre da un’idea e si svolgono su uno schema. Voglio “dimostrare” qualcosa servendomi della rappresentazione di un fatto immaginato o inventato; e dico inventato nel senso di trovato nella storia e nella cronaca”  

La scrittura per Sciascia è memoria, memoria delle cose “trovate”, soprattutto dei primi dieci-dodici anni di vita, come soleva affermare. Come il contadino, che era avvezzo a lavorare e a formarsi una sua coscienza alla luce del sole, egli con la scrittura fa emergere la realtà, verità o impostura non importa, perché la Ragione deve tutto rivelare, vero e falso. E nel rivelare l’ingiustizia e la prevaricazione, l’intolleranza e la disumanità, non c’è la sconfitta della Ragione, ma anzi il suo trionfo. E’ sempre la Ragione che rivela la realtà effettuale (verità o menzogna): sta all’uomo ritrovare la sua umanità per sconfiggere il male. E in questo senso la Sicilia – e i suoi mali – diventano metafora del mondo.

Racalmuto Castello Chiaramontano

I LUOGHI DI TOMASI DI LAMPEDUSA

Tomasi al monastero di Palma Montechiaro

Palma di Montechiaro

 Palma di Montechiaro (Ag)

La Beata Corbera Quale valore assumono i luoghi nell’economia del capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), Il Gattopardo, e nell’altro suo libro I racconti?
Tanto, tantissimo. La cura ambientale e descrittiva del Gattopardo, unitamente alle rievocazioni di Ricordi d’infanzia ci danno la chiave di un mondo in dissoluzione e in disfacimento, ineluttabilmente perduto, a più rimarcare il dramma del declino irreversibile del ceto aristocratico.

“Anzitutto la nostra casa. La amavo con abbandono assoluto. E la amo ancora adesso quando essa da dodici anni non è più che un ricordo”

Questo era il legame di Giuseppe Tomasi di Lampedusa con i luoghi della sua infanzia, un legame forte, totale, che gli diede l’incentivo a creare i suoi capolavori. Senza la casa e il castello di Palma di Montechiaro, la Donnafugata gattopardiana, e la grande casa di Santa Margherita Belice, la preferita dei Ricordi, non ci sarebbe stata la grande creazione del Gattopardo. Troppi, essenziali sono i collegamenti intimi dell’infanzia di Tomasi con i filoni ispiratori delle vicende del romanzo. Nulla osta quindi a concludere che lo scrittore non si sarebbe mai imbarcato per un viaggio così importante all’interno della sua anima e della sua cultura, se non avesse mai sperimentato il viaggio in quelle contrade, che nelle sue opere diventa il “viaggio della memoria”.

Santa Margherita Belice

“Il fascino dell’avventura, del non completamente comprensibile che è tanta parte del mio ricordo di S.Margherita, cominciava con il viaggio per andarvi”

 Viaggio nella memoria, nell’anima, nella vita, con e nella scrittura. E per questo si può affermare che i luoghi tomasiani della provincia di Agrigento costituiscono la chiave di volta per comprendere nella sua vera essenza la reale statura del Gattopardo e dei suoi personaggi.

 Tomasi Palazzo Filangeri Cutò


SALVATORE QUASIMODO
NELLA VALLE DEL PLATANI

Salvatore Quasimodo 

…Forse
dà fiato dai pianori d’Acquaviva,
dove il Plàtani rotola conchiglie
sotto l’acqua fra i piedi dei fanciulli
di pelle uliva…

La poesia di Salvatore Quasimodo (1901-1968) appare scandita dai temi della propria terra, come perdita del paradiso perduto e dell’innocenza, che viene tradita e disillusa dalla brevità della vita umana, consumata nella società metropolitana.
La Valle del Platani, fiume che scorre per la quasi totalità in territorio agrigentino, segnò con il suo paesaggio la sua ispirazione poetica, dalla quale mai riuscì a distaccarsi, rimanendone sempre smarrito:

…La ragazza seduta sull’erba alza
dalla nuca i capelli ruvidi e ride
della corsa e del pettine smarrito…

(Tempio di Zeus ad Agrigento)

 Ma il presagio della morte atterrisce:

…Il telamone è qui, a due passi
dall’Ade (mormorio afoso, immobile),
disteso nel giardino di Zeus…

(Tempio di Zeus ad Agrigento)

Agrigento, Telamone, Tempio di Giove

 Il tempo rode persino il cuore dei giganti di dura selce:

 

Là dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui
in corsa lungo le pianure, vento
che macchia e rode l’arenaria e il cuore
dei telamoni lugubri, riversi
sopra l’erba…

(Strada di Agrigentum)

 

 Salvatore Quasimodo, Michele Lizzi

‘NFERNU VERU, DI ALESSIO DI GIOVANNI

 

Alessio Di GiovanniLeonardo Sciascia così dice di Alessio Di Giovanni (1872-1946) ne La corda pazza

 “…di questa galera che è la zolfara, il poeta che più realmente e intimamente ne abbia vissuto il travaglio, la tragedia, è senza dubbio Alessio Di Giovanni”

Il dialetto di Alessio Di Giovanni, agrigentino di Cianciana, sembra il più indicato a rappresentare il grido di dolore di un mondo di rinuncia, di abiezione, di segregazione, un mondo infernale d’oscurità e di miseria, dove la vita conta poco, anzi niente.

 Scinninu a la pirrera cu li spicchia
nmanu comu l’armuzzi dicullati
quannu a la notti so, ntra canti e picchia
vannu a li casi di l’appuriatu

 Scinninu pi na scala ca scruciddia
cu l’altri ni lu scuru nabissati
scinninu adaciu e ad ogni tanticchia
ringrazianu di Diu la gran buntati

 Ma cumincianu doppu lu travagliu
ca li strudi l’ammazza e li ruvina
vastinniannu ddu Diu ca l’hà criati

 E fannu di ddi timpi lu bersagliu
di l’odiu ca li coci e li nvilina
poviri carni umani sfracillati!…

Disastro miniera Cozzo Disi 1913Un dialetto, quello di Alessio Di Giovanni, tra i più puri, che scaturiva da uno studio profondo della lingua siciliana. Di Giovanni criticò anche Verga a proposito del dialetto, di cui rivendicò, sulla falsariga di Pirandello, la purezza contro le contaminazioni che se ne facevano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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