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IL SIGNORE DELLA NAVE

LCONSUMISMO E SENTIMENTO RELIGIOSO
IN PIRANDELLO

Luigi Pirandello C’è una tradizione agrigentina di cominciare a consumare la salsiccia a settembre, quando il tempo comincia a rinfrescare, tradizione rinvenibile in una mirabile novella di Pirandello Il Signore della Nave, uscita sulla rivista Noi e il mondo nel 1916 e nel 1917 nella raccolta E domani , lunedì  (ed. Treves, Milano), nonchè nel 1928 in Candelora (ed. Bemporad). Da questa novella Pirandello ricavò l’atto unico “La Sagra del Signore della Nave” (ed. Bemporad, 1925) rappresentato per la prima volta nello stesso anno.
Con il suo caratteristico umorismo Pirandello nel breve bozzetto disegna due mondi: quello dei porci che vanno grassi e ben pasciuti all’immolazione della Sagra e quello degli uomini che si recano alla Festa paesana per consumare il porco con il loro carico di pensieri.
Tutto nasce dalla polemica tra il narrante e l’interlocutore, il signor Lavaccara, sull’intelligenza. Il Lavaccara loda il suo porco grasso, a cui sembra mancare soltanto la parola; mentre il narrante ribatte  che  il porco non può essere intelligente, perché se fosse consapevole d’ingrassare per essere scannato e divorato dall’uomo, si rifiuterebbe di mangiare e tenderebbe alla magrezza, che lo manterrebbe indenne dal sacrificio.

“Questione di logica, signori. E poi qui è in ballo la dignità umana che mi preme salvare ad ogni costo, e non potrei salvarla se non a patto di convincere il signor Lavaccara e tutti quelli che gli danno ragione, che i porci grassi non possono essere intelligenti, perché se questi porci parlano tra sé come il signor Lavaccara pretende e va dicendo, non essi, ma la dignità umana appunto sarebbe scannata in questa festa del Signore della Nave”

L’umorismo del contrario tra grassezza e magrezza, intelligenza e ottusità, si sviluppa anche attraverso le fattezze fisiche di pachiderma e il nome del “personaggio” Lavaccara (che ricorda la vacca) e la magrezza del Signore della Nave.

Giuseppe Forte, Crocifissione Ci deve essere, se si chiama così questo Signore, qualche storia o leggenda ch’io non so. Ma certo è un Cristo che, chi lo fece, più Cristo di così non lo poteva fare; ci si mise addosso con una tale ferocia di farlo Cristo, che nei duri stinchi inchiodati su la rozza croce nera, nelle costole che gli si possono contare tutte a una a una, tra i guidaleschi e le lividure, non un’oncia di carne gli lasciò che non apparisse atrocemente martoriata… Quando però si dice, esser Cristo e amare l’umanità! Pur trattato così, fa miracoli senza fine questo Signore della  Nave, come si può vedere dalle cento e cento offerte di cera e d’argento e dalle tabelle votive che riempiono tutta una parete della chiesetta…

Umanità, dignità umana, sentimento religioso sono termini che per Pirandello si andavano corrodendo, proprio perché le antiche tradizioni venivano adulterate dal facile consumismo, mentre l’intelligenza umana, dono divino, avrebbe dovuto guidare l’umanità alla temperanza.

L’uomo a mano a mano, col progredire della civiltà, si fa sempre più debole, perde sempre più, pur cercando di acquistarlo meglio, il sentimento religioso

La baldoria del consumismo, preconizzata da Pirandello, sempre più contagiosa e totale, appare a posteriori d’impronta postmoderna:

Quante baracche improvvisate con grandi lenzuola palpitanti, nello spiazzo davanti la chiesa di San Nicola, attraversato dallo stradone!
Taverne all’aperto; tavole, tavole e panche;  caratelli e barili di vino; fornelli portatili; banchi e ceppi di macellai. Un velo di fumo grasso misto alla polvere annebbiava lo spettacolo tumultuoso della festa

Museo Archeologico d

 La festa consumistica, però, non elimina il senso di colpa dell’uomo:

Non erano però grida giulive, di festa, ma grida strappate dalla violenza d’un ferocissimo dolore. Oh sensibilità umana! I venditori ambulanti, gridando la loro merce; i tavernai, invitando alle loro mense apparecchiate; i macellai, ai loro banchi di vendita, intonavano il bando, senza forse saperlo, su le strida terribili dei porci che là stesso, in mezzo alla folla, erano macellati, sparati, scorticati, squartati. E le campane della gentile chiesina ajutavano le voci umane, rintronando all’impazzata, senza posa, a coprire pietosamente quelle strida 

E in questo folleggiare consumistico, non dissimile da quello attuale dei nostri giorni, ecco la morale umoristica della favola pirandelliana, che suona da monito per tutte le epoche:

– Morire scannate è niente, o stupidissime bestie! – io allora esclamai, trionfante, – Voi, o porci, la passate grassa e in pace la vostra vita, finchè vi dura. Guardate a questa degli uomini adesso! Si sono imbestiati, si sono ubriacati, ed eccoli qua che piangono ora inconsolabilmente, dietro a questo loro Cristo sanguinante sulla croce nera! eccoli qua che piangono il porco che si sono mangiato! E volete una tragedia più tragedia di questa?”

(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

 

 

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