Tag

, , , , , , , , , , , , , , , ,

Normal
0
14

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;}

OGGI LA LIBERTA’

liberazione gabbianoLiberazione tartaruga a Siculiana Marina Libro sulla libertà dellC’è un titolo di un libro, scritto a quattro mani da Dominique Lapierre e Larry Collins, nel quale si narra l’acquisizione della libertà da parte del subcontinente indiano, nonchè l’opera di Gandhi e del gandhismo, che si presta in maniera significativa ad esprimere il concetto dell’ “hic et nunc” della libertà: Stanotte la libertà.

Libertà arieggia uno status, è sempre “essere liberi da”, capacità di sviluppare una tendenza propria. Per gli animali esistono “riserve libere” e la possibilità di dispiegarsi in accordo con la propria specie, di essere “esseri naturali”, di realizzare la propria natura. Un gabbiano in una gabbia o un pesce sulla riva non sono naturali, né liberi. Si tratta, dunque, di poter vivere in conformità alla propria natura, come veniva definita dai greci la libertà con il termine eleutheria.

C’è un passo di Voltaire nel Dizionario filosofico, alla voce Bétes, che sintetizza questa naturale propensione:

 

“Che vergogna, che miseria, aver detto che le bestie sono macchine prive di conoscenza e di sentimento, che compiono sempre le loro operazioni nella stessa maniera, che non imparano niente, ecc.”

 

Parlando dell’anima, Voltaire poi conclude:

 

“Ma chi fa funzionare il soffietto degli animali? Ve l’ho già detto: colui che fa muovere gli astri”

 

Quindi, “un’umanità” degli animali, che fece dire a Friedrich Nietzsche, in Umano, troppo umano II:

 

“Con sguardi, suoni e atti, molti animali stimolano l’uomo a immaginare se stessi in loro, e molte religioni insegnano a vedere in certi casi nell’animale la dimora di anime di uomini e di dei: ragion per cui raccomandano in genere più nobile attenzione, anzi rispettoso timore, nel modo di trattare gli animali”

 

SEDICI GABBIANI E UNA TARTARUGA

Spiaggia di Siculiana Marina Una delle spiagge più belle di Agrigento è quella di Siculiana Marina (a venti minuti dal capoluogo): un mare incontaminato e una natura alle spalle, ancora selvaggia e cattivante.

E’ ai piedi del promontorio di Monte Stella, che chiude la baia, in questa oasi naturalistica, che il CTS di Cattolica Eraclea, diretto dal veterinario Calogero Lentini, coadiuvato dal fratello Davide, laureando in scienze naturali, ha stabilito di liberare 16 gabbiani e una tartaruga caretta caretta.

Calogero Lentini, Veterinario Dirigente CTS Davide Lentini del CTSUna fase della liberazioneE’ stato un vero evento, perché i gabbiani erano rimasti in cura al Centro, tra la vita e la morte, per essersi avvelenati, trovando cibo in una zona dove dei malfattori avevano dolosamente avvelenato numerosi cani.

Gabbiani appena liberatiCTS, Centro recupero Cattolica Eraclea

Quella del CTS di Cattolica Eraclea è un’attività molto importante; il centro, adeguatamente attrezzato, ha avuto in cura numerose tartarughe, che rimangono ferite negli ami dei pescatori, e altri uccelli stanziali (consulta la categoria DEDALO della mia homepage, per saperne di più su una precedente liberazione a Eraclea Minoa e vedere numerose foto).

 CTS, Centro recupero Cattolica Eraclea

CTS, Centro recupero Cattolica Eraclea

BAUDELAIRE E L’ALBATRO

 

Per dilettarsi, sovente, le ciurme

catturano degli albatri, grandi uccelli marini,

che seguono, indolenti compagni di viaggio,

la nave che scivola sugli abissi amari.

Non appena li hanno deposti sulla tolda,

questi re dell’azzurro, maldestri e vergognosi,

abbandonano miseramente le grandi ali bianche

come remi che strisciano inerti ai loro fianchi.

Quel viaggiatore alato, com’è squallido e goffo!

Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto!

Uno gli stuzzica il becco con la pipa,

l’altro imita, zoppicando, l’infermo che volava!

Il poeta è simile al principe delle nubi

che sfida la tempesta e si ride dell’arciere:

ma esiliato in terra in mezzo agli sberleffi,

le sue ali di gigante gli impediscono di volare.

 

Nell’Albatro, poesia contenuta nella celeberrima raccolta “I fiori del male”, 1857, Charles Baudelaire (nato nel 1821 e morto nello stesso anno 1867, in cui nasceva Pirandello) riprende il grande significato della libertà degli uccelli, nonché della condizione innaturale di cattività o di sacrificio, ai quali, assai spesso, vengono assoggettati. Il parallelismo dell’alcione, principe dei nembi, con il poeta, padrone della sua creazione e del suo canto, testimonia “metaforicamente” il vero significato della libertà “naturale” degli animali e del modo di essere dell’artista, non compreso quest’ultimo dalla società, con la quale viene in conflitto a causa della sua libera espressione.

 

PIRANDELLO E IL FILO D’ERBA

 

Pirandello autoritratto 2 Il naturale anelito al volo e alla libertà, Luigi Pirandello lo rappresenta in modo esemplare nella novella Fuoco alla paglia, 1905:

 

“- Cacciamo via, ora! cacciamo via! Libertà!, Libertà! Sciò! sciò! sciò!

Gli uccelli, da più mesi lì imprigionati, in quel subitaneo scompiglio, sgomenti, sospesi sul fremito delle ali, non seppero in prima spiccare il volo: bisognò che alcuni, più animosi, s’avventassero via, come frecce, con uno strido di giubilo e di paura insieme; seguiron gli altri, cacciati, a stormi, a stormi, in gran confusione, e si sparpagliarono dapprima, come per rimettersi un po’ dallo stordimento, su gli scrimoli dei tetti, su le torrette dei camini, su i davanzali delle finestre, su le ringhiere dei balconi del vicinato, suscitando giù, nella strada, un gran clamore di meraviglia…”

 

E’ un sentimento umano, naturale, quello degli uccelli, che impossibilitati a volare si sentono imprigionati in una trappola, come gli uomini, e ne vorrebbero uscire imperiosamente, ma che assai spesso non ne sanno o non ne vogliono uscire, esattamente come gli uomini, catturati da un indefinibile meccanismo perverso:

 

“Ma la passeretta – chi sa perché! – non aveva voluto prendere il volo. Per due giorni lo sportellino era rimasto aperto. Accoccolata sulla bacchetta, sorda agli inviti dei passeri che la chiamavano dai tetti vicini, aveva preferito di morir lì, nella gabbia, mangiata da un esercito di formiche, venute su per il muro da una finestrella ferrata del pianterreno… Quella passeretta era stata uccisa dalle formiche in una notte, sciocca, per non aver voluto volare” (Luigi Pirandello, Volare, novella, 1907)

 

E’ questo vivere, libero e naturale, a cui aspira Tommasino Unzio, un giovane spretato che ha perso la fede, nella novella pirandelliana “Canta l’Epistola”, 1911:

 

 “Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta;  non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri; senza più nulla che desse senso e valore alla propria vita”

 

La volontà di potenza dell’uomo è smisurata, fino a voler sfidare “macchinosamente”  e superbamente gli uccelli:

 

Pirandello al lavoro“Oh ambizioni degli uomini! Che grida di vittoria, perché l’uomo s’era messo a volare come un uccellino! Ma ecco qua un uccellino un uccellino come vola: è la facilità più schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioja. Pensare adesso al goffo apparecchio ingombrante, e allo sgomento, all’ansia, all’angoscia mortale dell’uomo che vuol fare l’uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta, il motore s’arresta; addio uccellino”

 

Ma di fronte all’enorme mondo, alla vacuità del mondo, l’uomo non si rende conto di nascere, piccolo e precario, in un piccolissimo spazio, per una volta sola.

 

“Formichetta, si nasceva, e moscerino, e filo d’erba. Una formichetta, nel mondo! nel mondo, un moscerino, un filo d’erba. Il filo d’erba nasceva, cresceva, fioriva, appassiva; e via per sempre; mai più, quello; mai più!”

 

Il Caos, Luigi PirandelloE  Tommasino Unzio, che in campagna, immerso nella natura, vede crescere amorosamente un filo d’erba o lo vede strappato dal suolo dalle mani sacrileghe di una donna ignara, si ribella accusandola di stupidità. E infine si lascia uccidere in duello dal fidanzato e, morente, al suo confessore, che lo crede in delirio, dirà:

 

– Padre, per un filo d’erba…

 

 

 

 

(Ubaldo Riccobono, ogni diritto riservato)

 

 

 

 

Advertisements