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OCCHI & OCCHIALI

 Raccolta occhiali per l

Gli occhi, porte d’accesso ai cuori, sono, degli organi di senso, quelli che avvicinano alla vera essenza umana e alla sua spiritualità. Ed è per questo che ancor di più vanno dispiegati mezzi, energie e attenzione da parte di tutti, per prevenire e/o curarne le patologie e per preservarli da qualsiasi attacco, in special modo da quelle malattie, come il diabete, che possono portare alla cecità. Non a caso Cicerone nel De Oratore espresse un elogio incondizionato sull’occhio:

 

“Ma tutto sta nel viso, e nel viso, gli occhi hanno un ruolo di primo piano (…) i gesti infatti significano l’animo e il volto è l’immagine dell’anima, gli occhi ne sono le spie: questa è l’unica parte del corpo che possa assumere tanti atteggiamenti diversi, quanti i moti dell’animo. Attraverso gli occhi – guardando fisso o con dolcezza, minacciosamente o con gioia – esprimiamo i sentimenti dell’animo, in maniera conforme al tenore del discorso. La natura ci diede gli occhi per significare i nostro stati d’animo, per cui, nel gestire, dopo la voce conta il volto ed esso è dominato dagli occhi”

 


Logo dei Lions“LIONS CAVALIERI DELLA VISTA”

UNA SCOMMESSA DA VINCERE

LUNGA UN ANNO

 Raccolta occhiali usatiOggi e domani su tutte le piazze della Sicilia saranno presenti i Gazebo dei Lions per la raccolta degli occhiali usati e dismessi, che, dopo la loro pulizia e catalogazione, verranno inviati alle popolazioni africane, a quanti cioè non sono in grado economicamente d’acquistare un semplice paio d’occhiali, per vederci. Un’iniziativa umanitaria a vasto raggio, già in passato realizzata con grande successo, ma che nel presente anno sociale avrà il carattere della continuità, almeno fino all’aprile del 2009, quando saranno attivati ancora una volta i centri di raccolta, secondo l’appello del Governatore del Distretto Siciliano Lions, Francesco Amodeo (in piedi nella foto, assieme al Presidente Internazionale Brandel e alle loro consorti), che ha chiamato i cinquemila soci dell’Isola alla mobilitazione, coinvolgendo le Comunità e i cittadini tutti in una gara di solidarietà.

Gover. Sicilia Amodeo e Pres. Inter. Brandel           Cani per non vedentiI Lions, com’è noto, sono chiamati in tutto il mondo “Cavalieri della Vista” o “Cavalieri dei Ciechi”, per il loro grande impegno in questo settore, attraverso l’opera di prevenzione, interventi nei confronti di cecità reversibili,  l’affidamento di cani guida a non vedenti e numerose altre iniziative, tra cui spicca in particolare: il programma per promuovere la consapevolezza dell’importanza della salute degli occhi e per educare le persone a rischio. Tale ultimo obiettivo è volto ad aumentare il numero di diagnosi precoci e di trattamenti immediati contro il glaucoma e la retinopatia diabetica. Una difesa degli occhi di vasto respiro in tutto il globo che va sicuramente assecondata e perseguita con grande concretezza e dedizione.

 


L’OCCHIO D’EMPEDOCLE

 Empedocle di Agrigento

Come d’inverno per oscura notte

chi prende a viaggiare

prima prepara lume d’ardente fiamma

dentro una lanterna

dai venti difendendo la fiammella

e intanto di fuor si proietta la luce

e quanto più s’estende

tanto gli illumina la via

di raggi notturni, vincitori non vinti;

così il naturale antico fuoco,

che la pupilla circolare irradia,

nelle membrane dell’occhio si sta chiuso,

sottile al pari di un velo,

difeso dall’umore

che tutt’intorno scorre,

ma di là muovendo

quanto più lungi può fuori s’espande

 

Con una bella e poetica similitudine, il filosofo agrigentino, Empedocle, esperto biologo e medico, descrive l’occhio non soltanto da un punto di vista scientifico, ma fa della vista il perno dell’uomo, in quanto ingloba nel suo piccolo il principio e il motore del mondo: “il naturale antico fuoco”. Gli occhi sono il miglior tramite per illuminare la mente e lo spirito dell’uomo, perché, per Empedocle, collegati al centro dell’essere, il cuore. Dal cuore partono gli impulsi vitali, idonei a contagiare anche l’intelletto umano. Ma tramite la vista, l’uomo può relazionarsi meglio con i propri simili.

 

“CON ALTRI OCCHI”

di Luigi Pirandello

 

Pirandello al lavoroLa novella “Con altri occhi” è stata scritta da Luigi Pirandello nel 1901 e pubblicata per la prima volta sulla rivista Il Marzocco, il 28 luglio dello stesso anno.

La giovane signora Anna, maritata Brivio, trova in una vecchia giacca del marito, il ritratto della sua prima moglie, Almira, adultera e perciò suicidatasi a causa dello scandalo che ne è derivato. Sulle prime, lei ha una reazione di astio e di gelosia postuma. Però, osservandone meglio il volto, pur notando la diversità della sua bellezza, viene colpita dai suoi occhi:

 

“Ma perché mai a gli angoli della bocca quella piega dolorosa? e perché così mesto lo sguardo di quegli occhi intensi? Tutto il volto spirava un profondo cordoglio; e Anna ebbe quasi dispetto della bontà umile e vera che quei lineamenti esprimevano, e quindi un moto di repulsione e di ribrezzo, sembrandole ad un tratto di scorgere nello sguardo di quegli occhi la medesima espressione degli occhi suoi allorchè, pensando al marito, ella si guardava nello specchio, la mattina”

 

Vittore Brivio, diciotto anni più grande della moglie, tratta Anna come una bambina…

 

“…non d’altra capace che di quell’amore ingenuo e quasi puerile di cui si sentiva circondato, spesso con fastidio, e al quale si era proposto di prestar solo attenzione di tempo in tempo, mostrando anche allora una condiscendenza quasi soffusa di lieve ironia, come se volesse dire: «Ebbene, via! per un po’ diventerò anch’io bambino con te: bisogna fare anche questo, ma non perdiamo troppo tempo!»”

 

E quando il marito deve allontanarsi dalla città per non pochi giorni, Anna, sotto l’impulso della scoperta del ritratto, ha paura di restar sola, suscitando con il suo pianto la sua stizza: – Come! Perché? Via, via, bambinate!

Copertina in rumeno de L“Attraverso gli occhi dell’altra”, che esprimono il dolore della solitudine, in cui l’aveva a suo tempo lasciata il marito, costringendola all’adulterio come reazione, Anna constata e confronta la sua solitudine, rievocando le tristezze dei suoi tre anni di matrimonio: l’abbandono della famiglia, contraria all’unione con il Brivio, poù grande di lei di 18 anni e tradito dalla moglie; la scomunica del padre con l’affermazione che lei, per la famiglia, non sarebbe più esistita; e poi l’incomprensione sorda del marito:

 

“E il marito che avrebbe dovuto consolarla, il marito stesso pareva non volesse darle alcun merito del sacrifizio ch’ella gli aveva fatto del suo amore filiale e fraterno, come se a lei non fosse costato nulla, come se a quel sacrifizio egli avesse avuto diritto, e perciò nessun dovere avesse ora di compensarnela. Diritto, sì, ma perché lei se ne era così perdutamente innamorata allora; dunque il dovere per lui adesso di compensarla. E invece…

«Sempre così!», parve ad Anna di sentire sospirare dalle labbra dolenti della morta.”

 

Ed ecco che la sua condizione dolorosa e la sua esclusione  diventano le medesime dell’altra, nell’incertezza di una soluzione, temi ricorrenti e coevi al romanzo L’Esclusa.

 

“E le parve allora che quegli occhi buoni, intensi di passione, la commiserassero a loro volta, la compiangessero di quell’abbandono, del sacrifizio non rimeritato, dell’amore che le restava chiuso in seno quasi tesoro in uno scrigno, di cui egli avesse le chiavi, ma per non servirsene mai, come l’avaro”

 

“Occhio di capra”

di Leonardo Sciascia

 

Gli “occhi” di Sciascia, nel libro Occhio di capra, s’informano ad un’antica saggezza di vita contadina e di paese, venata di sottile ironia, col mettere in evidenza il significato della visione strabica della vita; o forse un’istanza di candore sempre in bilico, ma difficilmente perseguibile nell’attuale società; oppure da ultimo un’innocenza perduta. Ci sarebbe da discettare in tutto questo, ma bisognerebbe dilungarsi in una disamina dei tanti occhi dell’anima della Sicilia e del suo sentenzioso dialetto racalmutese.  Restringiamo la citazione a quelli in cui è citata la parola “uocchiu”, occhio.

 

Leonardo SciasciaUOCCHIU DI CRAPA.  Occhio di capra. Si dice del sole quando, al tramonto, è tagliato obliquamente da strisce di nuvole:  per cui appare come una pupilla che guarda strabicamente. Si ritiene indizio di pioggia, per l’indomani alla stessa ora.

 

 UOCCHIU FICI LU PICURARU.  Letteralmente: occhio fece il pecoraro. Ma è una di quelle frasi, di quei modi di dire, che per abbreviazione e contrazione finiscono con lo stravolgersi e oscurarsi. Il senso della frase è questo: il cielo fece occhio – comparve, cioè, tra le nuvole come un occhio di azzurro – e perciò il pastore può fidarsi a portare al pascolo le pecore, chè non riprenderà a piovere. Si dice ad esortazione di chi, andatagli a male un’impresa, non sa decidersi a ritentarla in un tempo più propizio.

 

SA UNNI CI LUCINU L’UOCCHI.  Chi sa dove gli luccicano gli occhi. Si dice di una persona di cui momentaneamente non si sa dove risiede o per dove viaggia; ma anche di chi, nello stesso paese, improvvisamente, senza darne avviso, manca agli incontri abituali. Sempre con ironia e qualche volta, quando si sospetta l’assenza dovuta a motivi galanti, con malizia. E specialmente si carica di ironia quando si sa che l’assente non brilla d’intelligenza: poiché l’espressione “ci lucinu l’uocchi”, senza la specificazione delle lacrime o dell’allegria, è sempre usata a definire prontezza, avidità di capire, accortezza per ottenere.

 

 

QUANTU E’ LAIDA LA VISTA DI L’UOCCHI.  Letteralmente: quanto è brutta la vista degli occhi. Quanto è brutto, cioè il vedere. Il vedere le belle e buone cose che non si possono avere. Tremenda espressione che viene dalla povertà, dalla miseria; dalla fame che a tal punto fa impazzire chi la soffre da maledire il dono della vista e da invocare la cecità. La sentivo, negli anni della mia infanzia e adolescenza, a giustificazione di appetiti (e di invidie) riguardo al buon cibo e alle belle donne: se non vedessi non desidererei, non farei questo peccato di desiderio; la colpa è dunque degli occhi che vedono; e in definitiva di Dio che mi ha dato il dono della vista. Drammaticamente detta, allora. Oggi soltanto scherzosamente, e di solito al passaggio di una bella donna.

 

(Ubaldo Riccobono, tutti i diritti riservati)

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