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AGRIGENTO DA AMARE

AGRIGENTO DA SALVARE 

II PARTE

La Sala Lignea ricostruita della Biblioteca Lucchesiana

Il fascino sottile dei libri e delle biblioteche non può non sedurre scrittori, letterati, bibliofili: è questo l’argomento della preannunciata seconda parte del post “Agrigento da amare, Agrigento da salvare”. E’ vero che il libro ha salvato e può continuare a salvare la civiltà? La risposta ci pare retorica, nonostante l’impatto con i libri e le biblioteche riveli aspetti anche sorprendenti.

 

LA BIBLIOTECA E PIRANDELLO

Luigi Pirandello

“…Vidi nella penombra fresca che teneva l’ampio stanzone rettangolare presso un tavolo polveroso, cinque preti della vicina Cattedrale e tre carabinieri dell’attigua caserma in maniche di camicie, tutti intenti a divorare una insalata di cocomeri e pomidori. Restai ammirato. I commensali stupiti levarono gli occhi dal piatto e me li confissero addosso. Evidentemente io ero per loro una bestia rara e insieme molesta. Mi appressai  rispettosamente (perché no) e domandai del bibliotecario.

“Sono io”, mi rispose uno degli otto, con voce afflitta dal boccone non bene inghiottito.

“Io vengo a chiederle il permesso di cedere se in questa… (non dissi taverna ma biblioteca) sono dei manoscritti…”

“Là giù, là giù, in quello scaffale in fondo”, m’interruppe la stessa voce impolpata di un nuovo boccone, e gli otto bibliotecari si rimisero a mangiare…

Lo scaffale accennatomi era aperto: chi ne avesse avuto voglia avrebbe potuto servirsi a comodo; ma quei libri non conoscono altri visitatori che i topi e gli scarafaggi. Lo scaffale è a tre ordini: sul primo stanno 54 volumi di manoscritti arabi, fonte copiosa di studi del compianto senatore Michele Amari, il quale per essi frequentò tre mesi interi la biblioteca…” (L. Pirandello, Lettere di studente ad Ernesto Monaci 1889-1890)

 

E’ la lettera del settembre del 1889, scritta da Luigi Pirandello al suo maestro, Enrico Monaci, al quale, prima di partire per Bonn, indirizzò una relazione sullo stato della biblioteca Lucchesiana e, per memoria del suo maestro, dei manoscritti antichi ivi esistenti.

La situazione di abbandono della Lucchesiana viene ribadita, con tono umoristico, nel più famoso romanzo Il fu Mattia Pascal:

 

Vincenzo Sciamè, Il fu Mattia Pascal“Fui, per circa due anni, non so se più cacciatore di topi che guardiano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazza, nel 1803, volle lasciar morendo al nostro comune. E’ ben chiaro che questo Monsignore dovette conoscere poco l’indole e le abitudini de’ suoi concittadini; o forse sperò che il suo lascito dovesse col tempo e con la comodità accendere nel loro animo l’amore per lo studio”

 

Pirandello stigmatizza due ordini di problemi: 1) l’importanza del libro e l’amnesia di una città del tutto sorda ai valori della cultura; 2) l’incuria delle istituzioni (clero e comune) che dovevano presiedere alla salvaguardia del lascito di un grande patrimonio culturale, donato alla comunità per la sua elevazione.

Lo scrittore era a perfetta conoscenza che in città si leggeva poco e che poco si faceva per debellare la piaga dell’analfabetismo: per cui una biblioteca donata dal suo benefattore, ad un pubblico quasi inesistente, non poteva che costituire un fatto umoristico.

Biblioteca Lucchesiana Agrigento, il fondatoreIn effetti, le ultime volontà del vescovo Andrea Lucchesi Palli, il quale aveva voluto che una deputazione di quattro canonici gestisse la biblioteca, erano state in pratica stravolte e diedero luogo a un contenzioso senza fine tra chiesa e il Comune, dato che quest’ultimo s’era con la forza appropriato della biblioteca. Soltanto nel maggio del 1899, ben dopo 37 anni, si provvide con transazione alle restituzioni di beni mobili e immobili (volumi in numero di 14.569, più una quantità imprecisata di libri contenuti nella retrostanza della biblioteca). Non fu restituito il prezioso medagliere del benefattore, mentre appare presumibile che molti volumi vennero meno all’appello. In questo contesto s’innesta la cacciata dei padri Liguorini, che Monsignor Lucchesi Palli aveva ritenuto di chiamare ad Agrigento per una valida mano d’aiuto nella gestione della biblioteca. Avendo conosciuto personalmente Sant’Alfonso Maria dei Liguori (Marianella, Napoli, 1696 – Nocera dei Pagani 1787) e avendone apprezzato la dedizione a dedicarsi spiritualmente al popolo, con la fondazione della congregazione  del SS.mo Redentore (Redentoristi, o Liguorini), con la chiamata dei Liguorini il vescovo aveva inteso inserire elementi esterni, che gli avrebbero offerto migliori e obiettive garanzie. Pertanto, è da presumere che il clero locale non li vedesse di buon occhio.

Pirandello non è tenero né con i padri Liguorini, né con il clero agrigentino dell’epoca e neanche con i politici; e in ciò  giocano motivi familiari più che giustificabili, anche se la famiglia dovette molto la sua salvezza economica allo zio prete della madre dello scrittore, il ciantro Innocenzo Ricci Gramitto.

Il nonno materno di Pirandello, l’avvocato Giovanni Ricci Gramitto aveva partecipato, al gruppo dirigente dei Moti del ’48 a Palermo (primo esempio in Europa); ma dopo l’insuccesso della rivoluzione, sedata l’anno successivo, egli fu incluso tra i 43 rivoluzionari che non rientravano nell’amnistia generale e si vide costretto a prendere la strada dell’esilio, riparando a Malta, dove morì il 1° agosto del 1850.

La madre di PirandelloIl fervore anticlericale delle famiglie Pirandello e Ricci Gramitto viene evidenziato in particolare nel romanzo I vecchi e i giovani e nella novella Colloquii coi personaggi, ed è evocato drammaticamente proprio dalla figura materna, cui lo scrittore era legatissimo.

In alcune novelle, invece, esplode, con umorismo travolgente, il problema della cacciata dei Liguorini e di certa avidità clericale.

In Difesa del Meola (Tonache di Montelusa) il Premio Nobel satireggia, lumeggiando un vescovo intrigante che vuol richiamare i Redentoristi a Girgenti, ma che non assomiglia per niente al Benefattore della città e fondatore della Biblioteca Lucchesiana, Andrea Lucchesi Palli, che li aveva chiamati per la prima volta nel 1761 e preposti anche alla direzione della biblioteca.

 

“Tutti noi Montelusani ci sentimmo stringere il cuore, allorchè vedemmo per la prima volta scendere dall’alto e vetusto Palazzo Vescovile, a piedi tra i due segretarii, incontro al sorriso della nostra perenne primavera, lo scheletro intabarrato di questo vescovo nuovo: alto, curvo su la sua trista magrezza, proteso il collo, le tumide e livide labbra in fuori, nello sforzo di tener tutta la faccia incartapecorita, con gli occhialacci neri su l’adunco naso” (Pirandello, Difesa del Meola, novella)

 

Il nuovo vescovo vuol risparmiare, lesinando su tutto, per disporre di mezzi di dotazione dei Liguorini. Ma il Meola, un accanito anticlericale, promette solennemente che ciò non avverrà e sarà proprio lui ad impedirlo. E, quando arriva in città la nipote del vescovo, egli la sposa e tutto quello che era stato ricavato per il ritorno dei Liguorini, il vescovo è costretto a versarlo per la dote della nipote. Risulta ingiusta l’accusa dei concittadini al Meola, perché egli non ne ha approfittato, né ha rubato. Egli si è sacrificato, per non far ritornare i Liguorini, sposando la più brutta delle ragazze tra le tre che lo volevano, la nipote del vescovo, per di più sbiobbina.

La figura antiliguoriniana del Meola ha un seguito nella novella Visto che non piove…, dove il Meola cerca di riguadagnare la stima dei suoi concittadini, mentre nella terza novella della trilogia Tonache di Montelusa, I fortunati, l’avidità clericale viene approfondita sotto forma di umoristica usura. Ne esce un mondo chiuso, in una Girgenti, nella quale si fa strame dei valori della cultura, introdotti da un vescovo benefattore alla maniera quasi laicale.

 

 

MONDO DI CARTA

Biblioteca di Luigi Pirandello

Nella novella “Mondo di carta”, pubblicata per la prima volta il 4 ottobre 1909 sul Corriere della Sera, Luigi Pirandello tratteggia la figura di un uomo appassionato di libri fino alla mania, che perde progressivamente la vista per il troppo leggere:

 

“Fin da quando aveva imparato a compitare, era stato preso da quella mania furiosa.  Affidato da anni e anni alle cure di una vecchia domestica che lo amava come un figliuolo, avrebbe potuto campare sul suo più che discretamente, se per l’acquisto dei tanti e tanti libri che gl’ingombravano in gran disordine la casa, non si fosse perfino indebitato. Non potendo più comprarne di nuovi, s’era dato già due volte a rileggersi i vecchi, a rimasticarseli a uno a uno tutti quanti dalla prima all’ultima pagina. E come quegli animali che per la difesa naturale prendono colore e qualità dai luoghi, dalle piante in cui vivono, così a poco a poco era divenuto quasi di carta: nella faccia, nelle mani, nel colore della barba e dei capelli. Discesa a grado a grado tutta la scala della miopia, ormai da alcuni anni pareva che i libri se li mangiasse davvero, anche materialmente, tanto se li accostava alla faccia per leggerli” (Pirandello, Mondo di Carta, novella)

 

Seppur dissuaso dal medico, che l’ammonisce, l’uomo diventa cieco, irrimediabilmente tagliato dal suo mondo di carta:

 

“Tante volte s’era proposto di mettere un po’ d’ordine in quella babele, di disporre tutti quei libri per materie, e non l’aveva mai fatto, per non perder tempo. Se l’avesse fatto, ora, accostandosi all’uno o all’altro degli scaffali, si sarebbe sentito meno sperduto, con lo spirito meno confuso, meno sparpagliato” (Pirandello, Mondo di Carta, novella)

 

E così mette un avviso sui giornali per trovare un giovanotto saccente che gli metta ordine e gli riordini la libreria secondo le sue indicazioni:

 

“Quando alla fine il lavoro fu compiuto, parve al Balicci che il buio gli s’allargasse intorno in tenebre meno torbide, quasi avesse tratto dal caos il suo mondo” (Pirandello, Mondo di Carta, novella)

 

Vicino ai libri e toccandoli, egli richiama alla memoria scene, episodi, brani di descrizioni: le cose insomma che gli erano rimaste più impresse. Ma non può resistere a lungo, i ricordi non bastano, perché egli vuole che il suo mondo di carta abbia voce, com’era veramente e non come lo ricorda. E allora mette un secondo avviso sui giornali per un lettore o lettrice, che gli possa leggere i libri. E, quando si accorge che la voce della donna prescelta guasta tutto, il Balicci spiega alla lettrice quello che deve fare:

 

“Provo piacere che qualcuno legga qua, in vece mia. Lei forse non riesce a intenderlo, questo piacere. Ma gliel’ho già detto: questo è il mio mondo; mi conforta il sapere che non è deserto, che qualcuno ci vive dentro, ecco. Io le sentirò voltare le pagine, ascolterò il suo silenzio intento, le domanderò di tanto in tanto che cosa legge, e lei mi dirà… oh, basterà un cenno… e io la seguirò con la memoria” (Pirandello, Mondo di Carta, novella)

 

Ma, dopo aver letto un brano che descrive la cattedrale di Trondhjem, accanto alla quale, tra gli alberi, giace il cimitero, a cui ogni sabato sera i parenti superstiti recano le loro offerte di fiori, la donna sbotta che lei c’è stata a Trondhjem, e che non è così, come descritto nel libro. L’uomo invita la lettrice ad andarsene immediatamente:

 

“Aprì il libro, carezzò con le mani tremolanti le pagine gualcite, poi v’immerse la faccia e restò lì a lungo, assorto nella visione di Trondhjem con la sua cattedrale di marmo, col cimitero accanto, a cui i devoti ogni sera recano offerte di fiori freschi… Era così, e basta. Il suo mondo. Il suo mondo di carta. Tutto il suo mondo” (Pirandello, Mondo di Carta, novella)

 

Luigi Pirandello L’umorismo pirandelliano evoca in maniera perentoria l’importanza della cultura che fa vedere oltre la cecità: la cultura illumina, fa vedere con l’occhio dell’anima, fa acquistare una visione fantastica e meno drammatica alla realtà. Il mondo di carta, agli occhi del protagonista della novella, non è un mondo morto, ma un mondo che vive non soltanto nella mente, ma soprattutto nel cuore e, pertanto, non può mai morire. E i libri servono a trasmetterne con la scrittura l’eredità, oltre il tempo. E’ la scrittura la misura di vita di Pirandello: “la vita o si vive o si scrive”.

 

BORGES, SCIASCIA E I LIBRI

 Leonardo Sciascia

BJorge Luis Borges

In Per un ritratto dello scrittore da giovane, Leonardo Sciascia reclama il primato della scrittura, come modalità dell’essere, alla maniera cartesiana:

 

“Scrivo, dunque sono”

 

Il libro è per lui qualcosa di sacro, non è mai lavoro, è sempre controparte di riposo, di gioia:

 

“Non faccio nulla senza gioia”, diceva Montaigne: e i suoi Essais sono il più gioioso libro che mai sia stato scritto. E per quante amare, dolorose, angoscianti siano le cose di cui si scrive, lo scrivere è sempre gioia, “stato di grazia” (L. Sciascia, da Nota a La strega e il capitano)

 

La biblioteca è per lui luogo di culto e i libri elementi, se non magici, religiosi.

 

“Qualche anno fa ho definito Borges un teologo ateo. E’ da aggiungere che è un teologo che ha fatto confluire la teologia nell’estetica, che nel problema estetico ha assorbito e consumato il problema teologico, che ha fatto diventare il “discorso su Dio” un “discorso sulla letteratura”. Non Dio ha creato il mondo, ma sono i libri che lo creano. E la creazione è in atto: in magma, in caos. Tutti i libri vanno verso “il” libro: l’unico l’assoluto” (L.Sciascia, L’inesistente Borges, in Cronachette)

 

E l’amore per le biblioteche, e in particolare per la Lucchesiana, patrimonio quasi inutilizzato dagli agrigentini, mosse Leonardo Sciascia a narrarne le vicende a più riprese,  in Alfabeto pirandelliano, in Pirandello e la Sicilia, e in Pirandello e il pirandellismo.

In particolare in Alfabeto pirandelliano alla voce “Lucchesiana” ricorda che il vescovo Andrea Lucchesi-Palli aveva disposto che nessun vescovo suo successore potesse esercitare giurisdizione sulla biblioteca né che una qualsiasi autorità potesse impedirne l’accesso a “tutti i letterati cittadini e ad ogni altro studioso”.

 

“Laica, mirabile precauzione: ma essendo la vita della biblioteca legata alla rendita che il vescovo le aveva assegnata, assottigliandosi e svanendo questa, la sua sorte fu quella di una “res nullius”, qualcosa di simile alla vigna di Renzo. Sicchè monsignore Lucchesi-Palli, statua dentro una lignea nicchia della barocca scaffalatura, per più di un secolo è stato spettatore della rovina” (L.Sciascia, Alfabeto pirandelliano)

 

Nelle due altre opere, invece, Sciascia riferisce circa gli episodi raccontati da Pirandello in lettere e opere, collegati o collegabili alla Lucchesiana, confermando la condizione e lo stato d’abbandono della biblioteca per lungo tempo. L’itinerario dei libri è il motivo conduttore delle opere del Maestro di Regalpetra: è il libro, nei testi e nei contesti della scrittura, che fa affiorare la verità o l’impostura.

 

 

BUFALINO ALLA LUCCHESIANA

Gesualdo Bufalino

“Inaugurare una biblioteca è quasi come inaugurare una chiesa”

 

Così disse Gesauldo Bufalino il 15 dicembre 1990 al Convegno celebrativo per la consegna dei lavori della biblioteca, riprendendo le tematiche di Pirandello e le opere di Sciascia al riguardo. Chi partecipò all’evento non può non ricordare il suo profondo discorso “Per l’inaugurazione di una biblioteca”, di cui si cita soltanto qualche passaggio chiave:

 

“Un libro, si sa, può scardinare un impero, può forzare le porte di ferro d’una coscienza per introdurvi un seme d’amore, di bellezza e di verità.

Vale ciò per qualunque biblioteca che apra i suoi battenti, così nel più remoto villaggio delle Madonie come qui, di fronte al mare, nella patria di Empedocle e di Pirandello. Ogni biblioteca è un avamposto, un fortino edificato in partibus infidelium. Ed è questo che oscuramente sentiva, io penso, il vescovo Lucchesi Palli, nel momento in cui donava al pubblico la sua libreria, a condizione che tutti vi avessero accesso. Riferisce Sciascia che alla fine del Settecento, nella cattedrale di Palermo, in una lapide commemorativa si lodava il vescovo Lopez y Rojo per la sua azione censoria contro la “lue dei libri”. Come non rilevare il contrasto ancor vivo nel nostro tempo, se pensiamo a certe scomuniche di libri a Teheran o a Pechino. Il contrasto, dico, fra chi glorifica il libro come strumento di liberazione morale e chi lo esecra come un’infezione mortale”

 

Un Gesualdo Bufalino consapevole del pericolo che correva – e ancor oggi corre – il libro, e dell’insidia di una lenta corrosione del libro scritto. Però, per Bufalino tanti erano le ragioni dello scrivere per non demordere, come magistralmente riassunse in poche paginette, di cui citiamo alcuni brani:

 

“Si scrive per popolare il deserto; per non essere più soli nella voluttà di essere soli; per distrarsi dalla tentazione del niente o almeno procrastinarla”

 

“Si scrive specialmente per essere ricordati e per ricordare, per vincere entro di sé l’amnesia, il buco grigio del tempo. Affidarsi alla pagina, come alle bende e ai balsami la mummia d’un faraone, non conosco altro modo che consenta il miracolo del Bis, il bellissimo riessere. “Riessere, è questo il problema”, ho sussurrato una volta, parodiando umilmente Shakespeare”

 

“Si scrive per surrogare la vita”

 

“Si scrive anche per persuadere e amorosamente sedurre”

 

“Si scrive per rendere verosimile la realtà”

 

“Tante sono, suppergiù, le ragioni per scrivere. Una di più, ma forse una di meno (non ho contato bene), delle ragioni per tacere” (Gesualdo Bufalino, Le ragioni dello scrivere, in Cere perse)

 

 

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