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LA MUSICA DI PIRANDELLO
Ediardo Savatteri, pianista agrigentino 
IL VALZER DI LIOLA’
 
Leonardo Sciascia«A somiglianza di una celebre definizione che fa dell’universo kantiano una catena di causalità sospesa a un atto di libertà, si potrebbe» dice il maggior critico italiano dei nostri anni «riassumere l’universo pirandelliano come un diuturno servaggio in un mondo senza musica, sospeso ad una infinita possibilità musicale: all’intatta e appagata musica dell’uomo solo»    (Leonardo Sciascia, Todo modo)
 
La musica dell’uomo solo pirandelliano è la stessa musica dell’uomo sciasciano, che in particolare nel romanzo Todo modo, di fronte al terrifico potere metafisico che lo trascende, è costretto all’atto gratuito di marca gidiana, a un delitto emblematico, che testimonia esemplarmente, con la ribellione singola, l’unica possibilità che è data per uscire dal ginepraio.
Edoardo Savatteri, pianista agrigentinoE questa musica, sciasciana e pirandelliana a un tempo, sembra averla assimilata come modo di essere, un giovane compositore di talento, il pianista Edoardo Savatteri, cresciuto si può dire nel mondo di Sciascia, a due passi dalla contrada Noce di Racalmuto, dove lo scrittore racalmutese si ritirava a meditare tutte le sue opere.
Edoardo Savatteri non è un pianista nato per caso: la musica è per lui l’essenza e l’estrinsecazione “filosofica” della sua anima, tanto da avere intrapreso per vocazione gli studi di filosofia, che insegna ora nei licei: un musicista che concepisce la musica come filosofia, e la filosofia come musica. Non una filosofia “orecchiata”, ma vissuta, ascoltata, filtrata attraverso le parole dei genitori, amici intimi di Leonardo Sciascia, che conservano memorie e documenti unici del grande scrittore della ragione. E con la tesi di laurea Edoardo Savatteri non poteva tradire questa vocazione familiare: “Influssi storico-filosofici del ‘900 spagnolo nel pensiero di Leonardo Sciascia”, questo è il titolo della sua brillante dissertazione all’Università di Palermo. E del suo curriculum prestigioso non potevano non fare parte integrante e sostanziale le musiche dal vivo per spettacoli teatrali, come “La luna lo sa” con la regia di Marco Parodi, “Quando si è capito il giuoco” con la regia di Matteo Tarasco, “Fa che non ti manchi la voce” con testi e regia di Alfonso Gueli, altro agrigentino doc, “Questo amore” con la regia di Giovanni Volpe. Rodatosi alla grande con interventi musicali in manifestazioni culturali, come i caffè letterari dei Parchi letterari “Pirandello” e “Tomasi di Lampedusa”, Edoardo Savatteri ha composto ed eseguito musiche di scena per spettacoli teatrali del “Piccolo Teatro Pirandelliano”, raggiungendo l’apice con “Il valzer di Liolà”, che ieri ha eseguito in un suo concerto al Teatro della Posta Vecchia, con richiesta meritatissima di bis “a furor di popolo”.
Edoardo Savatteri, pianista agrigentinoIn effetti, l’interpretazione musicale di Savatteri è una tra le migliori critiche letterarie sull’opera teatrale di Luigi Pirandello “Liolà”, commedia campestre del 1916 in tre atti (in lingua agrigentina, come fecero notare competenti critici), in versione italiana nel 1927, rappresentata però soltanto nel 1942 dalla Compagnia Tofano-Rissone-De Sica, al Teatro Nuovo di Milano, a morte avvenuta dello scrittore (10 dicembre 1936), il cui anniversario ricade tra quattro giorni.
Pedissequamente la critica andò a rimorchio della definizione di Pirandello “commedia campestre” e “gioconda che non par mia”, che metteva l’accento sulla parte folclorica e disinvolta, forse per l’esigenza d’attirare l’attenzione, visto che l’opera nasceva in dialetto ed era rappresentata dalla Compagnia Angelo Musco, che della sicilianità faceva il suo cavallo di battaglia.
Invece nel canto di Liolà – e Pirandello lo sapeva – c’è più di una semplice espressione di vita campestre alla maniera verghiana; emerge imperiosamente la scissione della personalità del personaggio, diviso tra il voler vivere l’amore fino alle estreme conseguenze con una donna e il non poterlo essere per i casi e le incomprensioni della vita. C’è, insomma, il dramma d’un originario genuino candore, che stenta e non può rimanere tale per gli altri, dissidio ineludibile già preconizzato nel nome stesso, Liolà, come evidenzia lo stesso Pirandello:
 
E’ questo è LI, e questo è O, e LA’
e tutt’e tre che fanno LIOLA’!
 
Non a caso la commedia nasce dalla costola de Il fu Mattia Pascal, da quell’ambivalenza della vita già sperimentata drammaticamente da Mattia-Adriano Meis.
Edoardo Savatteri, pianista agrigentinoIl valzer di Edoardo Savatteri è una geniale composizione, che sintetizza in musica, in maniera intimamente aderente, il dramma dell’uomo solo e la pena di vivere così del personaggio. Si è grandi compositori quando nella musica si fanno immaginare scene e parole. In ciò Savatteri raggiunge il diapason, con registri apparentemente gioiosi, a rappresentare la voglia di vivere, alla stregua di quanto diceva il drammaturgo, ma che sottendono una tristezza di fondo e una rassegnazione ad un destino che non può o non si può cambiare. La musica traduce fedelmente questo clichè, lasciando quasi riaffiorare alla memoria degli ascoltatori la musicalissima canzone di Liolà:
 
Io, questa notte, ho dormito al sereno;
solo le stelle m’han fatto riparo:
il mio lettuccio, un palmo di terreno;
il mio guanciale, un cardoncello amaro.
Angustie, fame, sete, crepacuore?
non m’importa di nulla: so cantare!
canto e gioia mi s’allarga il cuore,
è mia tutta la terra e tutto il mare.
Voglio per tutti il sole e la salute;
voglio per me le ragazze leggiadre,
teste di bimbi bionde e ricciolute
e una vecchietta qua come mia madre.
 
Un Liolà che rimarrà solo, dopo aver avuto tante donne e nemmeno un poco d’amore, ma che accetterà l’ennesimo frutto dei suoi amori:
 
Non piangere! Non ti rammaricare!
Quando ti nascerà, dammelo pure.
Tre e uno quattro! Gl’insegno a cantare.
 
MUSICA VECCHIA
 
Il Valzer di Liolà di Savatteri è musica moderna e attuale, che però non infirma, anzi riafferma, la validità della musica del passato e le diverse versioni musicali date alla piéce pirandelliana.
 Rappresentazione musicale di Liolà 1935
La musica fu componente essenziale dell’opera pirandelliana, perché in tutti i testi delle sue opere c’è una progressione e una musicalità interna che vanno carpite per gustarne appieno la letterarietà e l’umorismo.
A ragion veduta Leonardo Sciascia parlò e s’informò alla musica dell’uomo solo pirandelliano, che riscontrò quotidianamente nel corpus delle sua sterminata produzione. Pirandello era consapevole che la musica era in grado di evidenziare tutte le gradazioni dell’umorismo e più volte torna a sfruttarne gli argomenti. Per tutte citiamo le novelle “Zuccarello distinto melodista” e “Leonora addio”; da quest’ultima trasse la celebre commedia “Questa sera si recita a soggetto”.
Nella novella “Musica vecchia” (apparsa per la prima volta nel 1910 sul Corriere della Sera) Pirandello volle narrare ex professo il contrasto tra musica vecchia e sue contaminazioni e musica nuova e sue eterodossie, non per vezzo, ma per poter sancire da tale contraddizione il dramma dell’esclusione: un musicista e compositore che ha sbarcato il lunario in America, Icilio Saporini, che vuol rientrare nella vita romana che nel frattempo è cambiata irrimediabilmente.
 
Il maestro di musica, che suona il pianoforte,  in America per sessant’anni, aveva fatto fortuna, e ora vuol goderne i frutti in patria.
 
“A giudicar dall’apparenza, la professione del maestro di musica italiano doveva aver fruttato bene; il maestro Icilio Saporini doveva aver raccolto una discreta sommetta, con la quale aveva potuto attuare il sogno, chi sa quanto vagheggiato là, di venire a chiudere gli occhi in patria. Ma forse, povero vecchiettino, si figurava di ritrovar Roma quale l’aveva lasciata nel 1849. Roma, la sua Roma, quella che viveva per lui, nei suoi ricordi lontani, era invece sparita; scomparsi, morti, tutti i conoscenti della sua generazione. Arrivando da lontano, da tanto lontano, non s’immaginava certo di dover trovarsi davanti a un’altra lontananza irraggiungibile: quella del tempo” (Pirandello, Musica vecchia)
 
Rientrare nella vita? Agli occhi della figlia  di una sua antica fiamma, la signorina Milla, dalla quale va in visita, rimane uno sperduto che non riesce a trovar posto, non solo nel presente, ma anche nel passato, in quel mondo d’allora. “Come niente era adesso, niente era stato anche allora”.
Mettendo piede nel “salotto” della signorina Milla, non riesce a trovare però quello che cercava.
 
Ma il piacere d’aver ritrovato questo posticino, questo cantuccio dei ricordi, cominciò in breve ad essergli amareggiato da quel pianoforte lì, da quegli altri strumenti musicali, che lo intronavano, che lo intontivano addirittura, con certe zuffe di suoni, ire di Dio, che facevano andare in visibilio tutti quei signori, stranieri per la maggior parte, che si riunivano nel salotto antico del maestro Rigucci, del maestro Rigucci adoratore di Rossini! E più di tutti facevano andare in visibilio la nipote del maestro Rigucci, la figlia di Margherita Donnetti-Rigucci!
(Pirandello, Musica vecchia)
 
Alla signorina Milla, Icilio Saporini osa obiettare che i forestieri la musica l’intendono così, ma “noi abbiamo la nostra musica, le glorie nostre: Paisiello, Pergolesi, Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi….
Saputolo, il tedesco Begler, amico della signorina Milla, gli organizza uno scherzo con gli altri musicisti, interrompendo un suo concerto con il Rigoletto, tra simulate risate generali, e definendo, quella di Verdi, musica di bersaglieri.
Il vecchietto reagisce, ma viene oltraggiato con altri scherzi, fino a non mettere più piede nel salotto della signorina Milla.
In seguito, quest’ultima scopre un’arietta di Icilio Saporini dedicata alla madre e. quando viene a sapere che il maestro di musica è sul letto di morte, prende accordi con il Begler e assieme vanno a casa Saporini. Dall’altra stanza, all’insaputa del morente, il Begler esegue l’arietta e il vecchietto tra le lacrime bisbiglia il nome della madre della signorina Milla: “Margherita”. Ma all’improvviso scatta un beffardo PIROLI’.
 
Il vecchietto ebbe un sussulto; come colpito, riabbandonò il capo che aveva sollevato appena dai guanciali, quasi attratti dal canto. E non lo rialzò più” (Pirandello, Musica vecchia)
 
Conclusione crudele del dramma dell’esclusione e dell’impossibile recupero di un mondo e d’un’innocenza perduta.
 
LA PIANISTA E L’UFFICIALE
 
(da un diario dimenticato)
 
Il padre della pianista1. Il nonno portava al mare mia madre e le sue sorelle alle sette del mattino. La decisione veniva presa il giorno prima, a pranzo. Era ammesso il rifiuto soltanto per motivi di salute, giustificato da Monsieur Lepic, il medico di famiglia, un francese burbero e poco accondiscendente, che curava con purghe e tisane. Le ragazze lo avevano soprannominato Barbablù, per via della sua barba lunga e folta e della sua voce cavernosa; ma in fondo sapevano che non aveva mai fatto torto a nessuno e, quando riuscivano a fargliela franca, inventando malesseri inesistenti, ci facevano su quattro risate.
2. L’aria non era ancora torrida e l’acqua era fredda, quando le ragazze si bagnavano più per costrizione che per diletto: se qualcuna non aveva voglia, mio nonno stabiliva il da farsi sul posto; ma in genere intimava di bagnarsi, perché – diceva – il mare «diaccio» avrebbe fortificato il corpo e lo spirito. Mia madre aveva cinque sorelle e tre fratelli. Questi ultimi non potevano andare al mare insieme con le sorelle, ma preferivano andare con lo zio Natalino, un capitano di lungo corso, che in vita sua ne aveva fatte di cotte e di crude, e aveva un modo tutto suo di raccontare le avventure. I ragazzi si divertivano un mondo ad interrogarlo sui suoi amori e sulle vicissitudini di guerra.
Nei suoi racconti non si sa quanto c’era di vero e quanto fosse pura fantasia: a lui piaceva raccontare, come ai ragazzi ascoltare.
3. Delle giornate trascorse al mare, mia madre ci narrava quelle di Leptis Magna, tra ruderi antichi e macchia mediterranea, con tutta la famiglia riunita: gli zii, i cugini e altri parenti. Raramente partecipavano gli amici, peraltro pochi e contati sulle dita di una mano. I servi arabi imbandivano tavolate piene d’ogni bendiddio. I ragazzi sciamavano sulle balze sabbiose o se n’andavano sulla spiaggia deserta a perdita d’occhio. Qualche volta nascevano romanzetti platonici tra cugini: sguardi furtivi, sorrisi, messaggi recapitati, nulla più! I ragazzi si scambiavano confidenze nei crocchi; le ragazze riportavano tutto sui gelosi diari. I fidanzamenti tra cugini erano stati proibiti dal nonno e nessuno aveva mai osato contraddire.
4. Quale primogenita e preferita, a mia madre fu data l’opportunità di studiare il pianoforte. Tutti i giorni alle ore convenute   veniva l’insegnante per le lezioni teoriche, cui facevano seguito i solfeggi e le esercitazioni alla tastiera. Dopo alcuni mesi fu deciso di tenere, in pubblico, il primo concerto a quattro mani, per i parenti e qualche amico. Fu lì che mia madre e mio padre si conobbero. Nonostante fosse poco espansivo per le cose intime, mio padre faceva un’eccezione quando si parlava del talento di mia madre. Dire che rimaneva estatico al solo ricordo, è dire poco. Egli poteva snocciolarci tutte le romanze che erano state suonate, conoscendo a memoria le canzoni, che talora egli stesso canticchiava sottovoce.
5. Mio nonno aveva notato il tenente dell’esercito che sedeva in prima fila a tutti i concerti: gli andò subito a genio! Lo avevano colpito l’aria composta e lo sguardo chiaro, dal quale traspariva la serietà degli intenti. Genero e suocero (siciliano e lucano) s’incontravano nel parco della villa di Homs, edificata dal mio bisnonno, console di Libia. Prendevano il tè, barattando poche parole con stile formale, e non avevano altra compagnia, se non dei servi arabi che andavano e venivano, portando quanto occorreva, secondo le indicazioni. Entrambi accaniti fumatori, intercalavano i loro discorsi, nudi e scussi, fumando, lungamente e tacitamente, in giardino. Era ammessa soltanto mia madre per i fugaci saluti di promessa sposa.
6. Al matrimonio, che si celebrò nel parco della casa di famiglia, furono invitati soltanto gli intimi: un centinaio di persone che, dopo la cerimonia officiata dal vescovo, si sparsero nei giardini, seguiti dai servi arabi con i rinfreschi. A sedici anni, la sposina, avvezza a vivere da sempre in famiglia, ancora non aveva cognizione dei compiti che l’attendevano. Lei si divertiva come se il ricevimento non la riguardasse e si trattasse della consueta festicciola, con le solite chiassate dei ragazzi alle spalle dei grandi e dei servi. Dodici anni più grande, lo sposo invece appariva contegnoso nella sua divisa impeccabile d’ufficiale e in questo modo si pavoneggiava nel gruppo degli anziani. 
7. Quindici giorni più tardi mia madre lasciò l’Africa, per andare a vivere a Capaci, a pochi chilometri da Palermo. Colle lacrime agli occhi, sul ponte della nave, vide allontanarsi nella foschia il continente e tutta la sua gioventù.
La casa dei suoceri, all’uscita del paese, era immersa nella campagna; ma, troppo angusta per due famiglie, vi si stava allo stretto. Abituata agli spazi della casa paterna, mia madre si sistemò alla bell’e meglio in due stanzette, ma ottenne la promessa da mio padre che si sarebbero trasferiti presto in città. L’accoglienza del suocero fu affettuosa al massimo grado. La suocera, invece, gelosa del figlio e del marito, l’aveva ricevuta con sussiego. Le due famiglie avevano di che vivere, ma mia nonna paterna era assai tirata; spesso la si sentiva ripetere:”Meglio un vestito nuovo che lo stomaco pieno, perché sotto il vestito la gente non vede!”
8. Gli uomini rincasavano la sera, e la nonna e mia madre sembravano quasi ignorarsi, sebbene la dimensione della casa le costringesse ad incontrarsi spesso durante il giorno.
Mia madre si chiudeva per lunghe ore in una delle due stanzette e piangeva a dirotto, mentre dietro la porta, a denti stretti, la nonna sussurrava, in modo da essere udita:
”Piangi, africana! Piangi!…”
Lei sopportava in silenzio, sfogandosi con una fitta e appassionante corrispondenza colla madre e le sorelle. Le notizie che arrivavano dalla Libia non erano buone: gli inglesi stavano prendendo il sopravvento e i coloni italiani correvano il rischio di essere cacciati. Accettata a malincuore la partenza della figlia prediletta, mio nonno, per seguire l’evolversi della situazione, trascorreva il suo tempo più a Tripoli che nel suo eden terrestre, che non poteva più vedere, senza pensare di averlo irrimediabilmente perduto.
9. A sei mesi dal suo viaggio di nozze, mia madre rimase incinta; ma la gravidanza la costrinse lungamente a letto, in uno stato di semiprostrazione, perché la suocera si limitava ad un’assistenza minima e appena formale. Nei giorni migliori, quando riusciva a reggersi in piedi, doveva subire persino qualche sgarbo; ma lei ora aveva mille motivazioni per superare ogni ostacolo e, quando fu arrivata al settimo mese di gravidanza, accolse con liberazione l’annuncio di mio padre che si sarebbero trasferiti a Palermo, in una casa nuova e molto più ampia, che aveva davanti un giardinetto con un grande albero.
Quando il trasloco fu avvenuto, finalmente lei potè assaporare la soddisfazione di avere un piccolo regno tutto suo.
In una notte freddissima di febbraio, mentre una rara neve imbiancava le pendici del Montepellegrino e i tetti delle case di tutta Palermo, nacque il maggiore dei miei fratelli.
 10. La notizia della morte del nonno materno arrivò per posta a primavera inoltrata. Quando vide entrare mio padre pallido, costernato in viso e il foglio spiegato in mano, mia madre, che stava allattando il neonato al seno, capì tutto immediatamente e, prima di leggere la lettera della madre, si sciolse in lacrime.
Mio nonno era morto solo, in un bar di Tripoli, fulminato da un infarto. Negli ultimi giorni, oltre alle preoccupazioni della crisi politica, una contestazione ereditaria da parte del fratello l’aveva provato oltremisura. A ciò bisognava aggiungere il disagio dell’andirivieni da Homs a Tripoli – oltre cento chilometri di strada accidentata – e le sue abitudini di grande fumatore, che in quei giorni decisivi erano state alquanto accentuate. Nella lettera si diceva che la famiglia, dopo avere svenduto tutto il patrimonio, che non era cosa da poco, si stava preparando per imbarcarsi per raggiungere Napoli e poi, da lì, Roma.
11. Due mesi dopo, quando seppe che la sua famiglia si fu messa a posto nella capitale, mia madre rispose con un biglietto di poche righe:”Siamo come particelle nell’universo, scrisse alla madre lontana, percorrendo la propria strada, ognuno vive tutti i giorni la sua solitudine come un calice dolce e amaro; e pertanto di quello che ciascuno si porta dentro, gli altri non potranno mai sapere. Da fanciulla non ho mai conosciuto mio padre, non ho mai conosciuto te e, neppure, posso dire di avere conosciuto me stessa. Ora, da donna, posso dire che vi ho amato e vi amerò sempre, perché mi avete dato tutto, a volte anche dietro gli sguardi severi e le parole inespresse”.
 
Ubaldo Riccobono (©tutti i diritti riservati)
 
 
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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