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EMOZIONI DEL NATALE

Edimburgo 

“Le emozioni sono attitudini fondamentali nella vita”

                                                   Daniel Goleman

 

Il Natale resta ancora la festa più sentita e aspettata dell’anno. E’ vero, se si pensa che i sentimenti contino ancora almeno quanto il pensiero razionale. Tuttavia, nell’era dell’impero della Tecnica e dell’Economia, non può essere sottaciuto che un pericolo incombe più di tutti: quello dell’uomo senza sentimento. Se filosofi e letterati del ‘900 avvertirono lo straniamento e la solitudine dell’uomo contemporaneo, il monito del terzo millennio invece mette in evidenza che “l’orologio del cuore” è in grande crisi e rischia di fermarsi, in un futuro assai prossimo, definitivamente. Non solo nella Nazione, ma in tutta Europa e nel mondo intero, sta morendo anche, se non è già morta del tutto, la fiducia. E sta morendo, lentamente, quasi per inedia, anche la Cultura, che, tradotta in parole semplici, vuol dire Umanesimo, mercificata e asservita alle logiche di apparati sempre più perversi quanto più invisibili. E se muore l’uomo vero del mondo più civilizzato e più ricco, l’uomo fatto d’emozioni e di sentimenti, d’impulsi e di genialità, per il quale il cuore non è soltanto un muscolo, si uccidono inevitabilmente i sogni e le speranze dei paesi più poveri e disastrati, che hanno diritto alla loro dignità e all’autodeterminazione effettiva, e a sottrarsi allo sfruttamento e alle schiavitù di tutte le specie. Viviamo, purtroppo, in un mondo dove la pena di morte è ancora una tristissima realtà, dove esiste il sopruso, la prevaricazione, la disumanità, l’intolleranza a tutti i livelli: un mondo contrassegnato da guerre micidiali e da catastrofi planetarie, di cui si parla poco o niente, nell’illusione che i singoli e i potenti possano farla franca. E il silenzio diventa connivenza e, per il mondo altamente civilizzato, suona come colpa e responsabilità.

Più che mai, il Natale 2008 invita a queste riflessioni.

E’ con l’augurio per tutti noi, di fare delle prossime festività un ritorno ai valori umani fondanti e più autentici della vita, e non una sbornia effimera e stucchevole di auguri pro forma e ripetitivi, porgo come dono augurale una mia umile, ma sentita composizione.

CON L’ARRIVO DEI MAGI
LA NASCITA DI UN ANNO NUOVO

(Risposta all’Arcivescovo di Canterbury)

Nascita

Cavalcano ignari

– non importa

se son storia o leggenda –

inseguendo negli astri

il miracolo che si ripete,

Baldassarre, Gaspare e Melchiorre,

guidati da una magica stella

invisibile soltanto agli occhi

di chi non crede

o di chi non vuole vedere.

Ogni anno, su veloci dromedari

portano nello scrigno segreto

oro, incenso e mirra

per il piccolo Re.

 

Nascita, rinascita:

di queste parole

ha ancora bisogno il mondo

per cambiare se stesso.

Il senso regale della nascita

e la divina sapienza

sono ancora i visibili segni

della nostra umanità;

li portiamo dentro

nell’ involucro mortale,

ma non si possono barattare

con vile denaro;

nè la forza arrogante delle armi

(o l’onnipotente presuntuosa ragione)

può sradicarli dal nostro petto

cancellandone i sogni.

 

Guai ai potenti d’ogni specie,

agli Erodi della terra

che ignorano il messaggio

e seminano odio e distruzione

e stragi e ira di figli innocenti.

L’uomo può rinascere in terra,

nella propria coscienza

con l’impagabile sogno di bellezza;

fare della vita un viaggio senza fine,

ritrovare nel perenne mutamento

oro, incenso, mirra;

creare oasi di pace

dove alligna la guerra,

amare i propri fratelli

e sentire suo il colore della loro pelle.

 

Monito ai tanti vescovi di Canterbury

e agli ottusi fondamentalisti

e agli uccisori di libertà e fantasia:

la leggenda diventa storia

e la storia è leggenda indiscutibile

perché resiste nel cuore del tempo

e si rinnova di generazione in generazione

purificandosi ogni anno

nell’animo della gente

in tutte le parti del globo.

Abbiamo bisogno di cuori sempre nuovi

che vogliono ancora pulsare

e non piegarsi alle lusinghe dell’effimero

e alla protervia dei dispotismi

e alla predicazione dei fanatismi.

Ancora la Nascita ci annuncia

un sogno di fraternità, di amore,

di perseguimento di giustizia.

 

Ubaldo Riccobono

 

 

 

SOGNO DI NATALE

(novella di Luigi Pirandello)

 Cattedrale di Agrigento

 

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

– Buon Natale – e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

– Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

– E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

– Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

– La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?
– Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté. Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.
– Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

 

 

“Stille Nacht, heilige Nacht…”

(Dolce Notte, santa Notte)

 Il reno nei pressi di Bonn

Nelle novella “Natale sul Reno”, rievocando anche nostalgie infantili, Luigi Pirandello racconta un drammatico Natale, vissuto a Bonn, accanto alla fidanzata Jenny.

Jenny aveva tre sorelle minori uterine, il cui padre s’era suicidato sulle rive del Reno a causa di dissesti finanziari. Era stato un evento sconvolgente per tutta la famiglia ed anche per Jenny che amava molto il patrigno e che narrava allo scrittore, sempre turbandosi, l’episodio del  suicidio avvenuto a Neuwied, sulla riva destra del Reno, da dove si godeva, meglio che da ogni altro punto il levar del sole. E di ciò il patrigno aveva parlato nella lettera di addio ai familiari:

 

«Ho veduto tutto e tutto provato», scriveva alla moglie il marito, «tranne una cosa sola: in quarant’anni di vita non ho mai veduto nascere il sole. Assisterò domani dalla riva a questo spettacolo, che la notte serenissima mi promette incantevole. Vedrò nascere il sole, e sotto il bacio del suo primo raggio chiuderò la mia vita»

(Pirandello, Natale sul Reno)

 

Tutti gli anni, a Natale, il patrigno  di Jenny aveva il piacere e la delicatezza di addobbare l’albero, caricandolo di giocattoli, di nascosto dalle figliolette, che lo trovavano a sorpresa nella sala grande il 25, come dono delle festività. Ma dalla sua morte, per due anni consecutivi, nessuno aveva avuto più il coraggio di rifare l’albero. Jenny cerca di spezzare il triste momento e prepara con l’aiuto di Luigi un albero nuovo con tutti gli addobbi e i regali in una stanza chiusa a chiave.

Jenny Schultz Lander

Pirandello studente a Bonn  

«Era andato così bene, fino all’ultimo servito, il pranzetto della vigilia con quella torta di prugne e l’oca infarcita di ballotte! Poi le bambine s’eran messe dietro l’uscio della stanza, ove sorgeva l’albero, e con le manine diacce congiunte in atto di preghiera avevano intonato il coro dolcissimo e malinconico:

 

Stille Nacht, heilige Nacht…

 

Non dimenticherò mai più quell’albero di Natale, ch’io adornai per altri più che per me, e quella festa terminata in pianto; né mai, mai si cancellerà dagli occhi miei il gruppo di quelle tre bambine orfane aggrappate alla veste della madre e imploranti il babbo! il babbo! mentre l’albero sacro, carico di giocattoli, illuminava di luce misteriosa quella stanza cosparsa di fiori» (Pirandello, Natale sul Reno)

 

 

 

Natale a Regalpetra

di Leonardo Sciascia

 Leonardo Sciascia

I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.
L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo.
Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale:
tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto :un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca:"La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù".
Alcuni hanno scritto,senza consapevole amarezza, amarissime cose:
"Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa".

Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre. Pagandogli il biglietto del cinema…
Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
"La mattina del Santo Natale – scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto".
La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre "per fare la spesa". Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
"E così ho passato il Santo Natale".

 

(Le parrocchie di Regalpetra,  Leonardo Sciascia)

 Racalmuto Castello Chiaramontano

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