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DUE LETTERATI E LE MOGLI

Luigi Pirandello Leonardo SciasciaDue grandi scrittori, due rapporti diversi con le mogli: lineare, sereno, improntato alla massima comprensione, quello tra Leonardo Sciascia e Maria Andronico; traumatico, tormentato, drammatico, l’altro tra Luigi Pirandello e Antonietta Portulano. E tali rapporti, senza ombra di smentita, marchiarono, influenzandola alquanto, la concezione artistica di entrambi i letterati. Sul “fuoco” dell’arte pirandelliana  giova citare un assunto dello stesso Leonardo Sciascia:

 

Il fuoco e la ragione, saggio su Pirandello e Sciascia<<…Leonardo Sciascia, in occasione dell’organizzazione del cinquantesimo anniversario della morte del Premio Nobel, ne diede testimonianza, elargendo un piccolo dono, con una rivelazione inedita, ad alcune personalità ch’erano andate a trovarlo alla Noce, per invitarlo alle celebrazioni.

Sciascia aveva un’impostazione mentale “cartesiana”, sapeva bene quel che doveva dire, in ogni occasione. Su tutta la produzione di Pirandello aveva fatto studi profondi e le sue posizioni erano sempre supportate da un ragionamento logico e penetrante. Egli era consapevole di non possedere il fuoco di Pirandello, ma in tutti i testi pirandelliani aveva ravvisato un’incandescenza smisurata.

Le sue parole, pressappoco, furono queste:

 

“Il fuoco, egli era il fuoco, lava incandescente, che, tracimando tumultuosamente dall’Etna, incendiava e bruciava tutto sul suo cammino; Pirandello incorporava l’immaginario collettivo e il cuore della Sicilia.”

 

E poi recitò un paio di versi delle Metamorfosi di Ovidio:

 

“Interea, quodcumque fuit populabile flammae, Mulciber abstulerat…” IX 262-263

(Intanto tutto ciò che la fiamma poteva distruggere, Vulcano l’aveva distrutto…)    >>

 

(da “Il fuoco e la ragione” di Ubaldo Riccobono, Saggio, 2008)

 

Diverso il temperamento di Sciascia, più razionale e non inquieto, anche se profondo ed incisivo:

 

Il fuoco e la ragione, saggio su Pirandello e Sciascia<<Si sentiva radicato nel suo ambiente, nell’habitat del suo territorio, in quella contrada Noce, che gli offriva tutti gli spunti per scrivere, per sviluppare la sua identità letteraria.

 

“Mi ci portarono la prima volta che avevo sette mesi, mi dicono. Tra questi alberi, tra quelle siepi di ficodindia, in quella casa scialbata a calce e dalle travature scoperte ho cominciato a parlare e, più tardi, ho cominciato a scrivere. E tutti i miei libri non solo sono stati scritti in quel luogo, ma sono come connaturati ad esso: al paesaggio, alla gente, alle memorie, agli affetti.” 

 

Pensava che lo scrittore, l’intellettuale, doveva essere dignitoso, doveva parlare il linguaggio della dignità. Doveva essere asciutto, ma di un’asciuttezza che fa pensare e meditare: doveva essere logico, concreto….

Bastava vivere nei luoghi, saperli leggere, osservare uomini e cose, anche di un piccolo paese della Sicilia, come Racalmuto, portando alla luce le radici comunicative del popolo.

 

“E sentiamo così di essere nel luogo per noi più vicino alla vita; alla idea, alla coscienza, al gusto della vita. Un luogo in cui l’amicizia, gli affetti, la bellezza, la morte (anche la morte) hanno un senso. Un luogo in cui ha senso il cibo (il pane che esce odoroso dal forno, il frutto staccato dall’albero, il vino che sgorga allegro dalla botte), il lavoro, il riposo.”

 

Il resto, per scrivere, lo avrebbe fatto la ragione o la penna; un colpo di penna, ben dato, come una spada in grado di colpire. Sì, quello era il ruolo che voleva perseguire>>

(da “Il fuoco e la ragione” di Ubaldo Riccobono, Saggio, 2008)

 

 

La Maestra di Regalpetra

 Sciascia e la moglie a Siviglia

Vent’anni dopo la morte del marito se n’è andata in punta di piedi, l’8 gennaio scorso, Maria Andronico, la vedova di Leonardo Sciascia; se n’è andata in sordina, così com’era entrata nella vita dello scrittore, senza clamori, ma con la rarità di un rapporto, nel quale anche i silenzi e le parole non dette, ma intuite reciprocamente, avevano il loro peso. Arrivata a Racalmuto appena ventenne ad insegnare alle scuole elementari, assieme alle due zie dello scrittore, Maria Andronico conobbe subito quel giovane schivo e fu colpita dal suo perenne sorriso, leggermente ironico, appena accennato, quasi a far schermo ad una strana riservatezza interiore. Nei suoi occhi vide però tralucere ed affiorare la ricchezza di un mondo nascosto, quasi sommerso, e forse allora, come per tutta la vita, non seppe perché se ne sentì attratta immediatamente. Il Maestro di Regalpetra allora lavorava all’ammasso del grano, ma il suo amore per i libri era già fortissimo, una vera e propria bulimia, contagiosa. I libri erano il suo modo di comunicare e con Maria Il primo legame, da maestro a maestra, furono i libri e la cultura, un legame che nel tempo diventò indissolubile, un vero e proprio sodalizio: lui lo scrittore profondo e impegnato, lei la lettrice per antonomasia, alla quale venivano passati “religiosamente”, per prima, tutti i manoscritti.

Un rapporto unico, raro. Maria Andronico donna paziente, silenziosa, consapevole del grande valore dell’uomo Sciascia, era un preciso punto di riferimento.

Leonardo Sciascia, oltre che se stesso, forse voleva sorprendere la moglie con i suoi libri.

Quando scriveva lo scrittore si sentiva in stato di grazia, e in stato di grazia, in perfetta sintonia con lui, si veniva a trovare la moglie, nella qualità di lettrice.

Era una vera liturgia, un rito carismatico, quella dazione del manoscritto appena finito, che lei doveva leggere per darne un giudizio. E lei sapeva che il testo era definitivo, già pronto per la stampa. Non poteva essere diversamente. Leonardo Sciascia era la sua Università, il suo Maestro. Ma anche lei era diventata la Maestra di Regalpetra, la prima dei suoi lettori, la più religiosa, la più devota, che dava l’imprimatur alle sue opere con un semplice sorriso, dopo aver letto l’ultima parola: non c’era bisogno d’alcun commento.  Un amore per la cultura rarissimo, ma anche un amore totale. Una donna riservata, rigorosa nella tutela della riservatezza familiare, anche nei venti anni di vedovanza, nei quali riuscì a difenderne, sempre e soprattutto, la memoria.

 

 

Luigi PirandelloLa pazzia di mia moglie sono io

 Antonietta Portulano, moglie di Pirandello

C’è una strana lettera, molto ambigua, forse difficilmente giustificabile, che Luigi Pirandello scrisse alla moglie Antonietta Portulano, appena venti giorni prima di convolare a giuste nozze il 27 gennaio del 1894:

 

“…In me son quasi due persone: tu ne conosci una; l’altra, neppur la conosco bene io stesso. Soglio dire, ch’io consto d’un gran me e d’un piccolo me: questi due signori sono quasi sempre in guerra tra di loro; l’uno è spesso all’altro sommamente antipatico. Il primo è taciturno e assorto continuamente in pensieri, il secondo parla facilmente, scherza e non è alieno dal ridere e dal far ridere. Quando questi ne dice qualcuna un po’ scema, quegli va allo specchio e se lo bacia. Io son perpetuamente diviso tra queste due persone. Ora impera l’una, ora l’altra. Io tengo naturalmente moltissimo di più alla prima, voglio dire al mio gran me; mi adatto e compatisco la seconda, che è in fondo un essere come tutti li altri, coi suoi pregi comuni e coi comuni difetti.

Quali dei due amerai di più, Antonietta mia?

In questo consisterà in gran parte il segreto della nostra felicità…”

 

Era forse un mettere le mani avanti, anche se con certezza non fu la lettera a condizionare i rapporti tra lo scrittore e la moglie. E una confessione fatta molto tempo dopo ad amici “la pazzia di mia moglie sono io” fa credere che quel matrimonio di convenienza non fosse ben assortito.

Il rapporto non raggiunse mai il diapason e nel 1903, quando s’allagò la miniera di Aragona del padre dello scrittore Stefano, inghiottendo nel disastro di quattrocentomila lire la dote intera di Antonietta Portulano, i nodi vennero al pettine.

 

Pirandello in love ANTONIETTA: …Quando, per posta, arrivò la cattiva notizia, fui per morire. Ma mi furono curati i danni del corpo, non quelli della mente che solo io sapevo. Tu, preso nel gorgo, facesti un tentativo melodrammatico di chiudere con l’esistenza terrena.

LUIGI: Ma l’Arte era tutta la mia vita e l’Arte doveva vivere, su tutto e su tutti.

ANTONIETTA: Già, l’Arte, l’unico tuo amore. La tua pazzia, invece! Ritornasti a scrivere più di prima, con una grinta maniacale. Il solco che s’era aperto tra noi, mai chiuso, s’allargò. Ormai, il nostro rapporto andava per la sua china. Alla morte di mio padre, l’eredità avrebbe dovuto salvarci. Tu cominciasti ad affermarti. Ma fu una gioia effimera, se di gioia si può parlare. Andavo avanti tra una crisi e un’altra. E medici, medici, medici. (da “Pirandello in love” di Ubaldo Riccobono, Commedia, 2008)

 

Diversamente dalla moglie di Leonardo Sciascia, Antonietta Portulano vedeva nell’attaccamento all’arte da parte del marito un meccanismo di fuga – oppure un feticcio –  che lo alienava da lei.

 

Pirandello in love ANTONIETTA: … E per questo ti affannavi a creare storie immortali. La morte ci libera dalla nostra pazzia, Luigi. E, una volta liberi, non vorremmo viverne un’altra di vita. E’ la stessa cosa di quando ti gridavo che volevo essere libera e ricca, allorché mio padre, morendo, mi lasciò una fortuna. Ma tu non volesti capire, non riuscisti a liberarti da te stesso. Forse, se ti fossi sottratto un po’ al culto della tua religione, sarei rinsavita, chi lo sa? Mi sentivo plagiata. M’angustiavi con il gran me dell’artista e il piccolo me della vita quotidiana. Mi dicevi che io non potevo vedere al di là del tuo “piccolo me”. Mi sbarravi ogni strada. I tuoi genitori, le tue sorelle, i tuoi fratelli, tutti, prima di me. Passi per i miei figli, che sono sangue del mio sangue, usciti dal mio ventre con dolore e fatica. I miei parti non furono facili, mi costarono molto e mi segnarono per tutta la vita. E tu che hai scritto tanto di donne, che hai cercato di capire l’animo femminile, riuscisti a comprendere veramente chi fui io? Io per te? Non solo come moglie, ma anche come madre e come donna? (da “Pirandello in love” di Ubaldo Riccobono, Commedia, 2008)

 

 

 

 

Pirandello in love ANTONIETTA: … Dove avresti potuto trovare una serva più servizievole di me? Tu eri diventato il perno di tutto. Dovetti scandire la mia esistenza sulle esigenze tue e della tua Arte, e dei tuoi figli ovviamente. Dico “tuoi” per le gioie, “miei” per i doveri e le fatiche. Ed io, forse, non ero un soggetto pensante? Dotato di una mente e di libero arbitrio? Come mi vedevi, io non so. Una cavia per le tue novelle? Una donna da studiare? Ti chiudevi nella prigione del tuo studio, ore ed ore, a lavorare e a fantasticare. Io dovevo rispettare le consegne, come all’albergo, dove sulla porta delle camere si vede talvolta il cartello con su scritto: non disturbare. Ed io di là, la peggiore delle schiave, a pensare a tutto. E poi dai tuoi amici mi sentivo tagliata fuori. Sempre a parlare di arte, dalla mattina alla sera, a leggere le tue novelle, per carpirne i segreti. Io sfaccendavo come una serva, ai tuoi e ai loro comandi…(da “Pirandello in love” di Ubaldo Riccobono, Commedia, 2008)

 

 

Un rapporto nato male con un matrimonio d’interesse, voluto dalle due famiglie, entrato quasi subito in crisi e che mai si sanò. Luigi Pirandello e Antonietta Portulano s’erano incontrati in apparenza per caso quando la carrozza del padre di Antonietta, scesa da Girgenti, imboccò lo stradone che portava a Villa Caos, dove ad attenderli c’erano Luigi e il padre.


Casa Natale di Luigi PirandelloCasa Natale di Pirandello

L’incomprensione e l’incomunicabilità, fino alla pazzia, contrassegnarono il rapporto dei coniugi Pirandello, elementi diametralmente opposti a quelli della coppia Sciascia-Andronico, fondati sull’intesa e sull’armonia.

 

 

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