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UN FILO DI FUMO

Romanzo di Andrea Camilleri 

…un bel dì vedremo

levarsi un fil di fumo sull’estremo

confin del mare.

E poi la nave appare

                                                              

                                            Illica-Giacosa, Madama Butterfly

 

Andrea Camilleri L’attesa è inafferrabile ed evanescente come un filo di fumo, temuta e sperata come condanna o salvezza: questo il canovaccio del secondo romanzo di Camilleri con l’omonimo bel titolo, finito di stampare nel marzo del 1980 per i tipi della Garzanti.

Attesa di vita e di morte (commerciale) per una famiglia, attesa per una vendetta aspettata da un paese intero, vessato, e attesa per un trionfo letterario dietro l’angolo, che Camilleri covava nelle volute di fumo delle sue sigarette, mentre andava dipanando i pensieri di questo primo grottesco romanzo, nel quale compare il nome di Vigata. Nei successivi racconti di successo, il paese letterario diventa definitivamente il luogo privilegiato delle inchieste del commissario Montalbano, entrando quindi con il personaggio protagonista nell’immaginario collettivo, non solo dei siciliani.

Forse, ancora oggi, fumando intensamente come dieci turchi messi insieme, lo scrittore empedoclino pensa, umoristicamente, alla mancata trasformazione della sua cittadina natale, Porto Empedocle, nella sua Vigata letteraria.

Per rendere onore al suo successo quasi prodigioso, gli amministratori locali avevano fatto iscrivere sui cartelli stradali, tra parentesi, il nome letterario accanto a quello reale:

 

Porto Empedocle (Vigata)

 

Fin lì nulla quaestio. Ma l’obiettivo di sostituzione non è passato, ripudio dovuto essenzialmente ai canoni della fiction, che non ammette secondo il grande pubblico distorsioni surrettizie della realtà. Da quella persona intelligente qual è, Camilleri ne era consapevole in anticipo, sapendo tra l’altro che i nomi inventati da Pirandello per la sua Girgenti – tra i quali Milocca, Richieri, Montelusa – mai si sarebbero sostituiti a quello di Agrigento.

Ironia della sorte, oggi invece il contenuto di Un filo di fumo diventa quanto mai attuale, ritornando in auge nell’ambito dell’infuocata polemica sulla costruzione o meno, a Porto Empedocle, di un rigassificatore, destinato a portare il gas dall’Africa.

Si sta creando lo stesso clima aspro di aspettazione che contraddistingue la storia del romanzo, in un porto che come allora costituisce l’unica possibilità di sviluppo: allora mediante lo zolfo, oggi grazie all’energia. Ridotta all’osso, la querelle attuale sembra essere la seguente: arriveranno mai ad attraccare sul molo di Porto Empedocle le navi gasiere?

I pragmatici assertori dello sviluppo sostengono che la struttura, con il miglioramento del porto e dei suoi fondali, la maggiore agibilità per le navi di alto tonnellaggio e con la riconversione della zona super-inquinata della ex Montedison ad insediamenti meno invasivi e più redditizi, porterà opportunità imprenditoriali e posti di lavoro. Gli oppositori ritengono invece che i guasti ambientali, in prossimità dei luoghi pirandelliani del Caos, saranno irreversibili, mentre limitati risulteranno i vantaggi dello sviluppo. C’è da dire a onor del vero che già il progetto ha superato gli esami d’impatto ambientale ed è stato regolarmente varato dagli organi competenti. Tuttavia la lotta tra i fautori del sì e gli strenui difensori del no si è fatta aspra, con la raccolta nel capoluogo di firme di cittadini che si professano contro il rigassificatore. Di recente gli assertori del progetto hanno incassato il sì pesante del padre letterario di Montalbano, Andrea Camilleri, il quale ha fatto palese la sua opinione, argomentandola con i vantaggi indubbi che ne deriveranno all’economia del suo paese natale, ma anche all’intero hinterland del capoluogo. Un’opinione come tante, legittima, che merita rispetto e non ironie e dileggi, ma non gradita alla controparte per la valenza psicologica che assume, considerata la caratura del personaggio che la sostiene. La polemica monta. Certo, però, quel filo di fumo, che dà il titolo al romanzo, in cui s’incarna, da un lato, il timore di una famiglia e, dall’altro, la speranza di un’intera comunità, sta assumendo  per la vicenda attuale  un significato umoristico-pirandelliano. Nella fiction di Camilleri la nave arrivò, ma non riuscì ad attraccare sul molo, salvando capre e cavoli. Ma le navi gasiere attraccheranno? Chi vivrà, vedrà. Considerati i precedenti, l’occasione sarebbe propizia per scrivere un nuovo Filo di fumo, più moderno, più aggiornato. E non è detto che il prolifico Andrea Camilleri non esaudisca tale preghiera, magari presentando la nuova opera ad attracco avvenuto.

 

IL FUMO DI EMPEDOCLE

Empedocle di Agrigento 

Solo una parte della vita

Che non è vita

Vedono gli uomini:

condannati a pronta morte

si dileguano come fumo.

 

                                        Empedocle

 

Breve è la vita degli uomini secondo Empedocle, eppure essi sembrano ignorarlo: nella Contesa, nella Competizione, nella Lite sembra riassumersi tutta la loro esistenza, in un incessante sogno di grandezza, illusorio come l’enigmatico filo di fumo di Andrea Camilleri. Il teorema empedocleo ci dice che nell’attesa la vita scorre inesorabilmente.

 

«L’uomo è nato per soffrire affanni e liti. A nulla valgono i mezzi del sapere. Beato è solo chi possiede i beni della mente divina. Un giorno gli uomini furono tutti beati e sedevano nelle supreme magioni, a mensa con i numi; ma molti di loro si macchiarono le mani di sangue. Per volere del fato, per decreto antico degli Dei, costoro furono banditi dalle alte sedi e dovranno peregrinare tre volte diecimila stagioni. Dall’etere furono scagliati nel mare e, poi, rovesciati dall’onda sulla terra e ancora alle fauci ardenti del sole, e, poi, dal sole saranno affidati ai turbini dell’aria. Così, di sito in sito essi peregrinano al buio, dove hanno dimora la strage e l’ira. Uno di questi io sono, fuggiasco dai luoghi eterni, esule e ramingo, perché fede prestai nella furente Lite»  (Da Una contrada chiamata Consolida di Ubaldo Riccobono)

 

IL VIZIO DI PIRANDELLO

 Luigi Pirandello tra i figli

«C’era nostra madre; c’era nostro padre; ma c’erano anche tant’altre cose, i vizi, le ragazze, le cravatte nuove, le illusioni, le sigarette, ed anche la patria» (Pirandello, Quando si comprende, novella)

 

C’è un beneficio culturale nella sigaretta? Stando a Pirandello, sembra proprio di sì.

La sigaretta era per lui quasi un bisogno essenziale, dal quale difficilmente riusciva a separarsi, soprattutto nei momenti di maggior concentrazione nel suo laboratorio, vincendo così quell’ansia di scrivere e di creare, che sempre lo accompagnava.

 

Luigi Pirandello«Ho sofferto di palpitazione, fin quasi a rimanerne soffocato, poche notti addietro. Ora soffro invece per le proibizioni impostemi dal medico, le quali mi vietano assolutamente il caffè e il vino che non sia bene annacquato, il fumo delle sigarette, le veglie e la troppa occupazione. L’astinenza dalla sigaretta è per me solo ed incredibile sagrifizio» (Lettera da Roma, 27 maggio ’88)

 

 

La paura dell’ozio, la trappola dell’immobilità erano i pericoli dai quali il premio Nobel voleva fuggire. La vita era intesa da lui come eterno divenire, incessante trasformazione, flusso continuo, incandescenza, esattamente come diceva il conterraneo Empedocle, filosofo della natura e del movimento ciclico di tutte le cose, che nel cosmo si componevano e scomponevano eternamente.

 

Empedocle, filosofo di AkragasUn’altra cosa devo dichiararti:

nulla ha inizio né morte,

perché esistono solo miscugli

ed è soltanto scioglimento

la morte delle cose miste.

Quando dal miscuglio primordiale

sorge la razza umana o quella degli uccelli

o delle piante o la famiglia dei bruti selvaggi,

allor si dice che essi nascono;

quando il miscuglio si discioglie

allor che han trista morte

 

(Empedocle, Sulla natura)

 

Luigi PirandelloIl fumo era quindi per Pirandello la proiezione di sé, l’estremo bisogno di comunicare, di vincere l’impassibilità, di spendere il suo pensiero in ogni istante, anche nei momenti di quiete. La quiete per lui equivaleva alla morte.

 

«Soffro troppo, non bevo più per niente caffè, non fumo – è orribile! E debbo stare in ozio – così si muore più presto» (Lettera da Roma, 3 giugno ’88)

 

Pirandello non aspirava alla vita contemplativa o alla virtù e ai familiari che gli consigliavano espedienti per potersi liberare del vizio del fumo, rispondeva umoristicamente, sapendo che non avrebbe mai rispettato alla lettera le prescrizioni dei medici.

 

«E così, son  presso che venti giorni che io professo la perfettissima virtù. Son rimasto agli occhi di tutti scevro di ogni vizio; non è stolto, in questo caso, farsi inganno – un vizio c’è sempre: il cuore, vizio e suprema molestia della vita mia. Non fumo più, non bevo più caffè, non più vino che non sia molto annacquato, ma che per questo? Credete voi che io abbia a liberarmi dalla affezione cardiaca? E’ impossibile. Anche io, come la ghianda, dovrei cangiar natura; ma né io, nella ghianda – contateci pure – la cambieremo. Ciò che dovrei fare per guarire è appunto quello che non posso fare. Dovrei diventare pecora – rimprosciuttirmi il cervello, non preoccuparmi di nulla, vivere insomma in beatissima apatia lontano dagli studi e in generale da ogni emozione; niente musica, niente poesia (e di comporne io, non se ne dovrebbe neanco far motto) – infine vegetare tutto chiuso in un puro ozio contemplativo. Queste le prescrizioni; se ve ne basta l’animo, consigliatemi di metterle ad effetto. Non v’impensierite, però, sul mio stato: niente di grave. E’ semplicemente una gran molestia» (Lettera da Roma, 1 febbraio 1989)

 

IL CAVALIERE E LA MORTE


Sciascia e la moglie a Siviglia

«FUMO, VIZIO DI MORTE»

 

Per Sciascia il fumo diventa vizio di morte, è il tumore del personaggio, il cancro della società che tutto inquina e corrompe. Ne “Il cavaliere e la morte” la pulsione di morte aleggia in tutte le pagine dell’opera, è il motivo conduttore, il segno di un destino, il marchio di una società in caduta libera, che si rivela sin dall’incipit.

 

«Automaticamente, accese ancora una sigaretta. Ma l’avrebbe lasciata a consumarsi nel portacenere se il Capo, entrando, non gli avesse fatto il solito rimprovero sul tanto e rovinoso fumare. Vizio stupido, vizio di morte. Aveva smesso  di fumare, il Capo, da non più di sei mesi. Ne era molto fiero: a misura della sofferenza che ancora sentiva, una certa invidia, un certo rancore, quando vedeva gli altri fumare; e si alimentavano del fatto che davvero ormai il sentore del fumo gli dava un fastidio che arrivava alla nausea, al tempo stesso che la memoria del proprio fumare gli era come di un paradiso perduto»

 

Leonardo SciasciaSi avverte nella scrittura un’intensa sofferenza, il presentimento della morte, palpabile in ogni parola, nella stanchezza del  vicecommissario che indaga e sa di andare alla morte, quasi evocandola. Il testo era stato scritto a mano nell’estate dell’ ‘88, come se si trattasse di una registrazione di riflessioni personali, sia pure inserite in un canovaccio “giallo”. Ribattuto a macchina, fu pronto per la stampa a fine dicembre. Subito dopo, nell’aprile 1989  le condizioni di salute di Sciascia divennnero drammatiche, tanto da consigliare un ricovero a Milano. Tranne brevi pause, starà a Milano fino ai primi di settembre e morirà il 20 novembre nella casa di Palermo. In quest’ultimo romanzo, da considerarsi per certi versi autobiografico, perfino l’organizzazione sovversiva “Figli dell’89”, responsabile in apparenza dell’uccisione del vicecommissario (nel quale è individuabile lo scrittore stesso), reca una palese premonizione dell’anno della sua morte, anche se esso può apparire un riferimento all’anno della rivoluzione francese.

 

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