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IL PROFESSOR TERREMOTO

(Pirandello dalla Sicilia all’Abruzzo)

Terremoto di Messina 1908 


Luigi Pirandello Il terremoto per Pirandello rappresenta l’imprevedibilità estrema della vita, che ci riserva in gran copia amarezze, drammi, tragedie e dolori; e viene a frustrare le illusioni e la vanagloria  degli uomini, i quali soltanto in queste occasioni riescono a cogliere l’essenza della loro umanità, della dignità, della solidarietà e del rispetto della natura.

Nella novella Il professor Terremoto, la sconvolgente catastrofe del 28 dicembre 1908 del terremoto di Reggio Calabria e Messina (con ben 130.000 morti) viene vissuta come una scoperta della grandezza “eroica” dell’uomo, che sa compiere miracolosi salvataggi, pur con il rischio della vita:

 

“Quanti di qui a molti anni, avranno la ventura di rivedere risorte Reggio e Messina dal terribile disastro del 28 dicembre 1908, non potranno mai figurarsi l’impressione che si aveva, allorché, passando in treno, pochi mesi dopo la catastrofe, cominciava a scoprirsi, tra il verde lussureggiante dei boschi d’aranci e di limoni e il dolce azzurro del mare, la vista atroce dei primi borghi in rovina, gli squarci e lo sconquasso delle case.

Io vi passai pochi mesi dopo, e da’ miei compagni di viaggio udii i lamenti su l’opera lenta dello sgombero delle macerie, e tanti racconti di orribili casi e di salvataggi quasi prodigiosi e di mirabili eroismi”

 

Pirandello, io-narrante, è come se avesse vissuto in prima persona i fatti, che gli furono raccontati dal fratello Giovanni, trasferito dall’Ente Ferrovie da Palermo a Messina nei primissimi giorni del 1909, su sua richiesta. Un evento vissuto traumaticamente dalla famiglia Pirandello, perché a Messina morì, sotto le macerie del suo palazzo, il cugino Luigi Pirandello, omonimo del Premio Nobel, ma coetaneo del padre Stefano (nati entrambi nel luglio 1835 a distanza di pochi giorni).

Nella novella, un viaggiatore racconta allo scrittore e al resto dei compagni di viaggio un suo particolarissimo caso e parla dell’eroismo umano in contrasto con la meschinità della vita di tutti i giorni:

 

Pirandello al lavoro“La vita non è fatta di questi momenti. La vita di tutti i giorni, voi sapete ben com’è: irta sempre di piccoli ostacoli, innumerevoli e spesso insormontabili, e assillata da continui bisogni materiali, e premuta da cure spesso meschine, e regolata da mediocri doveri.

E perché si sublima l’anima in quei rari momenti? Ma appunto perché si libera da tutte quelle miserie, balza su da tutti quei piccoli ostacoli, non avverte più tutti quei bisogni, si scrolla d’addosso tutte quelle cure meschine e quei mediocri doveri; e, così sciolta e libera, respira, palpita, si muove in un’aria fervida e infiammata, ove le cose più difficili diventano facilissime; le prove più dure, lievissime; e tutto è fluido e agevole, come in un’ebbrezza divina”

 

Ma questa aerea sublimità fino a quando può durare? Qui il viaggiatore Professor Terremoto, così definito umoristicamente dai suoi alunni, nel raccontare i singolari eventi della sua vita (dopo averli salvati nel terremoto, si prende carico della moglie, dei genitori e di tre figli e poi di cinque nati nella baraccopoli) non può fare a meno di considerare che, dopo i momenti “eroici”, si rientra inevitabilmente nei ranghi delle ordinarie vicende esistenziali e collettive:

 

“Lei non sa; lei non se n’accorge; non se ne può accorgere. Se ne accorgerà, quando l’anima le ricascherà, come un pallone sgonfiato, nel pantano della vita ordinaria”

 

Così, Pirandello ribadisce che la vita dell’uomo, soggetta alla grande ruota del tempo e della morte, che potrebbe essere vivificata nella sua durata, sempre e in ogni caso, dalla grandezza e dall’ “eroismo” quotidiano, è invece contrassegnata da egoismi, giuochi delle parti e di potere, da aspirazioni al superfluo e dalla rincorsa ai beni materiali, dalle delusioni singole e collettive.

L’uomo, in questa vana ed effimera ricerca, trascura la sua autenticità ed intanto il tempo scorre inesorabilmente e lo beffa.

E’ l’insegnamento dei terremoti e della nemesi della natura (ricordato ad esempio nella commedia “Non si sa come” e in altre novelle o romanzi) che postula l’apertura di una seria riflessione sugli scopi autentici dell’umanità, in presenza soprattutto di tali eventi luttuosi e sconvolgenti.

Sulla falsariga di queste meditazioni letterarie, ma umanissime e sempre attuali, in questo momento tragico del disastroso terremoto abruzzese, bisogna prendere coscienza di questo grande afflato di solidarietà che scatta nel popolo tutto, che non può essere soltanto il frutto del momento, ma deve poter durare, deve fare abbattere, ora e in futuro, steccati, veti, contrapposizioni sorde, che nulla di buono hanno finora prodotto.

L’Italia ha avuto troppi terremoti, sono state varate leggi – disapplicate o inadeguate – ci sono stati pochi controlli.

Occorre voltare pagina, riunire tutte le forze sane della nazione per una scommessa da vincere. L’inizio è promettente, ma sono le strategie, le lungimiranze, i risultati finali quelli che contano. Di fronte ad essi non ci sono differenze di movimenti politici, di partiti, di posizioni. Al di là dell’onda emotiva del momento e della tragedia immane, ne ricaviamo da Pirandello un insegnamento razionale e un monito per tutti, a futura memoria.

Il titolo umoristico della novella pirandelliana è assai emblematico: il terremoto è un vero "professore" e ci dà lezioni memorabili. Sta all’uomo tenerle sempre presenti e soprattutto farne tesoro, perché gli effetti dei terremoti, imprevedibili, in avvenire possano essere limitati e circoscritti.

 

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