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ISTANBUL, CROCEVIA DI CULTURE

(notazioni di viaggio)

Istanbul, tramonto sul bosforoMoschea di Solimano, IstanbulSanta Sofia Santa sofia mosaico dCisterna romana, IstanbulIstanbul Moschea blu Moschea blu

Divisa tra Asia e Europa, tra Oriente e Occidente, tra religione e laicità, megalopoli di 15 milioni di abitanti, esplosa tumultuosamente negli ultimi anni, Istanbul incarna la tradizione e la modernità con tutte le sue contraddizioni che una società del genere può comportare. La gente arriva da tutti gli angoli della Turchia, con la speranza nel cuore, puntando decisamente su questa città, la più estesa del mondo, e anche su Smirne (5 milioni di abitanti, altra città cresciuta a dismisura) per sottrarsi ad una sorte di miseria, di disoccupazione, di condanna sociale.

Panorama di Istanbul Ma come tutte le metropoli, Istanbul, città internazione dal turismo redditizio, può dare poco ai diseredati, perché i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri più poveri. La forbice si allarga sempre più e crescono i fermenti e le proteste. C’è il sogno europeo, di entrare nella Comunità, per essere una nazione competitiva dell’Occidente; c’è la paura d’essere fagocitati nelle spire dell’islamismo per uno stato che il padre della patria Ataturk aveva voluto fortemente laico, sganciandolo per sempre dalla religione.

La Repubblica di Turchia, nata il 29 ottobre del 1923, costituì un evento eccezionale, forse unico, se si pensa che l’impero ottomano era durato per molti secoli, ininterrottamente dal 1299 al 1922. Non c’è alcuna affinità linguistica, culturale, etnica, tra Turchi e Arabi. Tuttavia, la libertà religiosa è stata una costante della Turchia. All’ingerenza della religione araba si aggiunge quella europea, che sovvenzionò lo stato ottomano con cospicui prestiti internazionali, che diedero il via a un debito pubblico difficile da colmare.

Da qui la caduta dell’impero e la nascita di uno stato repubblicano, ad opera di Mustafa Kemal Ataturk.

Ataturk padre della patria turcaIl culto di Ataturk regna ancora sovrano e le sue riforme, nei piloni portanti, sopravvivono a settant’anni dalla sua morte (10 novembre 1938). Nel palazzo di Dolmabahce, dove Ataturk visse, dal suo rientro in patria fino all’ultimo giorno, tutti gli orologi sono puntati sulla fatidica ora della sua morte, le 9,05.

Dolmabahce, palazzo visto dal BosforoOrologio di DolmahbaceDolmahbace Scalinata e lampadarioSalone ingresso DolmabahcePalazzo Dolmahbace Ataturk riformò la scuola e il diritto e diede il via a un processo di occidentalizzazione, laicizzando la società turca, anche se raccomandò di non spingere l’occidentalizzazione fino alle estreme conseguenze. Del suo progetto culturale fece parte integrante l’emancipazione della donna. Anche se non proibì formalmente l’uso del velo, invitò pubblicamente e continuamente a non usarlo. Libertà e diritti civili delle donne furono suoi cavalli di battaglia. Scriveva:”Se ciò che chiamate civiltà è lasciar andare le donne mezze nude per le strade e farle ballare in mezzo a tutti, sappiate che questo è contrario alla nostra mentalità. Non lo vorremmo non lo vorremmo mai.”

Danza del ventre, IstanbulTuttavia, se sotto il profilo legale questi principi rimasero saldi e intangibili, l’emarginazione della donna turca, dopo la seconda guerra mondiale, cominciò ad essere pesante, tanto che nel 1989 ad Ankara, la capitale, si tenne il primo congresso femminista, con il quale si stigmatizzava la molteplice oppressione femminile, che si manifestava in tutte le istituzioni dominate dall’uomo – famiglia, scuola, stato, religione -, anche se c’è da precisare che l’ultimo periodo dell’Impero ottomano aveva fatto riscontrare un fermento eccezionale a favore dell’emancipazione femminile.

Donne nella moschea di Eyup Donne che pregano, Santa SofiaKemal Ataturk aveva anche abolito la poligamia fondando un diritto di famiglia paritario. Certo molte contraddizioni esistono e sussistono nella società turca anch’essa globalizzata, soprattutto nei paesi dell’interno, dove sono tangibili prevaricazioni, superstizioni, riti tribali e religiosi, analfabetismo e acceso nazionalismo. E in politica estera il mancato riconoscimento del “genocidio armeno” del 1915 ad opera dei Giovani Turchi, unitamente alla politica autoritaria del premier Erdogan, costituiscono una grossa remora per l’ingresso nell’UE. Barak Obama si è detto favorevole, ma Sarkozy e la Merkel sono contrari. Una partita aperta, ma che rischia di allargare il solco tra Europa e Turchia, la cui politica marcia verso l’islamizzazione, contraria alla visione kemalista, molto radicata nella coscienza del paese.

 

 

PAMUK, EMULO DI PIRANDELLO E SCIASCIA

Orhan Pamuk 

“L’intera Istanbul è confusa e triste come me”

 

“Finalmente capivo di amare Istanbul proprio per le sue rovine, per la sua malinconia e per il fatto che avesse perduto il prestigio di un tempo”

                                                                                        (Orhan Pamuk, Istanbul)

 Moschea di Solimano

Di questo disagio sociale, politico, internazionale, ma anche esistenziale della Turchia è fedele interprete Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura 2006, che soprattutto in “Istanbul” individua questo iato profondo tra l’essere e il dover essere di una città, che incarna una nazione intera, votata al sogno della modernità – pur con tutte le patenti contraddizioni – o ripiegata in un ritorno ad un integralismo religioso, superato dai tempi e dalla logica, contrario persino alla sua vera identità storica.

Pamuk è contrario all’occidentalizzazione a tutti i costi, alla cementificazione sfrenata – per la verità non così evidente come in altre realtà dell’Oriente, vedi ad esempio Bangkok – e indulge al ricordo romantico di una Istanbul a misura d’uomo, città culturale, città romana, bizantina, ottomana, con il fascino dei suoi minareti, dei suoi vicoli, del suo mare, del Bosforo, del Corno d’Oro, dei palazzi ottomani, di Topkapi, di Santa Sofia.

LTopkapi, dallVenditore di gelatoNel Bazaar di IstanbulCittà in cui si mescolano culture, sedimentate nel tempo e che hanno lasciato tracce, che non possono essere sradicate.

Ma Pamuk si schiera dalla parte della modernità, rivendicando il ruolo dell’intellettuale – accanto a quello politico – e alzando la voce per il riconoscimento del “genocidio armeno”, per il quale è stato posto sotto inchiesta, per sua fortuna archiviata, ma che rinfocola le ire dei “nazionalisti”.

Ma se Pamuk può essere considerato la coscienza critica della Turchia, il letterato di punta della cultura turca, ha tuttavia rifiutato l’etichetta che avrebbero voluto appioppargli di “scrittore della nazione”.

Sono un uomo fatto di libri” ama dire e si dimostra orgoglioso dei sedicimila volumi della sua biblioteca. La scrittura è per lui la sua essenza, il suo modo di essere. Vivere e scrivere, come Pirandello, per lui fondamentale come Borges; e come Sciascia, di cui possiede l’opera omnia, compresi gli scritti politici, è stato un lettore “bulimico”.

Pamuk avverte il disagio dell’intellettuale relegato in un angolo, in una nazione in cui contano più la politica e il potere: è un disagio universale, denunciato anche dall’altro Premio Nobel 2007 Doris Lessing. Lo scrittore però non può abdicare al suo sogno, al suo ruolo, alla ricerca della felicità possibile, nella scrittura e per la scrittura, che Leonardo Sciascia, sulla falsariga di Borges, individuava in una sorta di stato di grazia.

 

Sciascia e l’Oriente

 La Scala dei Turchi, Realmonte (Agrigento)

Leonardo SciasciaIl mondo orientale vena le opere di Leonardo Sciascia. Ma l’Oriente è visto dal siciliano come un evento temuto, l’insicurezza è la componente primaria della storia siciliana.

 

«…non del mare che li isola, che li taglia fuori e li fa soli i siciliani diffidano, ma piuttosto di quel mare che ha portato alle loro spiagge i cavalieri berberi e normanni, i militi lombardi, gli esosi baroni di Carlo d’Angiò, gli avventurieri che venivano dalla “avara povertà di Catalogna”, l’armata di Carlo V e quella di Luigi XIV, gli austriaci, i garibaldini, i piemontesi, le truppe di Patton e di Montgomery; e per secoli, continuo flagello, i pirati algerini, che piombavano a prendere i beni e le persone. La paura “storica” è diventata dunque paura “esistenziale”; e si manifesta con una tendenza all’isolamento, alla separazione; degli individui, dei gruppi, delle comunità – e dell’intera regione» (Leonardo Sciascia, La corda pazza, Sicilia e Sicitilitudine)

 

Evento temuto che viene dall’est contraddistinto da una serie di frasi del dialetto siciliano tuttora in uso: “mamma li turchi”, “cu piglia un turcu è so”, “bestemmia comu un turcu”, “fuma comu dudici turchi”, “fici cosi turchi”. Modi di dire, iperboli dell’immaginario collettivo, ormai retaggio, ma significativi.  In Occhio di capra Sciascia ricorda ancora i Turchi, l’harem, il dorato del tesoro, del danaro, come un vagheggiamento estravagante:

 Istanbul, Topkapi, tesoro

Istanbul , Topkapi, Harem

«D’AREMI. Sono “d’aremi”, nelle carte da gioco siciliane, quelle dell’oro. Di danari. Probabilmente dall’arabo “dirham”, dìnaro. Ma per il suono, e per la lontana origine pure araba, resta di estravagante suggestione, a richiamo, la parola “aremme” registrata dal Tommaseo: “l’aremme de’ Turchi, in quanto è chiostro; ma aremme son anco le femmine stesse”. Lontana parola, ma non sfuggita alla caccia dannunziana: “su quel tappeto d’aremme”. Di harem. Ma per me, nel ricordo delle carte da gioco con cui nella mia infanzia molto tempo si trascorreva, la parola soffonde un che di dorato»

Istanbul, una volta dell

Pirandello e i Turchi

Luigi Pirandello Di questa tendenza all’eccesso, all’eresia, all’ "iconoclastiadel mondo turco, l’umorismo di Luigi Pirandello non poteva non cogliere gli aspetti più contraddittori, messi in luce nella novella “La lega disciolta”, 1910, in un personaggio, Bombolo, che ostenta tutto il carattere di un turco, temuto e riverito:

 

Girgenti, contadino con fez“Bombolo stava tutto il giorno, col berretto rosso da turco sul testone ricciuto, un pugno chiuso sul marmo del tavolino in atto d’impero, l’altra mano al fianco, una gamba qua, una gamba là, guardando tutti in giro, senza disprezzo ma con gravità accigliata, quasi per dire:«I conti qua, signori miei, lo sapete, bisogna farli con me»” 

Bòmbolo ha fondato una lega di “bravi picciotti”. Fanno sparire capi di bestiame ai proprietari di terre, perfino ai baroni; e tutti, dicasi tutti, sono costretti a recarsi in processione da lui, per cercare di recuperarli e, per riaverli, devono pagare.

 

“Aveva un cartolare, Bòmbolo, ch’era come un decimario di comune, dove, accanto a ogni nome erano segnati i beni e i luoghi e il novero delle bestie grosse e delle minute. Lo apriva, chiamava a consulto i più fidati, e stabiliva con essi quali tra i signori dovessero per quella settimana «pagar la tassa»” (Pirandello, La lega disciolta)


Ma l’attività di Bòmbolo è un togliere ai ricchi per dare ai poveri, come egli dice a un suo vessato compaesano:

 

“Oggi com’oggi, un uomo, un figlio di Dio che lavora, povera carne battezzata come Vossignoria, non come me, io sono turco – sissignore – turco… eccolo qua – (e presentava il fez) – dicevamo, un uomo che butta sangue con la zappa in mano dalla punta dell’alba alla calata del sole, senza sedere mai, altro che mandar giù a mezzogiorno un tozzo di pane con la saliva per companatico; un uomo che le torna all’opera masticando l’ultimo boccone, dico, padrone mio, pagarlo tre «tarì», in coscienza, non è peccato? Guardi Don Cosimo Lopes! Dacchè s’è messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno, ha da lagnarsi di nulla?”


E in un fondaco delle alture di San Gerlando, Bòmbolo riunisce, ogni settimana, la Lega per integrare i magri guadagni dei contadini al prezzo stabilito di tre lire, detratte le pensioncine settimanali per le famiglie di tre esattori, condannati a tre anni di carcere, che avevano saputo tacere sull’attività della Lega. E lui, nossignori, non prende una lira, anzi ci rimette del suo, perché anche il suocero paga la «tassa». Sono falsità, quelle che si propalano in giro, che lui ciurla nel manico. E’ lui l’apostolo della Giustizia, che controbilancia la “bella giustizia” che si amministra in Sicilia.

 

“Egli lavorava per la giustizia. La soddisfazione morale che gli veniva dal rispetto, dall’amore, dalla gratitudine dei contadini che lo consideravano come il loro re, gli bastava. E tutti in un pugno li teneva”


Tutto così vero che egli dichiara sciolta la Lega, allorquando escono dal carcere i tre esattori condannati e manda il fez  da turco, della sua sovranità, al suocero, come in una deposizione. L’umorismo pirandelliano, così evidente, esplode dirompente in tutta la sua icasticità, quando i furti di bestiame riprendono, all’insaputa di Bòmbolo e dei suoi sodali. E le persone che si rivolgono a lui, per pagare la “tassa” credono una commedia il suo sdegno, come prima avevano ritenuto una commedia la sua pietà per i contadini.


“Ah, dunque, volevano proprio che gli schiattasse nel fegato la vescichetta del fiele?

-Via! puh! paese di carogne!

E mandò dai nonni alle terre di Luna il suo figliolo, facendo dire al suocero che rivoleva subito subito il suo berretto rosso. Turco, di nuovo turco voleva farsi!

E due giorni dopo, raccolte le sue robe, scese al porto di mare e si rimbarcò su un brigantino per il Levante”


Emerge il sentimento del contrario, quel sentirsi ridicolizzato, che porta il personaggio  a volersi fare turco, eretico, a lasciare la sua terra, diventata nella sua violenza e protervia, più eretica dei più eretici turchi. Una novella che fa sorridere, di un sorriso amaro, ma non comica. La situazione del personaggio, schiacciato dagli eventi, potrebbe essere di chiunque e pertanto per Pirandello va rispettata e compresa.

 

 

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