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NOTTE DI SAN LORENZO

PIRANDELLO E SCIASCIA  E L’ETERNO

 Notte di San Lorenzo

Guardare le stelle e pensare l’eterno. E’ questo il filo logico della notte di San Lorenzo, con la riscoperta del cielo stellato che esercita un fascino particolare sull’immaginario collettivo di tutti i popoli?

Leonardo SciasciaEppure Leonardo Sciascia – un religioso Leonardo Sciascia – evidenziò l’instaurarsi, nel Secolo Breve, del deterioramento del valore dell’eternità, con l’uomo ripiegato a guardare le cose della Terra e a non mirare alle altezze:

 

“Adoriamo le cose al posto di Dio dell’universo dell’amore. Le vetrine sono il nostro firmamento, gli armadi a muro e le cucine americane contengono l’universo. Le cucine in cui non si cucina, abitate dal Dio dei caroselli televisivi… Mio padre, che era un piccolo borghese, passò tutta la vita in case d’affitto, senza mai sentire l’esigenza di possederne una. Oggi non c’è rivoluzionario che non voglia essere proprietario della casa in cui abita; che non si getti nei debiti, nei mutui venticinquennali, per il possesso di una casa. L’idea dell’eternità, l’idea dell’inferno, si sono contratte nei mutui bancari venticinquennali. Sono le banche che amministrano la metafisica”  (Leonardo Sciascia, Gioco di Società, da Il mare colore del vino)

 

Erano il consumismo che andava corrodendo la visione filosofica della vita, il tramonto delle ideologie e il radicarsi di una umanità votata all’esaltazione della tecnica e dell’economia. Da qui la conseguenza dell’irrazionalità dell’evo contemporaneo, delle nuove schiavitù che incatenano l’uomo alla contingenza e alla materialità.

Luigi Pirandello aveva letterariamente ben descritto lo iato immanente nella coscienza dell’uomo del novecento, diviso tra la percezione della sua finitezza – e piccolezza – e l’aspirazione all’eterno, di cui si sente portatore.

 

Luigi Pirandello“Se costantemente ci ricordassimo di ciò che la scienza astronomica ci ha insegnato, l’infimo, quasi incalcolabile posto che il nostro pianeta occupa nell’universo…

Lo so; c’è anche la malinconia dei filosofi che ammettono, sì, piccola la terra, ma non piccola intanto l’anima nostra,  se può concepire l’infinita grandezza dell’universo.

Già. Chi l’ha detto? Biagio Pascal.

Bisognerebbe pur tuttavia pensare che questa grandezza dell’uomo, allora, se mai, è solo a patto d’intendere, di fronte a quell’infinita grandezza dell’universo, la sua infinita piccolezza, e che perciò grande è solo quando si sente piccolissimo, l’uomo, e non mai così piccolo come quando si sente grande.

E allora, di nuovo, domando e dico che conforto e che consolazione ci può venire da questa speciosa grandezza, se debba aver altra conseguenza che quella di saperci qua condannati alla disperazione di veder grandi le cose piccole (tutte le cose nostre, qua, della terra) e piccole le grandi, come sarebbero le stelle del cielo. E non varrà meglio allora per ogni sciagura che ci occorra, per ogni pubblica o privata calamità, guardare in su e pensare che dalle stelle la terra, signori miei, ma neanche si suppone che ci sia, e che alla fin fine tutto è dunque come niente?” (Luigi Pirandello, Rimedio: la geografia, novella)

 

E questa grandezza infinita dell’anima umana viene ribadita da Leonardo Sciascia, sulla stessa lunghezza d’onda di Pirandello, citando proprio Biagio Pascal:

 

“Una delle più grandi menti che siano mai state toccate dalla Grazia, disse che un uomo può essere ucciso da qualunque cosa: una goccia d’acqua può farlo morire soffocato, un qualsiasi oggetto scagliato con violenza può fulminarlo: ma comunque e sempre l’uomo è più nobile di tutto quel che può ucciderlo dal di dentro. Questo è il mistero: immenso, adorabile. E si rivela soltanto nel Cristo…” (Leonardo Sciascia, Recitazione della controversia liparitana, commedia)

 

Per Pirandello e Sciascia l’uomo può scoprire la sua infinità soltanto riconoscendo i suoi limiti e la sua piccolezza. Allora soltanto potrà riacquistare tutta la sua umanità e riappropriarsi dell’eterno, in una visione filosofica superiore che gli può fare superare le miserie e le angosce della vita, così come pensa il Berecche pirandelliano, nella contemplazione delle stelle:

 Vincenzo Sciamè, L

“E’ la ragione filosofica, che pian piano, come si fa sera, riprende in lui il predominio.

Berecche si alza, s’appressa alla finestra più vicina, siede e si mette a guardare le stelle.

La vede per gli spazi senza fine, come forse nessuna o appena forse qualcuna di quelle stelle la può vedere, questa piccola Terra che va e va, senza un fine che si sappia, per quegli spazi di cui non si sa la fine. Va, granellino infimo, gocciolina d’acqua nera, e il vento della corsa cancella in uno striscio violento di tenue barlume  i segni accesi dell’abitazione degli uomini in quella poca parte in cui il granellino non è liquido. Se nei cieli si sapesse che in quello striscio di tenue barlume son milioni e milioni d’esseri irrequieti, che da quel granellino lì chiedono sul serio di potere dettare legge a tutto quanto l’universo, imporgli la loro ragione, il loro sentimento, il loro Dio, il piccolo Dio nato nelle animucce loro e ch’essi credono creatore di quei cieli, di tutte quelle stelle: ed ecco, se lo pigliano, questo Dio che ha creato i cieli e tutte le stelle, e se lo adorano e se lo vestono  a modo loro e gli chiedono conto delle loro piccole miserie e protezione anche dei loro affari più tristi, nelle loro stolide guerre. Se  nel cielo si sapesse, che in quest’ora  del tempo che non ha fine milioni e milioni d’esseri impercettibili, in questo striscio di tenue barlume, sono tutti quanti tra loro in furibonda zuffa per ragioni che credono supreme per la loro esistenza e di cui i cieli, le stelle, il Dio creatore di questi cieli, di tutte queste stelle, debbano occuparsi minuto per minuto, seriamente impegnati in favore degli uni o degli altri.  C’è qualcuno che pensi che nei cieli non c’è tempo? Che tutto s’inabissa e vanisce in questo vuoto tenebroso senza fine? E che su questo stesso granellino, domani tra mille anni, non sarà più nulla o ben poco si dirà di questa guerra ch’ora ci sembra immane e formidabile?” (Luigi Pirandello, Berecche e la guerra, novella)

 

Dante AlighieriDalle miserie del mondo, dalle guerre fratricide, dall’intolleranza, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ci si eleva guardando in alto, come disse il Divin Poeta, all’uscita dall’Inferno:

 

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

 

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXXIV, 139)

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