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Luigi PirandelloPIRANDELLO EMIGRANTE

 

120 anni fa, Luigi Pirandello fu costretto ad emigrare a Bonn, dove s’iscrisse alla locale Università per conseguire la laurea in filologia romanza. Eventi contingenti lo costrinsero, ma è chiaro che il cambio di sede dall’Università di Roma a quella di Bonn fu vissuto dal Premio Nobel come una vera e propria emigrazione, come si evince dalla lettera del 20 settembre 1889 da Porto Empedocle, scritta alla sorella Lina e al cognato Calogero:

 

“Ahimè, senza voi, come è parsa a me, rediente, diversa questa povera casa! E come ancor più mesta e muta io la lascerò tra pochi giorni! Via – via, i tristi pensieri…”

 

Dopo una breve sosta a Cavallasca (Como), ospite dei Corti, amici di famiglia, eccolo a Bonn, appena arrivato, a scrivere (10 ottobre) ai genitori con le titubanze e l’angoscia dell’emigrante:

 Il reno nei pressi di Bonn

Abitazione di Pirandello a BonnUniversità di Bonn

“Amatissimi miei,

ho ancora le orecchie intronate dal continuo monotono romor del treno, e parmi ogni cosa mi giri in torno con larghe volute e traballi.

Vi descriverò confusamente, come mi è dato nella condizione presente del mio spirito, il lungo viaggio.

Lasciai Como e Cavallasca con pena, sia per le gentilezze prodigatemi dalle famiglie Corti e Butti, sia perché là ero ancora in terra d’Italia, e lasciarla mi rincresceva. Ebbi la breve illusione d’un’immensa pace in quei piani benedetti della Lombardia; ma venne presto a svegliarmi l’alba del giorno fissato per la partenza.

Un giorno, una notte e un giorno ancora in ferrovia!

Lungo la via ferrata, al vento che il treno volando suscitava, gli alberi si torcevano, fischiavano in furia, e pareva che mi dicessero:

Torna, torna indietro, folle! Torna a chi t’ama, torna a chi soffre per te! E intanto, come fide scorte, correvano, s’affannavano lungo le lamine di ferro, dietro l’impavido mostro sbuffante, i pali del telegrafo sorreggenti alla mia destra e alla mia sinistra le ultime, le ultime fila, che mi legassero ancora alla patria man mano sempre più lontana…

O cari miei, cari miei, voi non potrete mai immaginare quanto bene m’abbiate fatto col farmi trovar qui queste vostre lettere. Quanto siamo lontani – e quanto, quanto deve correre una povera lettera nostra per recarci un’ora di dolcissima gioia!

 

Ne La Corda Pazza, Note pirandelliane (tra Girgenti e Bonn), Leonardo Sciascia descrive l’incidente che portò Luigi Pirandello ad andarsene in Germania:

 

“Pirandello seguiva i corsi della facoltà di lettere romana, dove insegnava letteratura latina Onorato Occioni, che era anche rettore magnifico. D’Annunzio, che otto anni prima di Pirandello aveva seguito i corsi dell’Occioni, da vecchio ancora ne ricordava il “magistero canoro”. E da parte sua, il maestro pare prediligesse l’allievo non meno canoro, chiamandolo a declamare Orazio in aula. Pirandello non sopportava invece lezioni tanto canore nella forma quanto mediocri nella sostanza; e si può dire che sotto la barba di Onorato Occioni, sul suo “magistero canoro”, vediamo già esplodere le prime differenze tra D’Annunzio scrittore di parole e Pirandello scrittore di cose.

“L’Occioni traduceva il Miles Gloriosus di Plauto – racconta Giudice – e gli venne fatto, un giorno, di sbagliare. Se ne accorse, non a tempo, e, senza destrezza, tentò di riparare, ma l’errore era irrimediabile. Pirandello era seduto nel primo banco accanto a un giovane prete che s’intendeva di latino: all’incidente del professore, i due si diedero di gomito. Il prete non trattenne il sorriso, e l’Occioni divenne furioso. Si buttò su di lui e lo coprì di vituperi, attento però a non scoprire la vera ragione della sfuriata. Pirandello non resse più e, levatosi in piedi, spiattellò al pubblico presente i reali motivi di quella rabbia. Dopo di che s’allontanò con sussiego dall’aula, senza potervi più rimettere piede. L’Occioni infatti, grazie alla sua autorità di rettore, riunì per direttissima i professori della facoltà e Pirandello, deferito al consiglio di disciplina, dovette abbandonare l’università”

Da questo incidente venne dunque la decisione di Pirandello di trasferirsi in Germania per completare i suoi studi; ed Ernesto Monaci, che a quanto sappiamo era il solo professore della facoltà di lettere romana che apprezzasse il giovane Pirandello, gli consigliò l’università di Bonn, dove la cattedra di filologia romanza, fondata dal Diez, era tenuta dal suo amico Foerster.”

 

Però la nostalgia di Roma in Luigi Pirandello esplode quasi subito, nella lettera del 17 novembre alla sorella Lina:

 

“Era di Roma che io ti parlavo; e là conto di fermar la mia stanza per sempre, se pure i casi non mi verranno contrari. Io voglio il Sole, io voglio la luce, e qui non si vedono mai né l’uno né l’altra; qui i giorni s’estinguono come tramonti continui.”

 

Eppure, circa un mese dopo, in una lettera indirizzata alla sorella e al cognato, sembra aver cambiato avviso:

 

“Io vi comunico, miei Cari, che in Aprile sarò Dottore in Filologia romanza, e che appena ottenuta la laurea e il titolo passerò ad insegnare Lettere italiane in questa università di Bonn, con emolumento annuo di circa 4 mila lire italiane, suscettibili d’illimitato aumento, oltre il provento delle iscrizioni al mio corso e un’indennità d’alloggio. Di ciò vado debitore al professor Foerster, del quale, non so perché, mi son cattivata tutta la simpatia.”

 

A BonnIl professor Foerster, che vorrebbe fare dell’allievo “un filologo moderno”, l’ha preso a benvolere, invogliandolo allo studio delle Parlate greco-sicule e della Parlata della provincia di Girgenti, probabilmente un unico lavoro.  

Nell’assiduo epistolario da Bonn, il giovane e mai domo Pirandello dimostra anche la sua vitalità poetica, inviando alla famiglia numerose “elegie boreali”.

Nel gennaio del 1890 , al Beethoven Halle di Bonn, dove s’inaugurava il carnevale con un gran ballo in maschera, conosce Jenny Lander, la fidanzata tedesca che gli ispirerà il poema Pasqua di Gea, a lei dedicato.

Jenny Schultz Lander Jenny Schultz Lander

Ad aprile consegue la laurea con la tesi Laute und Lautentwickelung der Mundart von Girgenti.

E’ un periodo d’attività febbrile e di studi intensi della letteratura (Heine, Goethe, Lenau) e della filosofia tedesca, ma non mancano i dubbi nel suo animo: l’incertezza del fidanzamento con la cugina Lina, l’amore senza avvenire per Jenny, l’amletismo di rimanere a Bonn o di tornare a Roma.

Ma l’Arte è l’unico fine della sua vita:

 

“Qualche notte, di tanto in tanto, vinto dall’estro, scrivo qualche elegia boreale, e questa è l’unica mia consolazione. Sia benedetta quest’ultima illusione che mi rimane, l’Arte, Annetta mia! Solo pensando a Lei mi sento vivo, e son lieto di consacrare a Lei momentanea fiamma d’ogni mio risorgimento.” (Lettera alla sorella Annetta del 22 marzo 1890)

 

Vincenzo Sciamè, Il fu Mattia PascalE’ a Bonn, tra le sofferenze, i dubbi, le incomprensioni con i familiari e le donne che ama, che avviene la maturazione artistica di Pirandello e la sua piena consapevolezza. Le incertezze affettive, il male di vivere dei tempi forgiarono il suo carattere. Nel suo cuore c’è posto solo per l’Arte; non c’è spazio per la cugina Linuccia, per la fidanzata tedesca Jenny, per la città di Bonn, che imparato ad amare profondamente, per Girgenti dove vivono i suoi genitori.

Tutti devono prendere atto alla lunga della sua scelta dolorosa, ma necessaria, di ritornare a Roma a fare l’artista. E’ nelle brume del nord che l’emigrato Pirandello, come il suo emulo personaggio Mattia Pascal, trova la sua strada definitiva, quantunque questa divaricazione dell’anima, tra essere e dover essere, se la sia portata sempre appresso come macrosegno della sua scrittura.

 

 

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