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GIORNI DI SCUOLA

 

PIRANDELLO, DOCENTE PRECARIO

Luigi Pirandello, conferenza sulla poesia

I problemi della scuola sono vecchi quanto il mondo (o quasi). Anche il Premio Nobel, Luigi Pirandello, dovette penare per ottenere il posto di ruolo per l’insegnamento di Linguistica e Stilistica al Regio Magistero Femminile di Roma. L’incarico iniziale gli fu affidato il 15 aprile del 1898 con lo stipendio iniziale di 1.200 lire annue.

 

“Dal 15 dello scorso mese insegno all’Istituto Superiore di Magistero e tutto il tempo mi è tolto dalla preparazione a questo insegnamento. La preparazione consiste sull’argomento e sulla coordinazione delle idee; nel disporre cioè e nel dividere la materia dei miei studii in tante lezioni:  fatica nojosissima e mal ricompensata. Insegno, nel primo corso la lirica; nel secondo, l’epica. Il guajo è che m’è capitato d’intraprendere questo corso di lezioni a metà d’anno, quando cioè una buona parte del programma è stata svolta dal professore che teneva il posto prima di me. Sarò men gravato l’anno venturo”  (Lettera alla sorella Lina del 4 maggio 1898)

 

L’insegnamento diventa sempre più gravoso, poco remunerativo e senza possibilità di una bella pausa estiva:

 

“Avrete appreso dai giornali che il Baccelli è ritornato al Ministero della Pubblica Istruzione. Il Mantica, nominato segretario particolare, ha rovesciato su le mie povere spalle tutto il peso dell’insegnamento della Stilistica e dell’Estetica nei 4 corsi dell’Istituto Superiore per l’anno venturo; e intanto il peso degli esami finali e di diploma.” (Lettera del 2 luglio 1898)

 

E’ una continua lamentela della tirannia del tempo sottratto all’arte:

 

“La scuola mi ruba il miglior tempo; quel po’ che me ne resta, lo passo a pensare a tutto quello che avrei da fare e non fo, perché di qua e di là tirato da tanti progetti.”

(Lettera del 13.XI.99)

 

Ma la sua posizione, malgrado l’impegno gravoso, rimane sempre precaria:

 

“La mia posizione all’Istituto è ancora campata in aria e non si trova neppur modo di darmi le £. 1.000 per la supplenza, senza le quali non posso partire.” (Lettera del luglio ‘900)

 

La sua diventa una posizione straordinaria, ma non di ruolo, nel 1902 che gli frutta l’aumento dello stipendio a £. 2.400. Ma sono davvero poche per le sue esigenze a Roma, nella città più cara del Regno e con i problemi della malattia della moglie, cui si aggiunge il tracollo economico nel 1903 del padre, a causa di una frana che allaga la zolfara di Aragona da lui gestita.

Sarà il suocero a passare il mensile ai coniugi Pirandello, perché il padre ormai era letteralmente sul lastrico.

Soltanto nel 1908, grazie al saggio L’umorismo, Luigi Pirandello ottiene il posto di ruolo al Magistero e una situazione economica migliore, anche grazie agli introiti per le collaborazioni a riviste e giornali.

Dopo la morte del suocero, avvenuta nel 1909, la moglie eredita una vera fortuna, che consentirà a Pirandello di affrancarsi definitivamente dai bisogni materiali. Ma è un Pirandello provato dalla vita, ancora non completamente affermato e con il grave problema della pazzia della moglie. La precarietà del secolo e quella della vita personale e d’artista influiranno in maniera evidente su tutta la sua produzione letteraria.

 

 

SCIASCIA, MAESTRO STANCO

 

Leonardo SciasciaNel 1949 Leonardo Sciascia diventa maestro elementare a Racalmuto, finirà d’insegnare nell’anno scolastico 1957-58, durante il quale viene distaccato al Ministero della Pubblica Istruzione. Non amava insegnare, lo scrittore: troppo cruda la realtà scolastica del suo paese, come testimoniano Le cronache scolastiche de Le Parrocchie di Regalpetra, uscite sul n. 12 (gennaio-febbraio) di “Nuovi argomenti”.

 

“Legato al remo della scuola; battere, battere come in un sogno in cui è l’incubo di una disperata immobilità, della impossibile fuga. Non amo la scuola; e mi disgustano coloro che, standone fuori, esaltano le gioie e i meriti di un simile lavoro. Non nego però che in altri luoghi e in diverse condizioni un po’ di soddisfazione potrei cavarla da questo mestiere d’insegnare. Qui, in un remoto paese della Sicilia, entro nell’aula scolastica con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie.”

 

Sciascia racconta impietosamente la realtà scolastica del suo paese, la sua povertà, la fame, il problema del pane.

 

“Da sei anni, da quando ho incominciato a insegnare, mi pare di avere sempre la stessa classe, gli stessi ragazzi. Il fatto più vero, di là delle scolastiche valutazioni, è che non una classe di asini o di ripetenti mi tocca ogni anno, ma una classe di poveri, la parte più povera della popolazione scolastica, di una povertà stagnante e disperata. I più poveri di un paese povero.”

 

Il distacco tra le istituzioni e gli studenti è profondo:

 

“…il provveditore vuol discutere i problemi della scuola, e i problemi sarebbero quelli della radio, del cinema. Sarebbe imperdonabile far notare che qui c’è il problema del pane. Che c’entra il pane con la scuola? Parliamo della radio. Parliamo del cinema…”

 

Quando escono “Le cronache”, Sciascia riceve  il consenso dei colleghi siciliani, perché tutto quello che aveva scritto era vero e aveva avuto il coraggio di scriverlo. In certi posti c’era addirittura di peggio.

 

“I ragazzi vogliono cose che conoscono, di cui partecipano, e tutti i libri che corrono per le scuole sono sbagliati, se ne infischiano i ragazzi di Stellinadoro e del fiore che nacque dal bacio della Madonna e dei rondinini che chiamano mamma dentro il nido.”

 

Tanta acqua è passata sotto i ponti dagli anni difficili che precedettero e seguirono la seconda guerra mondiale. Tuttavia ancora oggi, nel terzo millennio, tanti problemi scolastici – troppi –  rimangono sul tappeto e alimentano disaffezione, come ai tempi di Sciascia:

 

“Pochi sono i ragazzi che mi s’affezionano, e benché ne senta il disagio io so che non c’è ragione perché in loro nasca un sentimento d’affetto, io sono lontano da loro come le cose che insegno, come la lingua che parlano i libri, e mi pagano per insegnare cose che a loro non servono, e se ne stanno chiusi dentro una stanza, seduti nei banchi a leggere e scrivere.”

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