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SCIASCIA, SCRITTORE DILETTANTE

sciascia scultura ok

PIRANDELLO E IL PESO DELLE PAROLE

 Luigi Pirandello, conferenza sulla poesia

 

Leonardo Sciascia“… non sono un gran lavoratore. Non lo sono per nulla, anzi: lontanissima da me l’idea – o il sospetto: poiché il solo sospetto basterebbe a disgustarmene – che lo scrivere sia un lavoro. Lavoro è il fare le cose che non piace fare: e ci sono stato dentro per circa vent’anni, appunto trovando nello scrivere controparte di riposo, di gioia. “Non faccio nulla senza gioia”, diceva Montaigne e i suoi Essais   sono il più gioioso libro che mai sia stato scritto. E per quanto amare, dolorose, angoscianti siano le cose di cui si scrive, lo scrivere è sempre gioia, sempre “stato di grazia”.  O si è cattivi scrittori”

                                   (Leonardo Sciascia, da NOTA a La strega e il capitano)

 

Per Sciascia scrivere era un vero diletto e, in tal senso, si sentiva uno scrittore “dilettante”, nel significato etimologico della parola, perché dilettava e si dilettava, così come ci dice in un interessante articolo su un giornale locale, la professoressa Rosalia Centinaro Savatteri, che assieme al marito, Calogero Savatteri, frequentava casa Sciascia, alla Noce. La concezione di Sciascia trova addentellati nel passato, nell’illustre pensiero di Cicerone, il quale diceva che la prima ed essenziale forma di comunicazione era costituita dal “dilectare”. Soltanto così il discorso poteva assumere rilevanza per l’uditorio che stava ad ascoltare. Pirandello, invece, pur avendo per la scrittura un amore illimitato, sentiva tutto il peso e lo iato tra le parole dette e le parole ascoltate.

 

Luigi Pirandello“Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un mondo di cose!  E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore del valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai!”

(Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, commedia)

 

Questo fraintendimento fa cadere tutti i precedenti parametri conoscitivi e l’uomo si sente “uno, nessuno, centomila”, incapsulato in una forma dalla quale non può liberarsi:

 

Pirandello giovane a Roma “Noi tutti siamo esseri presi in trappola, staccati dal flusso che non s’arresta mai, e fissati per la morte… Io mi sento preso in questa trappola della morte, che mi ha staccato dal flusso della vita in cui scorrevo senza forma, e mi ha fissato nel tempo, in questo tempo!

Perché in questo tempo?

Potevo scorrere ancora ed essere fissato più là, in un’altra forma, più là… Sarebbe stato lo stesso, tu pensi? Eh sì, prima o poi… Ma sarei stato un altro, più là, chi sa chi e chi sa come; intrappolato in un’altra sorte, avrei veduto altre cose, o forse le stesse, ma sotto aspetti diversi, diversamente ordinate.” (Luigi Pirandello, La trappola, novella)

 

A più riprese, nelle sue opere, Leonardo Sciascia, tocca le corde dell’uomo solo pirandelliano, e soprattutto in Todo Modo, laddove l’uomo è schiacciato dal potere di uno Stato disumano, che sembra trascenderlo. Ma Leonardo Sciascia descrive questa incomunicabilità per una dimostrazione illuministica. L’uomo ha davanti due verità: quella vera che non fa testo e quella falsa, che è imposta e prevale come vera per il gioco malsano della giustizia. Sta all’uomo, alla sua ragione, la possibilità di combattere l’impostura e di far prevalere la verità. Sarà possibile? L’atto dimostrativo finale con il quale il pittore, in Todo modo, elimina Don Gaetano, emblema del male, assevera la tesi che la ragione può tutto, a patto però che l’uomo non rimanga isolato e si colleghi con i suoi simili. Per Sciascia occorre una presa di coscienza da parte del popolo per ritrovare le radici della vera umanità ed anche se la società attuale appare in caduta libera, tutto ciò appare sempre realizzabile. Da questo confronto tra i due grandi scrittori agrigentini, emergono il pessimismo radicale di Luigi Pirandello e l’illuminismo sciasciano, che lascia una porta aperta per un percorso sempre praticabile.

 

 

 

 

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