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PIRANDELLO 1 E 2

NEL RICORDO DI ARNALDO FRATEILI

 

Arnaldo Frateili (Piediluco 1888-Roma 1965), poeta, scrittore, giornalista, critico letterario e teatrale, resocontista parlamentare, fu legato da una solida amicizia a Luigi Pirandello.

In particolare nel suo libro Dall’Aragno al Rosati traccia cinquant’anni di storia letteraria romana e non manca di parlare diffusamente del suo Maestro. Poco dopo la morte del Premio Nobel, pubblicò un suo personale ricordo in un articolo intitolato “Pirandello uno e due”, nel quale evidenzia due differenti modi di essere dello scrittore prima e dopo la raggiunta fama. “Oscuro giovanotto laureato allora, io aggiungevo un affetto filiale all’ammirazione per l’artista, e mi sentivo commosso dalla sua amicizia. Frequentavo assiduamente la sua casa, partecipavo alle vicende della sua famiglia, facevo tesoro dei suoi consigli perché lo consideravo un Maestro, e nulla per me fu cambiato quand’egli diventò il Maestro per tutti. Ma la sua vita d’artista mondiale me lo aveva come rapito.”

 


La recita dei nipotini

 

“Quando morì Pirandello, mi trovavo in Germania. L’avevo rivisto pochi mesi prima a Roma, un giorno che m’aveva invitato ad assistere a una recita fanciullesca dell’Amleto dei nipotini, sulla terrazza di quella stessa casa di Via Antonio Bosio dove lo avevo conosciuto venticinque anni fa. Era lieto, affettuoso, vivacissimo; un po’ smagrito nella persona e come ringiovanito. Non trovavo in lui alcun segno di quell’irrequietezza, di quell’intimo tormento degli anni che s’era dato a girare il mondo, dietro alla Compagnia di Marta Abba o ai successi dei suoi drammi all’estero, scrivendo nuovi lavori non più nelle tranquillità della sua casa, ma in una villa affittata per la villeggiatura o in una camera d’albergo. Pareva riconciliato con la vita, contento di quella realtà famigliare che lo circondava e gli dava una visibile felicità.”

 


La gelosia della moglie

 

Tutti sapevano che uomo puro, integro, egli fosse nelle relazioni con l’altro sesso, amantissimo com’era della sua compagna, incapace di tradirla, sicuro di sé per la forza stessa della sua vita morale, ma diventato poi riservato fino allo scrupolo con le donne, da quando la follia della moglie s’era venuta manifestando con le forme di una gelosia morbosa, cieca, e che per quanto era più cieca tanto più credeva di vedere una realtà inesistente: un marito, cioè, libertino a doppio fondo in tutti i suoi sentimenti e azioni, capace di portarle il tradimento nella loro stessa casa. E codesta realtà, sostenuta con la logica disumana e implacabile dei pazzi, essa metteva continuamente davanti al marito, ben certo di una propria realtà di uomo fedele e innamorato, e pure dolorosamente dubitante della possibilità di comunicare la nostra realtà agli altri, dell’esistenza stessa di una realtà comune a tutti, quando quelli che meglio dovrebbero conoscerci si fanno di noi un concetto così diverso da ciò che noi realmente siamo.”

 

Amor filiale e amor paterno

 

“La sua vita continuava a star tutta chiusa tra le quattro pareti della sua casa, dove aveva chiamato anche il vecchio padre, ormai quasi cieco e sordo ma sempre duro e autoritario, sempre diritto nella persona altissima e gagliarda. Intanto la pazzia della moglie volgeva al peggio, rendendo impossibile anche la vita della figlia Lietta, avvelenando l’amore delicatissimo che Luigi Pirandello nutriva per lei. Noi pochi intimi ci pregava di giuocare lunghe partite a scopone e tresette col padre che esigeva quella distrazione serale, sobbarcandosi egli stesso alla noia del giuoco con l’obbligo di perdere regolarmente, per non suscitare lo scontento del vecchio. E, nell’uomo già illustre, che aveva scritto alcune tra le cose più originali e profonde della nostra letteratura, era commovente quella devozione filiale.

Che amore per i figli questo figlio perfetto: per Stefano che già tentava la sua via alle lettere sotto lo pseudonimo di Stefano Landi; per Lietta andata sposa in terre lontanissime, nientemeno che nel Cile; per Fausto che cominciava allora a dipingere, e Pirandello una volta a Viareggio volle sostituirlo nel fare un ritratto ad olio di mia moglie, che a Fausto non era riuscito; ed invece quello fatto da lui, scrittore, riuscì psicologicamente somigliantissimo, ed io lo conservo come cosa  preziosa.”

 


Generoso con gli amici

 

“Con che bontà, tra tanti guai e preso da un lavoro che era la sua consolazione, egli s’interessava delle vicende familiari degli amici, del loro lavoro, e li soccorreva col suo aiuto e consiglio quando essi ricorrevano a lui! Una volta, invitato da Umberto Fracchia, dovevo decidermi su due piedi a fare il direttore artistico di cinematografo, inventando per di più la trama d’un film a rime obbligate da girare in Africa. Non sapevo dove mettere le mani e corsi da Pirandello, che lasciò il suo lavoro per aiutarmi nel mio. Passammo tutto un pomeriggio a arzigogolare la trama d’un film, che alla meglio venne fuori.”

 

Una vita ritirata

 Luigi Pirandello

“Pirandello menava allora vita ritiratissima, riceveva solo pochissimi amici…

Di mattina usciva solo quando aveva scuola al Magistero, tre volte la settimana. Verso sera arrivava fino all’edicola più vicina, a comprare i giornali. Il resto della giornata egli amava trascorrerlo nella casa silenziosa, affacciata allora su una strada suburbana, con davanti il respiro ampio della campagna. A smuoverlo di casa dopo cena credo che non ci sia riuscito mai nessuno. Non partecipava a riunioni o società. Ogni invito era da lui con bella grazia declinato. Nulla per sé: tutto per la famiglia, per la scuola, per il suo lavoro di scrittore.”

 

Stranezze

 

“Certi muratori, lavorando un giorno sull’alto delle loro impalcature, videro attraverso la finestra aperta di una stanza un uomo il quale, seduto a un tavolo davanti a un fascio di cartelle, parlava da solo, si agitava stralunando gli occhi e facendo le più strane facce di questo mondo. Lo credettero impazzito o invasato dal demonio, e lasciarono di lavorare per raccogliersi tutti a godere quella scena, un po’ intimoriti e un po’ ridendo tra loro. Quando il professor Pirandello, giunto a fermare finalmente sulla carta il personaggio del romanzo o della novella che lo aveva condotto a quel parossismo di tormento, alzò gli occhi dalle cartelle, si vide addosso tutti questi altri occhi divertiti e curiosi e si fu spiegata la ragione di quel divertimento, pare ne rimanesse parecchio mortificato.

La cosa si riseppe e, se non meravigliò gli amici dello scrittore, stupì molto i vicini di casa, i quali non avevano mai dubitato che quel loro coinquilino non fosse un uomo del tutto normale. Lo avessero visto quando leggeva a qualche amico un suo lavoro drammatico! Quella di Pirandello non era una lettura: era una recitazione bella e buona nella quale egli sosteneva la parte di tutti i suoi personaggi e viveva intensamente, quasi dolorosamente, tutte le loro passioni, amore e odio, gioia e dolore, estasi e ironia.”

 


Nel suo studio

 

“Una sola particolarità aveva la sua vita, conosciuta da coloro che frequentavano la sua casa: lo straordinario disordine del suo studio, tanto più impressionante messo nel quadro di un’esistenza perfettamente ordinata. Sulla scrivania c’era un apocalittico affastellamento di libri, riviste, cartelle scritte e lettere di antica data. Dietro quel castello di carta, tremolante al minimo soffio di vento, lo scrittore riempiva del suo minuscolo e fermo carattere (solo il drammaturgo cominciò a scrivere a macchina) cartelle su cartelle, che non si sapeva dove andassero a finire, tanto sarebbe stato difficile per chi non era pratico di quella babilonia ritrovare il nuovo lavoro tra il cumulo di quello già ingiallito dal tempo e dal fumo delle cinquanta sigarette giornaliere. Nelle librerie, i volumi gettati alla rinfusa si azzuffavano come i nemici in un campo di battaglia. In un angolo, tra una vetrina e il muro, si levava minacciosa quasi fino al soffitto una pila di riviste e di libri d’ogni paese, che s’era venuta accumulando da quando il professore aveva cambiato per l’ultima volta di casa. A guardar poi un particolare mucchietto di corrispondenza che stava sempre sul tavolo, vi si ritrovavano lettere di vent’anni fa, con le più illustri firme di artisti e letterati, che attendevano ancora una risposta.”  

 

 

Il commediografo itinerante

Luigi Pirandello  

“Un giorno quel professor Luigi Pirandello fu sostituito da un altro Luigi Pirandello, un Pirandello numero due, commediografo di fama mondiale, che viaggiava l’Europa e gli altri paesi del globo, varcava le montagne e gli oceani, non passeggiava più a piedi per via Nomentana, ma si serviva di ogni mezzo moderno di locomozione; il treno, il piroscafo, l’automobile, l’aeroplano…

Quando fosse avvenuta la trasformazione, neppure noi amici lo sapremmo dire.. Il Pirandello numero uno non tornò più, e tornò invece l’altro. Il quale del resto gli assomigliava moltissimo. Era sempre un po’ più invecchiato, coi capelli più radi e la barbetta più bianca; ma con negli occhi un lampo giovanile, battagliero, talvolta ostile, che all’altro non avevamo mai veduto. Glielo vedemmo la prima volta una notte, nell’oscurità di Via del Teatro Valli, dopo la prima rappresentazione dei Sei personaggi che aveva suscitato un putiferio di applausi e di disapprovazioni.

 

Dopo il teatro, la lotta tra fautori e avversari della commedia si riaccese sulla via, con accanimento quasi selvaggio. Gli entusiasti avevano circondato Pirandello per portarlo in trionfo, e tutt’intorno premevano – assai più numerosi – i denigratori che ci gridavano:«Venduti!», e dimostravano un tale furore da non essere sicuri che sarebbe stato rispettato neppure il commediografo. Volarono pugni e bastonate, io ci rimisi un cappello nuovo. Ricordo Pirandello schiacciato su una cantonata oscura, tranquillo, sorridente; ma, per la prima volta che lo conoscevo, mi parve che quel sorriso avesse qualcosa di diabolico. Ed era così buono, così onesto, così intimamente religioso nella sua disperata negazione dei comuni valori della vita!

Con lui mutò anche la sua casa: soprattutto il suo studio. Prima gli stessi mobili, ma disposti con maggior cura; poi quei mobili fecero posto ad altri, e scomparve del tutto il disordine d’un tempo. Pirandello aveva un segretario; riceveva giornalisti e scrittori di tutti i paesi; nelle sue rare permanenze a Roma il suo studio era diventato un salotto. Sullo scrittoio non c’era più né penna né calamaio, ma una macchina da scrivere che seguiva il famoso commediografo nei suoi viaggi.

Due giorni dopo la notizia della morte, lessi in un altro giornale il suo testamento, e il modo come aveva voluto lasciar dopo morto la casa di Via Antonio Bosio. Rabbrividii, e mi si strinse il cuore. Credevo di aver conosciuto il Pirandello di prima e di dopo il raggiungimento della fama, ed invece egli era un altro che non avrei conosciuto più.”

Vincenzo Sciamè, ritratto di Pirandello

 

 

 

 

 

 

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