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GAETANO ALLOTTA

Allotta Gaetano

ANTOLOGIA DEL CARRETTO

 

Con la sua opera “Il carretto”, Gaetano Allotta rende omaggio alle tradizioni popolari del mondo siciliano, la cui centralità era assunta fino alla metà del secolo scorso da questo mezzo di trasporto e d’arte, ormai superato, ma che non ha ceduto definitivamente il passo, in quanto ne sentiamo tuttora parlare con grande interesse. Il carretto, in effetti,è entrato nell’immaginario collettivo siciliano e continua ad essere un punto fermo di eventi folkloristici e non. Esistono numerosi musei e mostre permanenti del carretto siciliano.

 

UN TESTIMONIAL D’ALTRI TEMPI

GASTON VUILLIER

 



Gaetano Allotta parte dalla storia, e forse dalla leggenda, informandosi all’opera di un viaggiatore eccezionale, Gaston Vuillier, innamoratissimo della Sicilia, cui dedicò un libro – denso di notizie e con una iconografia ricchissima d’acqueforti esclusive da lui stesso eseguite – “La Sicilia Impressioni di viaggio” Brancato ed., 2000, dedicato all’illustre Giuseppe Pitrè che gli rivelò la Sicilia, facendogli da cicerone.

Sugli artistici carretti Giuseppe Pitrè è prodigo di spiegazioni:

 



“Raccontano – mi disse Pitrè – la storia universale. Cominciano come vi ho detto dalle scene leggendarie dei paladini francesi; poi viene la Gerusalemme Liberata, del Tasso; poi le pagine della Bibbia, Giuditta e Oloferne, Gesù che scaccia i mercanti dal Tempio, la pesca miracolosa, la toeletta di Ester, ecc. Finalmente la storia di Guglielmo Tell con gli episodi più gloriosi; i furori di Camilla, Malek Hadel, Cristoforo Colombo. Ma i nostri pittori popolari non hanno dimenticato la Sicilia; vedrete Ruggero il Normanno abbattere i Saraceni”

 

Pitrè fa conoscere a Vuillier un decoratore di Carini, Mario Zizolfo, il quale avrebbe potuto aspirare ad una ricca carriera pittorica, ma che restando a fare il decoratore è rimasto a testimoniare nei secoli la bellezza dei carretti istoriati.

 

 

 

 

Pitrè inoltre fece notare a Vuillier, oltre gli ornamenti pittorici, che arricchivano ogni minima parte dei crretti, le bardature delle bestie, che puntualmente Vuillier riporta sul suo libro:

 


“Sul basto, sul pettorale, dal sottopancia, dappertutto, pendevano e scintillavano specchietti, campanelle, rosoni, nastri, placche, smerli e galloni d’argento, chiodi di rame e frange e ornamenti di ogni genere. Sulla testa un gran mazzo di penne, e nel mezzo al dorso s’innalzava un ricco cimiero ornato di campanelluzzi e sormontato da una nappa di seta intrecciato con penne”

 

 

Gli ex voto

e il folklore

 

Anche negli ex voto si manifesta la fede del popolo, come si evince da questa tavoletta pittorica del 1964, tuttora appesa nella sacrestia della Basilica di San Calogero ad Agrigento, dove viene istoriata la grazia del Santo ricevuta da un uomo  schiacciato dalle ruote di un carretto.

 


Sui carretti, poi, o dorso di mulo, durante la festa del Santo nero (prima domenica di luglio) vengono trasportati tuttora per devozione, in dono al Santo, sacchi di grano, pane, ecc.

 

Durante l’effettuazione della Sagra del Mandorlo in Fiore è un momento di grande attrazione la sfilata dei carretti siciliani.

 

IL MAESTRO CARRADORE

RAFFAELE LA SCALA

 

Nato a Comiso, Raffaele La Scala seguì nel paesino natale gli insegnamenti dei maestri carradori comisani, per poi diventare indiscutibilmente uno dei grandi carradori di tutti i tempi ad Agrigento, sua patria di adozione.
E’ stato insignito di prestigiosi premi, tra cui il conferimento dell’Onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica Italiana da parte del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

 

In occasione della  X^ edizione del premio “ Ignazio Buttitta “ gli è stato assegnato un riconoscimento speciale per il settore “ARTE E TRADIZIONE" con la seguente motivazione 

 

«Raffaele La scala è stato l’ultimo maestro carradore a realizzare con straordinaria abilità carretti di varia dimensione ma tutti intagliati ed istoriati in maniera sublime e tali da offrire agli occhi di chi li guarda ammirato, importanti eventi storici avvenuti in Sicilia, riuscendo così a farli conoscere e rivivere anche  ad analfabeti di ieri. Il maestro ha consegnato alla Storia l’eredità del passato socio-culturale della Sicilia elevando il carretto a patrimonio d’Arte per l’umanità intera».




 

Gli è stato attribuito il riconoscimento alla Memoria da parte del Presidente del Senato Renato Schifani, con la seguente motivazione:

“UNA VITA PER L’ARTE “ Per l’impegno profuso nella salvaguardia delle tradizioni culturali e popolari siciliane e per la maestria dimostrata nella costruzione scrupolosa di elementi artistici ancorata alla realtà locale. SI DEPONE A FUTURA MEMORIA"

 

La Regione siciliana ha riconosciuto l’interesse Etno-Antropologico dell’attività di “carradore” del maestro Raffaele La Scala, degli attrezzi di lavoro costituenti il ciclo produttivo del carretto e i carretti di sua costruzione.    

 

I carretti e l’arte

 

Anche nel campo dell’arte il carretto siciliano ha esercitato un profondo fascino su pittori e letterati, essendo peraltro esso stesso un valore artistico-culturale. Gaetano Allotta, oltre alle ricordate incisioni di Gaston Vuiller, mette in copertina una grande opera del pittore palermitano dell’Ottocento Francesco Lo Iacono (che si può ammirare al museo civico di Agrigento), che per il suo colore-luce fu soprannominato "ladro del sole" per la sua capacità di rendere "la luce dell’estate siciliana,il gravare dell’afa sulla campagna….l’immagine di  una Sicilia luminosa e serena” (F.Grasso).

 

Inoltre include a tutta pagina, all’interno del libro, questo interessante olio su compensato 46×34 di Eustachio Catalano avente per soggetto il carretto.

 

Molti furono i poeti a dedicare versi a carretti e carrettieri; famosi pure i canti in vernacolo di carrettieri.

Salvatore Quasimodo, in Strada ad Agrigentum così si esprime:

 

                                               Il marranzano tristemente vibra

                                               nella gola al carrio che risale

                                               il colle nitido di luna,

                                               lento tra il murmure d’ulivi saraceni

 

E’ pure modulato sulla musica è questa poesia in dialetto di Giuseppe Guido Lo Schiavo, che rappresenta un canto che un carrettiere dedica alla sua ragazza:

 

Haiu accattatu ‘u langararuni:

     ‘ntintiri ‘ntontari vogghiu sunari.

      La prima vota chi a la Chiesa isti

       cu li to’ occhi li ninfi addumasti..

 

      Ho comprato lo scacciapensieri,

           ‘ntintiri ‘ntontari lo voglio suonare.

             La prima volta che in Chiesa andasti

           con il tuoi occhi i lumi accendesti..

 

Pirandello e il carretto

 Luigi Pirandello

L’autore cita, come testimonianza un breve brano di Luigi Pirandello, tratto dalla novella “Lontano”:

 

“Don Paranza…mentre si vestiva, sentiva giù stridere i carri carichi di zolfo, carri senza molle, ferrati, traballanti sul brecciale fradicio dello stradone polveroso popolato di magri asinelli bardati, che arrivavano a frotte, anch’essi con due pani di zolfo a contrappeso”

 

Anche nell’altra novella, “Sole e ombra”, il Premio Nobel descrive i muli parati che tiravano i carretti.

“La carrozza ora scendeva stentatamente per lo stradone polveroso, più che mai ripido. Salivano e scendevano lunghe file di carretti. Non aveva mai fatto caso al caratteristico abbrigliamento dei muli che tiravano quei carretti. Lo notò adesso, come se quei muli si fossero parati di tutte quelle nappe e quei fiocchi e festelli variopinti per far festa a lui”

Nella commedia, incompiuta, de “I giganti della montagna”, su un carretto viene tirata una donna nuda.

 

 

MILORDINO Hanno anche un carretto; lo tirano a mano, uno tra le stanghe e due dietro!

DOCCIA Sarà gente che va alla montagna.

QUAQUÈO Eh, no, han proprio l’aria di farsi a noi! Ooh, hanno una donna sul carretto! Guarda, guarda! Il carretto è pieno di fieno, e la donna vi giace sopra!

MILORDINO Chiamate almeno la Mara, sul ponticello, con l’ombrellino!

Dalla porta della villa accorre Mara-Mara, gridando:

MARA-MARA Eccomi qua! eccomi qua! Della Scozzese avranno paura!

Mara-Mara è una donnetta, che si può figurare come gonfiata, tutta imbottita come una balla, con una sottanino corta corta di stoffa scozzese a quadriglie su tutto il rigonfio dell’imbottitura, le gambe nude, con le calze di lana ripiegate sui polpacci, un verde cappellina in capo di tela cerata, a falde dritte, e una penna di gallo da un lato, un piccolo ombrellino a parasole in mano, un tascapane e una fiasca a tracolla.

Oh, ma fatemi lume dal tetto! Non voglio mica rompermi il collo!

Corre al ponticello, monta sul parapetto e, illuminata dall’alto della villa da un riflettore verde che le da un’aria spettrale, si mette a passeggiare su esso, avanti e indietro, simulando un’apparizione. A tratti, da dietro la villa s’aprono anche larghi fiati di luce, come lampi d’estate, accompagnati da scrosci di catene.

LA SGRICIA (ai due che guardano) Si fermano? Tornano indietro?

QUAQUÈO Chiamate Cotrone!

DOCCIA Cotrone! Cotrone!

LA SGRICIA Ha la gotta!

Tanto la Sgrida quanto Duccio sono scesi dalle loggette e ora son davanti la villa, sullo spiazzo erboso, costernati. Dalla porta appare Cotrone, ch’è un omone barbuto, dalla bella faccia aperta, con occhioni ridenti splendenti sereni, la bocca fresca, splendente anch’essa di denti sani tra il biondo caldo dei baffi e della barba non curati.

Ha i piedi un po’ molli e veste sbracato, un nero giacchettone a larghe falde e larghi calzoni chiari, in capo ha un vecchio fez da turco, e un po’ aperta sul petto una camicia azzurrina.

COTRONE Che cos’è? O non vi vergognate? Avete paura, e vorreste farne?

MILORDINO Salgono in frotta! Son più di dieci!

QUAQUÈO No, sono otto, sono otto; li ho contati! Con la donna!

COTRONE E allegri! C’è anche una donna? Sarà una regina spodestata. E’ nuda?

QUAQUÈO (sbalordito) Nuda? No, nuda non mi è parsa.

COTRONE Nuda, sciocco! Su un carretto di fieno, una donna nuda, coi seni all’aria e i capelli rossi sparsi come un sangue di tragedia!

 

Al carretto e ala cavallo che lo trascina, lo scrittore dedica un’intera novella breve

 

Fuga

 

         Che stizza per quella nebbia, il signor Bareggi! Gli parve sorta a tradimento proprio per lui, per pungerlo fredda, con punture lievi di sottilissimi aghi, alla faccia, alla nuca, e:
         – A te, domani, le fitte a tutte le giunture, – si mise a dire, – la testa che ti pesa come il piombo, e gli occhi che non li puoi più aprire, tra il gonfiore di queste belle borse acquerose! Parola d’onore, va a finir che la faccio davvero, la pazzia!
         Logorato dalla nefrite, a cinquantadue anni, con lo spasimo fisso alle reni e quei piedi gonfii che, ad affondare una ditata, prima che l’edema rivenisse su ci metteva un minuto, eccolo là intanto a spiaccicare con le scarpe di panno sul viale già tutto bagnato, proprio come fosse piovuto.
         Con quelle scarpe di panno il signor Bareggi si trascinava ogni giorno dalla casa all’ufficio, dall’ufficio alla casa. E andando così piano piano sui piedi molli dolenti, per distrarsi si perdeva a sognare che, una volta o l’altra, se ne sarebbe andato via; via di nascosto; via per sempre, senza ritornare a casa mai più.

Perché le smanie più feroci gliele dava la casa. Quel pensiero, due volte al giorno, di dover ritornare a casa, laggiù, in una traversa remota del lunghissimo viale per cui s’era incamminato.
         E non già per la distanza, della quale era pure da far caso (con quei piedi!); e neppure per la solitudine di quella traversa, che anzi gli piaceva: così appena appena tracciata, ancora senza lumi e senza guasto di civiltà, con tre sole casette a manca, quasi da contadini; e a destra una siepe campestre, da cui su un palo s’affacciava una tabella stinta dal tempo e dalle piogge: «Terreni da vendere».
         Stava nella terza di quelle casette. Quattro stanze a terreno, quasi buje, con le grate arrugginite alle finestre e, oltre le grate, una rete di fil di ferro per difendere i vetri dalle sassate dei monellacci selvaggi dei dintorni; e a piano, tre camere da letto e una loggetta che era, quando non faceva umido, la sua delizia: alla vista degli orti.
         Le smanie feroci erano per le premure angosciose con cui, subito appena rincasato, lo avrebbero oppresso la moglie e le due figliuole: una gallina spersa e due pollastre pigolanti dietro: corri di qua, scappa di là: per le pantofole, per la tazza di latte col torlo d’uovo; e l’una giù carponi a slacciargli le scarpe; e l’altra a domandargli con una voce a lamento (secondo le stagioni) se si era inzuppato, se era sudato; come se non lo vedessero, rincasato senz’ombrello, intinto da strizzare o, d’agosto, di ritorno a mezzogiorno, tutto incollato e illividito dal sudore.
         Gli finivano, gli finivano lo stomaco tutte quelle premure; come se gli fossero usate perché, così, non trovasse più modo di darsi uno sfogo.
         Poteva più lamentarsi davanti a quei sei occhi ammammolati dalla pietà, davanti a quelle sei mani così pronte a soccorrerlo?
         Eppure avrebbe avuto da lamentarsi, tanto, e di tante cose! Bastava che si voltasse a guardare qua o là per trovare una ragione di lamento, che esse non supponevano nemmeno. Quel vecchio tavolone di cucina, massiccio, dove mangiavano, e che a lui, messo a pane e latte, quasi non serviva più: come sapeva, quel tavolone, del crudo della carne e dell’odore delle belle cipolle secche dal velo dorato! E poteva rimproverare alle figliuole la carne che esse, sì, potevano mangiarsi, cucinata così saporitamente dalla madre con quelle cipolle? O rimproverarle perché, facendo il bucato in casa per risparmio, quando avevano finito di lavare, buttavano fuori l’acqua saponata e con quel puzzo ardente di lavatojo gli toglievano di godersi, la sera, il fresco respiro degli orti?
         Chi sa come sarebbe parso ingiusto un tal rimprovero, a loro che sfacchinavano dalla mattina alla sera, là sempre sole, come esiliate, senza mai, forse, neppur pensare che, in altre condizioni, avrebbero potuto avere una vita diversa, ciascuna per sé.
         Erano per fortuna un po’ deboli di cervello, come la madre. Le compativa; ma anche il compatimento che ne aveva, nel vederle ridotte come due strofinacci, gli si cangiava in una cattiva irritazione.
         Perché egli non era buono. No, no. Non era buono come pareva a quelle sue povere donne, e, del resto, a tutti. Cattivo era. E gli si doveva veder bene negli occhi, certe volte, che l’aveva anche lui, la sua malizia, bene agguattata sotto. Gli veniva fuori, quand’era solo, nella stanza d’ufficio, che si baloccava senza saperlo con la lancetta del raschino, seduto davanti la scrivania: tentazioni che potevano esser anche da folle: come di mettersi a spaccare con la lancetta di quel raschino l’incerato della ribalta, il cuojo della poltrona; e poi, invece, posava su quella ribalta la manina che pareva grassa grassa, ed era anch’essa enfiata; se la guardava e, mentre grosse lagrime gli scolavano dagli occhi, s’accaniva con l’altra a strapparsi i peli rossicci dal dorso delle dita.
         Era cattivo, sì. Ma era anche la disperazione di dover finire tra poco, in una poltrona, perso da una parte e scemo, tra quelle tre donne che lo seccavano e che gli mettevano addosso la smania di scapparsene, finché era in tempo, come un pazzo.

         E, sissignori, la pazzia quella sera, prima che nel capo, gli entrò all’improvviso nelle mani e in un piede, facendogli alzar questo alla staffetta e afferrar con quelle il sediolo e la stanga del carretto del lattajo trovato lì per caso all’imboccatura della traversa.
         Ma come? Lui, il signor Bareggi, uomo serio, posato, rispettabile, sul carretto del lattajo?
         Sì, sul carretto del lattajo, per un ticchio lì per li, appena lo intravide nella nebbia, svoltando dal viale e imboccando la traversa; appena nelle nari avvertì il fresco odore fermentoso d’un bel fascio di fieno nella rete e il puzzo caprino del cappotto del lattajo buttato sul sediolo: gli odori della campagna lontana, che immaginò subito, laggiù laggiù, oltre la barriera nomentana, oltre Casal dei Pazzi, immensa, smemorata e liberatrice.
         Il cavallo, allungando il muso e strappando l’erba che cresceva liberamente sulle prode, doveva essersi allontanato da sé, un passo dopo l’altro, dalle tre casette perdute nella nebbia in fondo alla traversa; il lattajo, che a ogni posta s’indugiava al solito a chiacchierar con le donne, sicuro che la bestia abituata lo stesse ad aspettare paziente davanti la porta, ora, uscendo con le bottiglie vuote e non trovandolo più, si sarebbe dato a correre e a gridare: bisognava far presto; e il signor Bareggi, col brio di quell’improvvisa pazzia che gli schizzava dagli occhi, ansante e tutt’un tremito di contentezza e di paura, ormai senza che gli importasse più di rendersi conto di ciò che sarebbe avvenuto e di lui e del lattajo e delle sue donne, nello scompiglio di tutte le immagini che già gli turbinava nell’animo stravolto, dette una gran frustata al cavallo e via!
         Non s’aspettava il salto a montone di quella bestiaccia, che pareva vecchia e non era; non s’aspettava, al rimbalzo, il fracasso di tutti i bidoni e gli orci del latte dietro il sediolo; gli scapparono di mano le redini, per sorreggersi, mentre, a quel salto del cavallo, coi piedi sobbalzati dalle stanghe e la frusta per aria, stava per arrovesciarsi all’indietro su quei bidoni e quegli orci; e non aveva ancora finito di sentirsi scampato a quel primo pericolo, che subito la minaccia di nuovi, imminenti, lo tenne senza fiato e sospeso, con quella bestia dannata sfrenata lanciata a una corsa pazza in mezzo alla nebbia che si faceva sempre più fitta col calar della sera.
         Non accorreva nessuno a parare? a gridare che altri parasse? Eppure doveva sembrare nel bujo una tempesta quel carretto in fuga con tutti quegli arnesi che, traballando, s’urtavano. Ma forse non passava più nessuno per il viale, o a lui tra il frastuono non arrivavano le grida; e la nebbia gl’impediva di vedere perfino le lampade elettriche che già dovevano essere accese.
         Aveva buttato anche la frusta, per agguantarsi disperatamente con tutt’e due le mani al sediolo Ah, non lui soltanto, ma anche quel cavallo doveva essersi impazzito, o per quella frustata in principio, a cui forse non era avvezzo, o per la gioja che quella sera fosse finito così presto il giro delle poste, o per le redini da cui non si sentiva più tenuto. Nitriva, nitriva. E il signor Bareggi vedeva con spavento lo slancio furibondo delle anche in quella corsa che, a ogni slancio, pareva si spiccasse adesso con nuova lena.
         A un certo punto, balenandogli il pericolo che alla svoltata del viale sarebbe andato a sbattere contro qualche ostacolo, si provò ad allungare il braccio per tentare se gli veniva fatto di riacchiappar le redini; abburattato, picchiò non seppe dove, col naso, e si ritrovò tanto sangue sulla bocca, sul mento e nella mano; ma non ebbe né modo né tempo di badare alla ferita che si doveva esser fatta; bisognava che tornasse a sorreggersi forte con tutt’e due le mani. Sangue davanti, e latte dietro! Dio. il latte che, sguazzando e sciabordando nei bidoni e negli orci, gli schizzava alle spalle! E rideva il signor Bareggi, pur nel terrore che gli teneva le viscere sospese; rideva di quel terrore; e contrapponeva istintivamente all’idea, pur precisa, d’una prossima immancabile catastrofe l’idea che, dopo tutto, fosse una burla, una burla che aveva voluto fare e che domani avrebbe raccontato, ridendo. E rideva. Rideva, richiamandosi disperatamente davanti agli occhi – l’immagine quieta dell’ortolano che annaffiava l’orto, oltre la siepe là della traversa, com’egli lo vedeva ogni sera dalla sua loggetta; e a cose gaje pensava: ai contadini che, nei loro vecchi abiti, mettevan certe toppe che parevano scelte apposta perché dicessero, sì, la miseria, ma allegra là sulle chiappe, sui gomiti, sui ginocchi, come una bandiera; e intanto, sotto queste immagini quiete e gaje, non meno viva, terribile, quella di ribaltare da un momento all’altro a un urto che avrebbe forse mandato tutto a catafascio.
         Volò Ponte Nomentano, volò Casal dei Pazzi, e via, via, via, nella campagna aperta, che già s’indovinava nella nebbia.
         Quando il cavallo si fermò davanti a un rustico casalino, col carretto sconquassato e senza più né un bidone né un orcio, era già sera chiusa.
         Dal casalino la moglie del lattajo, sentendo arrivare il carretto a quell’ora insolita, chiamò. Nessuno le rispose. Scese con la lucerna a olio davanti la porta; vide quello sconquasso; chiamò di nuovo per nome il marito: ma dov’era? cos’era stato?
         Domande, a cui certo il cavallo, ancora ansante e felice della bella galoppata, non poteva rispondere.
         Con gli occhi insanguinati, scalpitava e sbruffava, squassando la testa.

 

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