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PIRANDELLO, SCIASCIA, EMPEDOCLE

E L’INTERPRETAZIONE DELL’ARTE

 

Nell’anno in cui ricorre il  500° anniversario della morte del grande pittore Giorgione (1477-1510) e il 90° anniversario della morte di Amedeo Modigliani (1884-1920) non si poteva passare sotto silenzio quel rapporto privilegiato che Empedocle, Sciascia e Pirandello avevano con la pittura e l’arte in generale.

 

Ma  un’altra ricorrenza si aggiunge relativamente a Pirandello che nel 1910 (cento anni fa) pubblicò la raccolta di novelle “La vita nuda”, così chiamata dal titolo della prima novella, che con il mondo dell’arte (la scultura e anche il disegno) ha molto da spartire.

 

Empedocle e la pittura

 

Empedocle di AgrigentoEmpedocle, pur facendo parte di una famiglia nobile dell’antica Akragas – per i nobili lavorare era considerata allora un’indegnità – fu un grande esperto di “technai”: fu medico, ingegnere, farmacista, biologo, fisico, oltre che poeta e scrittore. Un personaggio geniale a tutto campo, che non è escluso abbia sperimentato per diletto o per motivi d’insegnamento la pittura. Nei suoi frammenti (pochissimi ce ne sono pervenuti, purtroppo) si trova un preciso riferimento all’arte pittorica, in cui dimostra spirito di osservazione e competenza.

 

 

Come esperto pittore

sa i suoi quadri variar,

da appendere in dono ai numi

alle colonne del tempio,

con mano alacre pigliando

ora questo or quel color,

mischiandoli con tale armonia

da ottener immagini simili agli oggetti:

uomini, donne, fiere, piante

e uccelli d’acqua nutriti

oppure i numi di secoli lunghissimi

celebri per gli inni

e di onori eccellenti;

così per certo la mente non s’inganna

se narra che ogni cosa mortale

è fonte soltanto di quegli elementi.

 

Sciascia e la pittura

 

« L’aveva sempre un po’ inquietato l’aspetto stanco della morte, quasi volesse dire che stancamente, lentamente, arrivava quando ormai della vita si era stanchi. Stanca la morte, stanco il suo cavallo: altro che il cavallo del Trionfo della morte e di Guernica. E la morte, nonostante i minacciosi orpelli delle serpi e della clessidra, era espressiva più di mendicità che di trionfo. «La morte si sconta vivendo». Mendicante, la si mendica. In quanto al diavolo, stanco anche lui, era troppo orribilmente diavolo per essere credibile. […] Ma il Diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui. E il Cavaliere […], dentro la sua corazza forse altro Durer non aveva messo che la vera morte, il vero diavolo: ed era la vita che si credeva in sé sicura: per quell’armatura, per quelle armi. »

 (Leonardo Sciascia, Il Cavaliere e la Morte)

 

 

Il rapporto con la pittura è fondamentale in Leonardo Sciascia. Diciamo che il suo vedere, il ricordare passa dalle immagini, prima che dal pensare e dallo scrivere. E non solo. La pittura gli fornisce argomenti decisivi, come possiamo dedurre dal romanzo Il cavaliere e la morte, nel quale peraltro si unisce la sua vicenda personale, quasi per premonizione.

In Todo modo il protagonista è un pittore anonimo e l’antagonista, Don Gaetano, è l’esemplificazione del male e del Demonio, desunta da una rappresentazione pittorica che gli aveva fornito l’ispirazione: il quadro del manierista Rutilio Manetti (1571-1639), La tentazione di Sant’Antonio. Una rappresentazione simbolica, con il Santo che legge, mentre il diavolo che porta un paio di occhiali lo sta inducendo all’inganno dell’intelletto: tentazione deleteria quella del sapere.

L’inganno dell’intelletto è quello di rimuovere l’angoscia esistenziale, cercando di ingannare la memoria a non vedere l’abisso che chiama l’abisso, in cui si è cacciata l’umanità.

 

«Che cos’è la chiesa? (…)

«E’ una zattera, La zattera della Medusa, se vuole, ma una zattera».

«Ricordo il quadro di Géricault, ma non ricordo bene che cosa è accaduto su quella zattera, anche se parecchi mesi fa ho letto tutto un libro. Qualcosa di terribile: proverbialmente… Si è salvato qualcuno, su quella zattera?».

«Quindici, su centoquarantanove: forse troppi… Oh no, non dico per la Zattera della Medusa: dico per quella della Chiesa. Il dieci è percentuale piuttosto alta».

«E quello che hanno fatto quei quindici per salvarsi?»

«Non mi interessa. Cioè: non mi interessa dal momento che La zattera della Medusa è metafora, per me, di ciò che è la Chiesa».

«Preferisco perire subito, nel naufragio».

«Ma no, lei sta nuotando per raggiungere la zattera. Perché il naufragio c’è già stato…».  (Leonardo Sciascia, Todo modo)

 

E’ la verità dell’arte, dei libri, della scrittura, della cultura dei valori

, della razionalità, della vera e autentica religione, l’unica a poter far raggiungere all’uomo la salvezza terrena e ultraterrena.

 

Pirandello e l’arte

 

Pirandello amava dipingere. Ad Anticoli Corrado, dove si recava spesso, diventava irreperibile per chiunque: esisteva solo la pittura.

 

«Più d’uno cercava uno scrittore, sì, un Pirandello scrittore. Io ero intento a dipingere. Dapprima non ho risposto. Ho finto di niente. Ma ce n’era uno di quelli che vogliono andare risolutamente fino in fondo alle cose. Mi si è avvicinato: e ancora a chiedermi se ero io, che non poteva sbagliarsi… Alla fine ho detto per tagliar corto ch’ero un pittore e che non conoscevo alcun Pirandello scrittore»

 

Al di là di quest’episodio umoristico, confessato ad un amico, la visione dell’arte aveva una grande importanza per la sua scrittura. Nell’arte è immanente il contrasto tra vita e forma, perché pur volendo l’artista raggiungere l’assoluto non può fissare la vita se non in una forma, che in quanto tale rimane fredda forma che non vive, perché la vita è flusso inarrestabile. Già nella novella La vita nuda questo contrasto era emerso nella scultura-simbolo di una donna nuda bellissima – la protagonista- che deve sposare la morte, uno scheletro panneggiato, a rappresentare la vita sempre viva e trionfante sulla la morte che vorrebbe ghermirla. Nella commedia Diana e la Tuda, che Pirandello attinge a piene mani dalla novella La vita nuda, viene portato all’esasperazione il sogno di una perfetta bellezza dell’arte dello scultore Sirio e il sogno di un’assoluta pienezza della vita del suo maestro Giuncano, entrambi irrealizzabili.

 

GIUNCANO: Fanne ora una statua! Tutta un fremito continuo di vita: ogni attimo un’altra!|

SIRIO: Già! E se non la fermi in un gesto in cui consista, che è? Nulla.

TUDA: Come, come? Io, nulla!

GIUNCANO: Vita! Vita!

SIRIO: – che passa –

GIUNCANO: – appunto! –

SIRIO: – oggi non più quella di ieri, domani non più questa d’oggi: ogni attimo un’altra: tante! Io la faccio una: quella (indica di là, la statua) per sempre!

TUDA: Grazie! Una statua.

GIUNCANO: Una – e per sempre – che non si muova più?

SIRIO: E’ l’ufficio dell’arte –

GIUNCANO: (subito, forte) – e della morte…

 

LA VITA NUDA

Già pubblicata nel 1910, la raccolta La vita nuda includeva diciassette novelle, che vennero ridotte a quindici quando fu ripubblicata nel 1922, diventando il secondo volume delle Novelle per un anno. Include racconti le cui prime edizioni risalgono agli anni fra il 1902 ed il 1907: del 1902 quella di Il dovere del medico (da cui l’autore trasse nel 1913 il dramma Il dovere del medico); del 1904 quelle di Nel segno, di La fedeltà del cane e di La buon’anima; del 1905 quelle di Acqua amara, di Paolino e Mimì, di La casa del Granella e di Senza malizia; del 1906 quelle di La toccatina, di Tutto per bene (da cui l’autore trasse nel 1920 il dramma Tutto per bene) e di L’uscita del vedovo; del 1907 quelle di La vita nuda, di Pari e di Distrazione.

– Un morto, che pure è morto, caro mio, vuole anche lui la sua casa. E se è un morto per bene, bella la vuole; e ha ragione! Da starci comodo, e di marmo la vuole, e decorata anche. E se poi è un morto che può spendere, la vuole anche con qualche profonda… come si dice? allegoria, già!, con qualche profonda allegoria d’un grande scultore come me: una bella lapide latina: HIC JACET… chi fu, chi non fu… un bel giardinetto attorno, con l’insalatina e tutto, e una bella cancellata a riparo dei cani e dei…
– M’hai seccato! – urlò, voltandosi tutt’acceso e in sudore, Costantino Pogliani.
Ciro Colli levò la testa dal petto, con la barbetta a punta ridotta ormai un gancio, a furia di torcersela; stette un pezzo a sbirciar l’amico di sotto al cappelluccio a pan di zucchero calato sul naso, e con placidissima convinzione disse, quasi posando la parola:
– Asino.
Là.
Stava seduto su la schiena; le gambe lunghe distese, una qua, una là, sul tappetino che il Pogliani aveva già bastonato ben bene e messo in ordine innanzi al canapè.
Si struggeva dalla stizza il Pogliani nel vederlo sdrajato lí, mentr’egli s’affannava tanto a rassettar lo studio, disponendo i gessi in modo che facessero bella figura, buttando indietro i bozzettacci ingialliti e polverosi, che gli eran ritornati sconfitti dai concorsi, portando avanti con precauzione i cavalletti coi lavori che avrebbe potuto mostrare, nascosti ora da pezze bagnate. E sbuffava.
– Insomma, te ne vai, sí o no?
– No.
– Non mi sedere lí sul pulito, almeno, santo Dio! Come te lo devo dire che aspetto certe signore?
– Non ci credo.
– Ecco qua la lettera. Guarda! L’ho ricevuta ieri dal commendator Seralli: Egregio amico, La avverto che domattina, verso le undici…
– Sono già le undici?
– Passate!
– Non ci credo. Seguita!
– …verranno a trovarLa, indirizzate da me, la signora Con… Come dice qua?
– Confucio.
– Cont… o Consalvi, non si legge bene, e la figliuola, le quali hanno bisogno dell’opera sua. Sicuro che… ecc. ecc.
– Non te la sei scritta da te, codesta lettera? – domandò Ciro Colli, riabbassando la testa sul petto.
– Imbecille! – esclamò, gemette quasi, il Pogliani che, nell’esasperazione, non sapeva piú se piangere o ridere.
Il Colli alzò un dito e fece segno di no.
– Non me lo dire. Me n’ho per male. Perché, se fossi imbecille, ma sai che personcina per la quale sarei io? Guarderei la gente come per compassione. Ben vestito, ben calzato, con una bella cravatta elioprò… eliotrò… come si dice?… tropio, e il panciotto di velluto nero come il tuo… Ah, quanto mi piacerei col panciotto di velluto come il tuo, scannato miserabile che non sono altro! Senti. Facciamo cosí, per il tuo bene. Se è vero che codeste signore Confucio debbono venire rimettiamo in disordine lo studio, o si faranno un pessimo concetto di te. Sarebbe meglio che ti trovassero anche intento al lavoro, col sudore… come si dice? col pane… insomma col sudore del pane della tua fronte. Piglia un bel tocco di creta, schiaffalo su un cavalletto e comincia alla brava un bozzettuccio di me cosí sdrajato. Lo intitolerai Lottando, e vedrai che te lo comprano subito per la Galleria Nazionale. Ho le scarpe… sí, non tanto nuove; ma tu, se vuoi, puoi farmele nuovissime, perché come scultore, non te lo dico per adularti, sei un bravo calzolajo…
Costantino Pogliani, intento ad appendere alla parete certi cartoni, non gli badava piú. Per lui, il Colli era un disgraziato fuori della vita, ostinato superstite d’un tempo già tramontato, d’una moda già smessa tra gli artisti; sciamannato, inculto, noncurante e con l’ozio ormai incarognito nelle ossa. Peccato veramente, perché poi, quand’era in tèmpera di lavorare, poteva dar punti ai migliori. E lui, il Pogliani, ne sapeva qualche cosa, ché tante volte, lí nello studio, con due tocchi di pollice impressi con energica sprezzatura s’era veduto metter su d’un tratto qualche bozzetto che gli cascava dallo stento. Ma avrebbe dovuto studiare, almeno un po’ di storia dell’arte, ecco; regolar la propria vita; aver un po’ di cura della persona: cosí cascante di noja e con tutta quella trucia addosso, era inaccostabile, via! Lui, il Pogliani… ma già lui aveva fatto finanche due anni d’università, e poi… signore, campava sul suo… si vedeva…
Due discreti picchi alla porta lo fecero saltare dallo sgabello su cui era montato per appendere i cartoni.
– Eccole! E adesso? – disse al Colli, mostrandogli le pugna.
– Loro entrano e io me ne esco, – rispose il Colli senza levarsi. – Ne stai facendo un caso pontificale! Del resto, potresti anche presentarmi, pezzo d’egoista!
Costantino Pogliani corse ad aprir la porta, rassettandosi su la fronte il bel ciuffo biondo riccioluto.
Prima entrò la signora Consalvi, poi la figliuola: questa, in gramaglie, col volto nascosto da un fitto velo di crespo e con in mano un lungo rotolo di carta; quella, vestita d’un bell’abito grigio chiaro, che le stava a pennello su la persona formosa. Grigio l’abito, grigi i capelli, giovanilmente acconciati sotto un grazioso cappellino tutto contesto di violette.
La signora Consalvi dava a veder chiaramente che si sapeva ancor fresca e bella, a dispetto dell’età. Poco dopo, sollevando il crespo sul cappello, non meno bella si rivelò la figliuola, quantunque pallida e dimessa nel chiuso cordoglio.
Dopo i primi convenevoli, il Pogliani si vide costretto a presentare il Colli che era rimasto lí con le mani in tasca, e mezza sigaretta spenta in bocca, il cappelluccio ancora sul naso; e non accennava d’andarsene.
– Scultore? – domandò allora la signorina Consalvi invermigliandosi d’un subito per la sorpresa: – Colli… Ciro?
– Codicillo, già! – disse questi impostandosi su l’attenti, togliendosi il cappelluccio e scoprendo le folte ciglia giunte e gli occhi accostati al naso. – Scultore? perché no? Anche scultore.
– Ma mi avevano detto, – riprese, impacciata, contrariata, la signorina Consalvi, – che lei non stava piú a Roma…
– Ecco… già! io… come si dice? Passeggio, – rispose il Colli. – Passeggio per il mondo, signorina. Stavo prima ozioso fisso a Roma, perché avevo vinto la cuccagna: il Pensionato. Poi…
La signorina Consalvi guardò la madre che rideva, e disse:
– Come si fa?
– Debbo andar via? – domandò il Colli.
– No, no, al contrario, – s’affrettò a rispondere la signorina. – La prego anzi di rimanere, perché…
– Combinazioni! – esclamò la madre; poi, rivolgendosi al Pogliani: – Ma si rimedierà in qualche modo… Loro sono amici, non è vero?
– Amicissimi, – rispose subito il Pogliani.
E il Colli:
– Mi voleva cacciar via a pedate un momento fa, si figuri!
– E sta’ zitto! – gli diede su la voce il Pogliani. – Prego, signore mie, s’accomodino. Di che si tratta?
– Ecco, – cominciò la signora Consalvi, sedendo. – La mia povera figliuola ha avuto la sciagura di perdere improvvisamente il fidanzato.
– Ah sí?
– Oh!
– Terribile. Proprio alla vigilia delle nozze, si figurino! Per un accidente di caccia. Forse l’avranno letto su i giornali. Giulio Sorini.
– Ah, Sorini, già! – disse il Pogliani. – Che gli esplose il fucile?
– Su i primi del mese scorso… cioè, no… l’altro… insomma, fanno ora tre mesi. Il poverino era un po’ nostro parente: figlio d’un mio cugino che se n’andò in America dopo la morte della moglie. Ora, ecco, Giulietta (perché si chiama Giulia anche lei)…
Un bell’inchino da parte del Pogliani.
– Giulietta, – seguitò la madre, – avrebbe pensato d’innalzare un monumento nel Verano alla memoria del fidanzato, che si trova provvisoriamente in un loculo riservato; e avrebbe pensato di farlo in un certo modo… Perché lei, mia figlia, ha avuto sempre veramente una grande passione per il disegno.
– No… cosí… – interruppe, timida, con gli occhi bassi, la signorina in gramaglie. – Per passatempo, ecco..
– Scusa, se il povero Giulio voleva anzi che prendessi lezioni…
– Mamma, ti prego… – insisté la signorina. – Io ho veduto in una rivista illustrata il disegno del monumento funerario del signore qua… del signor Colli, che mi è molto piaciuto, e…
– Ecco, già, – appoggiò la madre, per venire in ajuto alla figliuola che si smarriva.
– Però, – soggiunse questa, – con qualche modificazione l’avrei pensato io…
– Scusi, qual è? – domandò il Colli. – Ne ho fatti parecchi, io, di questi disegni, con la speranza di avere almeno qualche commissione dai morti, visto che i vivi…
– Lei, scusi, signorina, – interloquí il Pogliani, un po’ piccato nel vedersi messo cosí da parte, – ha ideato un monumento su qualche disegno del mio amico?
– No, proprio uguale, no… ecco, – rispose vivacemente la signorina. – Il disegno del signor Colli rappresenta la Morte che attira la Vita, se non sbaglio…
– Ah, ho capito! – esclamò il Colli. – Uno scheletro col lenzuolo, è vero? che s’indovina appena, rigido, tra le pieghe, e ghermisce la Vita, un bel tocco di figliuola che non ne vuol sapere… Sí, sí… Bellissimo! Magnifico! Ho capito.
La signora Consalvi non poté tenersi di ridere di nuovo, ammirando la sfacciataggine di quel bel tipo.
– Modesto, sa? – disse il Pogliani alla signora. – Genere particolare.
– Sú, Giulia, – fece la signora Consalvi levandosi. – Forse è meglio che tu faccia vedere senz’altro il disegno.
– Aspetta, mamma. – pregò la signorina. – È bene spiegarsi prima con il signor Pogliani, francamente. Quando mi nacque l’idea del monumento, devo confessare che pensai subito al signor Colli. Sí. Per via di quel disegno. Ma mi dissero, ripeto, che Lei non stava piú a Roma. Allora m’ingegnai d’adattare da me il suo disegno all’idea al sentimento mio, a trasformarlo cioè in modo che potesse rappresentare il mio caso e il proposito mio. Mi spiego?
– A meraviglia! – approvò il Pogliani.
– Lasciai, – seguitò la signorina, – le due figurazioni della Morte e della Vita, ma togliendo affatto la violenza dell’aggressione, ecco. La Morte non ghermisce piú la Vita, ma questa anzi, volentieri, rassegnata al destino, si sposa alla Morte.
– Si sposa? – fece il Pogliani, frastornato.
– Alla Morte! – gli gridò il Colli. – Lascia dire!
– Alla Morte, – ripeté con un modesto sorriso la signorina. – E ho voluto anzi rappresentare chiaramente il simbolo delle nozze. Lo scheletro sta rigido, come lo ha disegnato il signor Colli, ma di tra le pieghe del funebre paludamento vien fuori, appena, una mano che regge l’anello nuziale. La Vita, in atto modesto e dimesso, si stringe accanto allo scheletro e tende la mano a ricevere quell’anello.
– Bellissimo! Magnifico! Lo vedo! – proruppe allora il Colli. – Questa è un’altra idea! stupenda! un’altra cosa, diversissima! stupenda! L’anello… il dito… Magnifico!
– Ecco, sí, – soggiunse la signorina, invermigliandosi di nuovo a quella lode impetuosa. – Credo anch’io che sia un po’ diversa. Ma è innegabile che ho tratto partito dal disegno e che…
– Ma non se ne faccia scrupolo! – esclamò il Colli. – La sua idea è molto piú bella della mia, ed è sua! Del resto, la mia… chi sa di chi era!
La signorina Consalvi alzò le spalle e abbassò gli occhi.
– Se devo dire la verità, – interloquí la madre, scotendosi, – lascio fare la mia figliuola, ma a me l’idea non piace per nientissimo affatto.
– Mamma, ti prego… – ripeté la figlia; poi volgendosi al Pogliani, riprese: – Ora, ecco, io domandai consiglio al commendator Seralli, nostro buon amico…
– Che doveva fare da testimonio alle nozze, – aggiunse la madre, sospirando.
– E avendoci il commendatore fatto il nome di lei, – seguitò l’altra, – siamo venute per…
– No, no, scusi, signorina, – s’affrettò a dire il Pogliani. – Poiché ha trovato qua il mio amico…
– Oh fa’ il piacere! Non mi seccare! – proruppe il Colli, scrollandosi furiosamente e avviandosi per uscire.
Il Pogliani lo trattenne per un braccio, a viva forza.
– Scusa, guarda… se la signorina… non hai inteso? s’è rivolta a me perché ti sapeva fuori di Roma…
– Ma se ha cambiato tutto! – esclamò il Colli, divincolandosi. – Lasciami! Che c’entro piú io? È venuta qua da te! Scusi, signorina; scusi, signora, io le riverisco..
– Oh sai! – disse il Pogliani, risoluto, senza lasciarlo. – Io non lo faccio; non lo farai neanche tu, e non lo farà nessuno dei due…
– Ma, scusino… insieme? – propose allora la madre. – Non potrebbero insieme?
– Sono dolente d’aver cagionato… – si provò ad aggiungere la signorina.
– Ma no! – dissero a un tempo il Colli e il Pogliani.
Seguitò il Colli:
– Io non c’entro piú per nulla, signorina! E poi, guardi, non ho piú studio, non so piú concluder nulla, altro che di dire male parole a tutti quanti… Lei deve assolutamente costringere quest’imbecille qua…
– È inutile, sai? – disse il Pogliani. – O insieme, come propone la signora, o io non accetto.
– Permette, signorina? – fece allora il Colli, stendendo una mano verso il rotolo di carta ch’ella teneva accanto sul canapè. – Mi muojo dal desiderio di veder il suo disegno. Quando l’avrò veduto…
– Oh, non s’immagini nulla di straordinario, per carità! – premise la signorina Consalvi, svolgendo con le mani tremolanti il rotolo. – So tenere appena la matita… Ho buttato giú quattro segnacci, tanto per render l’idea… ecco…
– Vestita?! – esclamò subito il Colli, come se avesse ricevuto un urtone guardando il disegno.
– Come… vestita? – domandò, timida e ansiosa la signorina.
– Ma no, scusi! – riprese con calore il Colli. – Lei ha fatto la Vita in camicia… cioè, con la tunica, diciamo! Ma no, nuda, nuda, nuda! la Vita dev’esser nuda, signorina mia, che c’entra!
– Scusi, – disse con gli occhi bassi, la signorina Consalvi. – La prego di guardar piú attentamente.
– Ma sí, vedo, – replicò con maggior vivacità il Colli. – Lei ha voluto raffigurarsi qua, ha voluto fare il suo ritratto; ma lasciamo andare che Lei è molto piú bella; qua siamo nel campo… nel camposanto dell’arte, scusi! e questa vuol essere la Vita che si sposa alla Morte. Ora, se lo scheletro è panneggiato, la Vita dev’esser nuda, c’è poco da dire; tutta nuda e bellissima, signorina, per compensare col contrasto la presenza macabra dello scheletro involto! Nuda, Pogliani, non ti pare? Nuda, è vero, signora? Tutta nuda, signorina mia! Nudissima, dal capo alle piante! Creda pure che altrimenti, cosí, verrebbe una scena da ospedale: quello col lenzuolo, questa con l’accappatojo… Dobbiamo fare scultura, e non c’è ragioni che tengano!
– No, no, scusi, – disse la signorina Consalvi alzandosi con la madre. – Lei avrà forse ragione, dal lato dell’arte; non nego, ma io voglio dire qualche cosa, che soltanto cosí potrei esprimere. Facendo come vorrebbe Lei, dovrei rinunciarvi.
– Ma perché, scusi? perché Lei vede qua la sua persona e non il simbolo, ecco! Dire che sia bello, scusi, non si potrebbe dire…
E la signorina:
– Niente bello, lo so; ma appunto come dice lei, non il simbolo ho voluto rappresentare, ma la mia persona, il mio caso, la mia intenzione, e non potrei che cosí. Penso poi anche al luogo dove il monumento dovrà sorgere… Insomma, non potrei transigere.
Il Colli aprí le braccia e s’insaccò nelle spalle.
– Opinioni!
– O piuttosto, – corresse la signorina con un dolce, mestissimo sorriso, – un sentimento da rispettare!
Stabilirono che i due amici si sarebbero intesi per tutto il resto col commendator Seralli, e poco dopo la signora Consalvi e la figliuola in gramaglie tolsero commiato.
Ciro Colli – due passetti – trallarallèro trallarallà – girò sopra un calcagno e si fregò le mani.

Circa una settimana dopo, Costantino Pogliani si recò in casa Consalvi per invitar la signorina a qualche seduta per l’abbozzo della testa.
Dal commendator Seralli, amico molto intimo della signora Consalvi, aveva saputo che il Sorini, sopravvissuto tre giorni allo sciagurato incidente, aveva lasciato alla fidanzata tutta intera la cospicua fortuna ereditata dal padre, e che però quel monumento doveva esser fatto senza badare a spese.
Epuisé s’era dichiarato il commendator Seralli delle cure, dei pensieri, delle noje che gli eran diluviati da quella sciagura; noje, cure, pensieri, aggravati dal caratterino un po’… emporté, voilà, della signorina Consalvi, la quale, sí, poverina, meritava veramente compatimento; ma pareva, buon Dio, si compiacesse troppo nel rendersi piú grave la pena. Oh, uno choc orribile, chi diceva di no? un vero fulmine a ciel sereno! E tanto buono lui, il Sorini, poveretto! Anche un bel giovine, sí. E innamoratissimo! La avrebbe resa felice senza dubbio, quella figliuola. E forse per questo era morto.
Pareva anche fosse morto e fosse stato tanto buono per accrescer le noje del commendator Seralli.
Ma figurarsi che la signorina non aveva voluto disfarsi della casa, che egli, il fidanzato, aveva già messa sú di tutto punto: un vero nido, un joli rêve de luxe et de bien-être. Ella vi aveva portato tutto il suo bel corredo da sposa, e stava lí gran parte del giorno, a piangere, no; a straziarsi fantasticando intorno alla sua vita di sposina cosí miseramente stroncata… arrachée…
Difatti il Pogliani non trovò in casa la signorina Consalvi. La cameriera gli diede l’indirizzo della casa nuova, in via di Porta Pinciana. E Costantino Pogliani, andando, si mise a pensare all’angosciosa, amarissima voluttà che doveva provare quella povera sposina, già vedova prima che maritata, pascendosi nel sogno – lí quasi attuato – d’una vita che il destino non aveva voluto farle vivere.
Tutti quei mobili nuovi, scelti chi sa con quanta cura amorosa da entrambi gli sposini, e festivamente disposti in quella casa che tra pochi giorni doveva essere abitata, quante promesse chiudevano?
Riponi in uno stipetto un desiderio: àprilo: vi troverai un disinganno. Ma lí, no: tutti quegli oggetti avrebbero custodito, con le dolci lusinghe, i desiderii e le promesse e le speranze. E come dovevano esser crudeli gl’inviti che venivano alla sposina da quelle cose intatte attorno!
– In un giorno come questo! – sospirò Costantino Pogliani.
Si sentiva già nella limpida freschezza dell’aria l’alito della primavera imminente; e il primo tepore del sole inebriava.
Nella casa nuova, con le finestre aperte a quel sole, povera signorina Consalvi, chi sa che sogni e che strazio!
La trovò che disegnava, innanzi a un cavalletto, il ritratto del fidanzato. Con molta timidezza lo ritraeva ingrandito da una fotografia di piccolo formato, mentre la madre, per ingannare il tempo, leggeva un romanzo francese della biblioteca del commendator Seralli.
Veramente la signorina Consalvi avrebbe voluto star sola lí, in quel suo nido mancato. La presenza della madre la frastornava. Ma questa, temendo fra sé che la fanciulla, nell’esaltazione, si lasciasse andare a qualche atto di romantica disperazione, voleva seguirla e star lí, gonfiando in silenzio e sforzandosi di frenar gli sbuffi per quell’ostinato capriccio intollerabile.
Rimasta vedova giovanissima, senza assegnamenti, con quell’unica figliuola, la signora Consalvi non aveva potuto chiuder le porte alla vita e porvi il dolore per sentinella come ora pareva volesse fare la figliuola.
Non diceva già che Giulietta non dovesse piangere per quella sua sorte crudele; ma credeva, come il suo intimo amico commendator Seralli, credeva che… ecco, sí, ella esagerasse un po’ troppo e che, avvalendosi della ricchezza che il povero morto le aveva lasciata, volesse concedersi il lusso di quel cordoglio smodato. Conoscendo pur troppo le crude e odiose difficoltà dell’esistenza, le forche sotto alle quali ella, ancora addolorata per la morte del marito, era dovuta passare per campar la vita, le pareva molto facile quel cordoglio della figliuola; e le sue gravi esperienze glielo facevano stimare quasi una leggerezza scusabile, sí, certamente, ma a patto che non durasse troppo… – voilà, come diceva sempre il commendator Seralli.
Da savia donna, provata e sperimentata nel mondo, aveva già, piú d’una volta, cercato di richiamare alla giusta misura la figliuola – invano! Troppo fantastica, la sua Giulietta aveva, forse piú che il sentimento del proprio dolore, l’idea di esso. E questo era un gran guajo! Perché il sentimento, col tempo, si sarebbe per forza e senza dubbio affievolito, mentre l’idea no, l’idea s’era fissata e le faceva commettere certe stranezze come quella del monumento funerario con la Vita che si marita alla Morte (bel matrimonio!) e quest’altra qua della casa nuziale da serbare intatta per custodirvi il sogno quasi attuato d’una vita non potuta vivere.
Fu molto grata la signora Consalvi al Pogliani di quella visita.
Le finestre erano aperte veramente al sole, e la magnifica pineta di Villa Borghese, sopra l’abbagliamento della luce che pareva stagnasse su i vasti prati verdi, sorgeva alta e respirava felice nel tenero limpidissimo azzurro del cielo primaverile.
Subito la signorina Consalvi accennò di nascondere il disegno, alzandosi; ma il Pogliani la trattenne con dolce violenza.
– Perché? Non vuol lasciarmi vedere?
– È appena cominciato…
– Ma cominciato benissimo! – esclamò egli, chinandosi a osservare. – Ah, benissimo… Lui, è vero? il Sorini… Già, ora mi pare di ricordarmi bene, guardando il ritratto. Sí, sí… L’ho conosciuto… Ma aveva questa barbetta?
– No, – s’affrettò a rispondere la signorina. – Non l’aveva piú ultimamente.
– Ecco, mi pareva… Bel giovine, bel giovine…
– Non so come fare, – riprese la signorina. – Perché questo ritratto non risponde… non è piú veramente l’immagine che ho di lui, in me.
– Eh sí, – riconobbe subito il Pogliani, – meglio, lui, molto piú… piú animato, ecco… piú sveglio, direi…
– Se l’era fatto in America, codesto ritratto, – osservò la madre, – prima che si fidanzassero, naturalmente…
– E non ne ho altri! – sospirò la signorina. – Guardi: chiudo gli occhi, cosí, e lo vedo preciso com’era ultimamente; ma appena mi metto a ritrarlo, non lo vedo piú: guardo allora il ritratto, e lí mi pare che sia lui, vivo. Mi provo a disegnare, e non lo ritrovo piú in questi lineamenti. È una disperazione!
– Ma guarda, Giulia, – riprese allora la madre, con gli occhi fissi sul Pogliani, – tu dicevi la linea del mento, volendo levare la barba… Non ti pare che qua nel mento, il signor Pogliani…
Questi arrossí, sorrise. Quasi senza volerlo, alzò il mento, lo presentò; come se con due dita, delicatamente, la signorina glielo dovesse prendere per metterlo lí, nel ritratto del Sorini.
La signorina levò appena gli occhi a guardarglielo, timida e turbata. (Non aveva proprio alcun riguardo per il suo lutto, la madre!)
– E anche i baffi, oh! Guarda!… – aggiunse la signora Consalvi, senza farlo apposta. – Li portava cosí ultimamente il povero Giulio, non ti pare?
– Ma i baffi, – disse, urtata, la signorina, – che vuoi che siano? Non ci vuol niente a farli!
Costantino Pogliani, istintivamente, se li toccò. Sorrise di nuovo. Confermò:
– Niente, già…
S’accostò quindi al cavalletto e disse:
– Guardi, se mi permette… vorrei farle vedere, signorina… Cosí, in due tratti, qua… non s’incomodi, per carità! qua in quest’angolo… (poi si cancella)… com’io ricordo il povero Sorini.
Sedette e si mise a schizzare, con l’ajuto della fotografia, la testa del fidanzato, mentre dalle labbra della signorina Consalvi, che seguiva i rapidi tocchi con crescente esultanza di tutta l’anima protesa e spirante, scattavano di tratto in tratto certi sí… sí… sí…. che animavano e quasi guidavano la matita. Alla fine, non poté piú trattenere la propria commozione:
– Sí, oh guarda, mamma… è lui… preciso… oh, lasci… grazie… Che felicità, poter cosí… è perfetto… è perfetto…
– Un po’ di pratica, – disse, levandosi, il Pogliani, con umiltà che lasciava trasparire il piacere per quelle vivissime lodi.
– E poi, le dico, lo ricordo tanto bene, povero Sorini…
La signorina Consalvi rimase a rimirare il disegno, insaziabilmente.
– Il mento, sí… è questo… preciso… Grazie, grazie…
In quel punto il ritrattino del Sorini che serviva da modello, scivolò dal cavalletto, e la signorina, ancora tutta ammirata nello schizzo del Pogliani, non si chinò a raccoglierlo.
Lí per terra, quell’immagine già un po’ sbiadita apparve piú che mai malinconica, come se comprendesse che non si sarebbe rialzata mai piú.
Ma si chinò a raccoglierla il Pogliani, cavallerescamente.
– Grazie, – gli disse la signorina. – Ma io adesso mi servirò del suo disegno, sa? Non lo guarderò piú, questo brutto ritratto.
E d’improvviso, levando gli occhi, le sembrò che la stanza fosse piú luminosa. Come se quello scatto d’ammirazione le avesse a un tratto snebbiato il petto da tanto tempo oppresso, aspirò con ebbrezza, bevve con l’anima quella luce ilare viva, che entrava dall’ampia finestra aperta all’incantevole spettacolo della magnifica villa avvolta nel fascino primaverile.
Fu un attimo. La signorina Consalvi non poté spiegarsi che cosa veramente fosse avvenuto in lei. Ebbe l’impressione improvvisa di sentirsi come nuova fra tutte quelle cose nuove attorno. Nuova e libera; senza piú l’incubo che l’aveva soffocata fino a poc’anzi. Un alito, qualche cosa era entrata con impeto da quella finestra a sommuovere tumultuosamente in lei tutti i sentimenti, a infondere quasi un brillío di vita in tutti quegli oggetti nuovi, a cui ella aveva voluto appunto negar la vita, lasciandoli intatti lí, come a vegliare con lei la morte d’un sogno.
E, udendo il giovane elegantissimo scultore con dolce voce lodare la bellezza di quella vista e della casa, conversando con la madre che lo invitava a veder le altre stanze, seguí l’uno e l’altra con uno strano turbamento, come se quel giovine, quell’estraneo, stesse davvero per penetrare in quel suo sogno morto, per rianimarlo.
Fu cosí forte questa nuova impressione, che non poté varcar la soglia della camera da letto; e vedendo il giovine e la madre scambiarsi lí un mesto sguardo di intelligenza, non poté piú reggere; scoppiò in singhiozzi.
E pianse, sí, pianse ancora per la stessa cagione per cui tante altre volte aveva pianto; ma avvertí confusamente che, tuttavia, quel pianto era diverso, che il suono di quei suoi singhiozzi non le destava dentro l’eco del dolore antico, le immagini che prima le si presentavano. E meglio lo avvertí, allorché la madre accorsa prese a confortarla come tant’altre volte la aveva confortata, usando le stesse parole, le stesse esortazioni. Non poté tollerarle; fece un violento sforzo su se stessa; smise di piangere; e fu grata al giovine che, per distrarla, la pregava di fargli vedere la cartella dei disegni scorta lí su una sedia a libriccino.
Lodi, lodi misurate e sincere, e appunti, osservazioni, domande, che la indussero a spiegare, a discutere; e infine un’esortazione calda a studiare, a seguir con fervore quella sua disposizione all’arte, veramente non comune. Sarebbe stato un peccato! un vero peccato! Non s’era mai provata a trattare i colori? Mai, mai? Perché? Oh, non ci sarebbe mica voluto molto con quella preparazione, con quella passione…
Costantino Pogliani si profferse d’iniziarla; la signorina Consalvi accettò; e le lezioni cominciarono il giorno appresso, lí, nella casa nuova, che invitava ed attendeva.

Non piú di due mesi dopo, nello studio del Pogliani, ingombro già d’un colossale monumento funerario tutto abbozzato alla brava, Ciro Colli, sdrajato sul canapè col vecchio camice di tela stretto alle gambe, fumava la pipa e teneva uno strano discorso allo scheletro, fissato diritto su la predellina nera, che s’era fatto prestare per modello da un suo amico dottore.
Gli aveva posato un po’ a sghembo sul teschio il suo berretto di carta; e lo scheletro pareva un fantaccino su l’attenti, ad ascoltar la lezione che Ciro Colli, scultore-caporale, tra uno sbuffo e l’altro di fumo gl’impartiva:
– E tu perché te ne sei andato a caccia? Vedi come ti sei conciato, caro mio? Brutto… le gambe secche… tutto secco… Diciamo la verità, ti pare che codesto matrimonio si possa combinare? La vita, caro… guardala là, ma eh! che tocco di figliolona senza risparmio m’è uscita dalle mani! Ti puoi sul serio lusingare che quella lí ti voglia sposare? Ti s’è accostata, timida e dimessa; lagrime giú a fontana… ma mica per ricevere l’anello nuziale… levatelo dal capo! Spèndola, caro, spèndola giú la borsa… Gliel’hai data? E ora che vuoi da me? Inutile dire, se me lo credevo! Povero mondo e chi ci crede! S’è messa a studiar pittura, la Vita, e il suo maestro sai chi è? Costantino Pogliani. Scherzo che passa la parte, diciamo la verità. Se fossi in te, caro mio, lo sfiderei. Hai sentito stamane? Ordine positivo: non vuole, mi pro-i-bi-sce assolutamente che io la faccia nuda. Eppure lui, per quanto somaro, scultore è, e sa bene che per vestirla bisogna prima farla nuda… Ma te lo spiego io il fatto com’è: non vuole che si veda su quel nudo là meraviglioso il volto della sua signorina… è salito lassú, hai visto? su tutte le furie, e con due colpi di stecca, taf! taf! me l’ha tutto guastato… sai dirmi perché, fantaccino mio? Gli ho gridato: "Lascia! Te la vesto subito! Te la vesto!". Ma che vestire! Nuda la vogliono ora… la Vita nuda, nuda e cruda com’è, caro mio! sono tornati al mio primo disegno, al simbolo: via il ritratto! Tu che ghermisci, bello mio, e lei che non ne vuol sapere… Ma perché te ne sei andato a caccia? me lo dici?

 

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